1951 · okay

Forma grafica estesa della sigla inglese ok, a significare 'va bene', d'accordo' e simili.

O.k. era già nella sesta edizione del Dizionario moderno di Panzini (1931), okay compare quest'anno nei Profili di vita italiana delle parole nuove di Alberto Menarini.

Le (controverse) origini: fra gergo giovanile e “slogan” elettorali

L’angloamericanismo okay compare in una raccolta di neologismi pubblicata quest’anno (Menarini 1951). Già vent’anni prima Panzini, nella sesta edizione del Dizionario Moderno (DM6, s. v.), aveva registrato la sigla O.K., sciogliendola in all correct: la stessa glossa della più antica attestazione accertata di o.k. (precisamente in questa forma), contenuta in un articolo a firma C. G. Greene sul “Boston Morning Post” del 23 marzo 1839 (cfr. OED, s. v.; OED on-line, s. v.).
Intorno all’origine di okay – la parola risulta chiaramente dall’unione delle due lettere che compongono l’acronimo, o “o” e k “kay” – sono stati versati, nel corso del tempo, i proverbiali fiumi di inchiostro. Per alcuni discenderebbe da okeh, la risposta affermativa nella lingua dei nativi americani Choctaw, o dal nome di un loro vecchio capo, Old Keokuk; per altri deriverebbe dal nome di una marca di biscotti (O.K., le iniziali del fabbricante: Orrin Kendall), consumati in gran quantità dai soldati dell’Unione durante la Guerra di secessione americana; per altri ancora riprenderebbe pari pari il nome autoctono (Okay) del porto haitiano di Les Cayes, dal quale, alla fine del Settecento, s'importava negli Stati Uniti un rum particolarmente apprezzato (per altre ipotesi, più o meno stravaganti: OED, s. v.; OED on-line, s. v.; Lederer e McCullagh 2012: 49; Maffi e altri 2012: 439-440). Avrebbe provato a sbrogliare la matassa, all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, un linguista americano: Allen Walker Read (1906-2002).
Rintracciata la prima testimonianza di o.k. nel menzionato foglio di Boston, lo studioso prova a chiarirne l'origine (cfr. Metcalf 2011: X, 38 sgg.). Secondo la sua ricostruzione, a tutt’oggi la più accreditata, o.k. aveva cominciato a circolare come giovanilismo linguistico tra i figli della Boston “bene” degli anni Trenta dell’Ottocento: stava per oll korrect, giocoso storpiamento grafico di all correct, e rientrava in una nutrita serie di “ludismi” partoriti dai giovani bostoniani; fra questi anche k.g. e k.y., acronimi rispettivamente di know go (no go, nel senso di “non va bene”) e know yuse (no use, “è inutile”). La rampa di lancio per la diffusione del breviforme ok al di fuori della città del New England sarebbe stata la corsa alle elezioni presidenziali del 1841, protagonisti il presidente in carica Martin van Buren e lo sfidante William Henry Harrison. Il comitato elettorale fondato, nella città di New York (24 marzo 1840), a sostegno della ricandidatura di van Buren era stato battezzato Old Kinderhook club dal soprannome del presidente (“il vecchio Kinderhook”), in quanto originario dell'omonimo villaggio di Old Kinderhook, non lontano da New York (cfr. DELI, s. v. okay). Quell'Old Kinderhook, abbreviato in O.K., era diventato un martellante “slogan” politico, inteso a circondare di un’aura di positività l’inquilino della Casa Bianca (determinato a non traslocare prima di un altro mandato), e dopo la campagna elettorale aveva avuto una rapida fortuna (la stessa mancata a van Buren, uscito sconfitto dalla competizione elettorale), entrando in pianta stabile nell’inglese d’America nel significato ancora corrente.  


Ok, la parola è giusta


Il viaggio di okay per il mondo era cominciato nei primi decenni del Novecento. Fra gli eventi di rilievo legati alla sua prima affermazione fuori dagli USA un importante convegno internazionale sulle telecomunicazioni svoltosi a Madrid nel 1932, quando fu ufficializzato il suo status di segnale “universale” per esprimere assenso (cfr. Migliorini 1968: 145).
Okay (e okey), presente in italiano anche anteriormente all'entrata in guerra nel secondo conflitto mondiale (Rossetti 1937: 32, 158; «Finché il danaro circolava, tutto era okay, ma bisognava darsi da fare»: Edwin Cerio, Flora privata di Capri, Napoli, Rispoli Anonima 1939; rist. critica e aggiornata a cura di Francesco Corbetta, presentazione di Francesco Cetti Serbelloni, Capri (NA), La Conchiglia, 2003, p. 161; ecc.), aveva però conosciuto una vera (e rapida) penetrazione solo con lo sbarco degli americani e la loro avanzata lungo la penisola (non più che un curioso occasionalismo il derivato di coniazione giornalistica okeyna, adoperato per indicare il mestiere più antico del mondo, divenuto particolarmente redditizio con la presenza di soldati a stelle e strisce sul nostro territorio: Menarini 1951: 146); la sua propagazione – prenderà piede in italiano anche una forma occhei, adattamento semischerzoso dell’originale inglese – sarà parallela a quella dei due gesti, anch’essi universalmente noti, che ne rappresentano la “traduzione” extraverbale: la mano chiusa con il pollice alzato verso l’alto; il pollice e l’indice uniti a formare un cerchio, con le rimanenti dita posizionate all’insù (cfr. Telmon 2009: 611). Alla fine okay, come altri anglicismi, finirà per mettere nell’angolo una serie di equivalenti nazionali (d’accordo, va bene, sta bene, intesi e simili), suscitando le rimostranze dei puristi (che non getteranno mai del tutto la spugna). Come aggettivo o sostantivo sarà alla base di una serie di espressioni idiomatiche molto ricorrenti quali essere ok, dare l’ok (a qualcuno), avere l’ok, ecc., e l’avvento dei nuovi media nel terzo millennio, con le loro esigenze di brevità e “telegraficità” spinte all’estremo, farà il resto: ok diventerà la forma più comune per esprimere accordo in italiano, seconda solo a (tavolta adoperata a rafforzarlo: sì, ok).
La vita quotidiana è zeppa di segni che confermano la presenza del made in USA negli ambiti più disparati. Immaginando di passeggiare per una città, non passerebbe molto tempo prima di imbattersi in un fast food di McDonald’s (o di Burger King), e non sarebbe inconsueto vedere un ragazzo che ne esce sorseggiando beatamente una Coca Cola (o una Pepsi); non sorprenderebbe se lo stesso sfilasse dalla tasca dei propri jeans (lo sguardo potrebbe cadere nel frattempo sulle sue scarpe Nike) uno di quegli smartphone con l’inconfondibile mela morsicata sul retro: magari per ascoltare, tramite cuffie auricolari, un brano musicale sulla cui provenienza geografica (o comunque linguistica) non sarebbe un azzardo scommettere. Se poi il giovane si imbattesse dopo pochi passi in un amico, e scambiasse con lui qualche battuta, non si dovrebbe aspettare molto prima di intercettare una certa parola di origine angloamericana, che non è difficile immaginare quale possa essere. Perché okay può essere davvero considerata la parola simbolo di una “colonizzazione”, linguistica e culturale, di cui gli Stati Uniti sono protagonisti sulla scena mondiale da circa un secolo. Con la diffusione globale dei suoi prodotti, dei suoi stili di consumo e di vita, del suo modello economico, delle sue idee e della sua visione del mondo (in breve, dell’american way of life), lo Zio Sam è ormai riuscito ad approdare ovunque.  

Alessandro Aresti

 

Bibliografia

Beccaria Gian Luigi, 2009, Lingue e linguaggi, Torino, UTET [=  La cultura italiana, diretta da Luigi Luca Cavalli Sforza, vol. II].   
DELI = Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, Il nuovo Etimologico. DELI. Dizionario etimologico della lingua italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 19992 (prima ediz.: 1979-1988, 6 voll.).
DM6 = Alfredo Panzini, Dizionario moderno delle parole che non si trovano negli altri dizionari, Milano, Hoepli, 1931.
Lederer Richard, McCullagh Caroline, 2012, American Trivia. What we all should know about U. S. History, Culture & Geography, Layton (Utah), Gibbs Smith.
Maffi Mario, Scarpino Cinzia, Schiavini Cinzia, Zangari Sostene Massimo, 2012, Americana. Storie e culture degli Stati Uniti dalla A alla Z, Milano, il Saggiatore.
Menarini Alberto, 1951, Profili di vita italiana nelle parole nuove, con prefazione di Ettore Allodoli, illustrazioni di Piero Bernardini, Firenze, Le Monnier.
Metcalf Allan, 2011, OK. The Improbable Story of America’s Greatest Word, New York, Oxford University Press.
Migliorini Bruno, 1968, Profili di parole, Firenze, Le Monnier.
OED = John A. Simpson, Edmund S. C. Weiner (edd.), The Oxford English Dictionary, Oxford, Clarendon Press, 19892 (prima ediz.: 1884-1928).
Rossetti Carlo, 1937, Così si parla in America. Introduzione alla lettura della moderna prosa narrativa americana, Milano, Edizioni “Le Lingue Estere”.
Telmon Tullio, 2009, La gestualità in Italia, in Beccaria, pp. 589-648.