1996 · faccina

Piccola icona, ottenuta combinando i segni di punteggiatura (parentesi, punti, punti e virgole, ecc.), che nei messaggi di posta elettronica e negli SMS viene usata per esprimere uno stato d’animo. ► Sin.: emoticon, smiley.

Comincia ad apparire con una certa frequenza in vari luoghi editoriali.

"Codice iconico misto (in parte alfabetico, ora eminentemente analogico) in uso crescente nella conversazione per via telefonica e on line: da semplici rappresentazioni fisiognomiche delle emozioni umane (“faccette”), si sono andate sviluppando in un più articolato sistema di segni. La loro evoluzione si spinge ora alla progressiva crisi della lettura e della scrittura in ogni attività pratica e ludica della società; perfino in ambienti scolastici con l’abbandono del corsivo e l’adozione dello stampatello sino al ricorso esclusivo alla tastiera del computer. Eppure il corsivo, cui oggi si affida una funzione creativa necessaria alla formazione dei bambini, nel passato è stato un dispositivo di omogeneizzazione autoritaria della scrittura privata e pubblica. E dunque, alla domanda sul perché esistono le emoticon come tentativo di una comunicazione interpersonale di natura iconica, si può rispondere che lo sviluppo della società moderna – quella delle macchine e della stampa, da una parte, e delle immagini dall’altra – sta infine compiendo un viaggio di ritorno sino alle origini della civiltà umana senza tuttavia perdere il senso dei linguaggi che l'hanno fatta progredire."

Alberto Abruzzese

I “geroglifici” del terzo millennio

A partire da quest’anno, agli albori dell’era della CMC (Computer-Mediated Communication), l’opinione pubblica comincia a interessarsi delle faccine o emoticon, sequenze di segni di punteggiatura, uniti talvolta a lettere, numeri o altri simboli disponibili sulla tastiera del computer (più tardi anche del telefonino), composte per esprimere nelle scritture “digitate” sentimenti o stati d’animo veicolati, nella conversazione “faccia a faccia”, dal tono della voce e dalle espressioni del volto; non a caso emoticon è l'esito dell’unione di un pezzo di emotion con icon (inizialmente ha avuto corso in italiano anche l'adattamento emoticona: cfr. Cosenza 2002: 202).
Il gioco è semplice. Sono contento? Metto in successione i due punti (per indicare gli occhi) e la parentesi di chiusura (la bocca atteggiata a un sorriso), eventualmente con un trattino in mezzo (il naso), e il risultato è una faccina sorridente. Sono scoppiato in una grassa risata? Sostituisco la parentesi di chiusura con una D maiuscola e ottengo una bocca spalancata. Sono dispiaciuto? Inserisco la parentesi di apertura – gli angoli della bocca piegati verso il basso – al posto di quella di chiusura e il viso si intristisce.
Essendo parallele al rigo, per poter “leggere” le faccine occorre ruotare la testa di novanta gradi verso sinistra; ciò che invece non serve fare con le verticons, le emoticon “verticali” nate in Giappone all’inizio degli anni Novanta, chiamate anche anime emoticons perché imitano lo stile figurativo degli anime, i cartoni animati nipponici: la verticon ˆ_ˆ, per es., ricorda il volto sorridente dei personaggi dei cartoon realizzati nel Paese del Sol Levante (cfr. Canobbio 2005: 312). Si può considerare una verticon ante litteram l’“iconismo” pirandelliano presente nelle prime pagine di Uno, nessuno, centomila? Il giudizio al lettore:

Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti...
      
Oltre a una funzione “emotiva” le emoticon ne possono svolgere una “attenuativa” (cfr. Pistolesi 2004: 99). è la stessa accertabile nel Brutto porco :) del brano che segue, tratto da uno dei primi articoli, del 4 febbraio 1996, in cui sono attestate sia emoticon sia faccina («Non c'è giornale che non abbia pubblicato le ormai notissime “faccine” o smiles», Berretti e Zambardino 19962: 499), presenti quest'anno in contemporanea, sulla stampa periodica, per la prima volta in quantità notevoli:

L’altro giorno ho ricevuto da un mio amico una lettera che cominciava in questo modo: “Brutto porco :)”. Dato che si trattava di posta elettronica, sapevo che non era niente di offensivo. […] Il mio corrispondente non mi stava insultando, ma solo dando un’affettuosa pacca sulle spalle (Brad Spurgeon, Con Internet torna il geroglifico, “La Repubblica”; il testo è una traduzione dall’inglese).

In una conversazione “a quattro mani” la faccina sorridente disinnesca la portata offensiva – sul piano letterale – dell’enunciato, conferendogli un valore esattamente opposto (è il medesimo esito  conseguibile con la mimica facciale in una conversazione a quattr’occhi). L’autore dell’articolo ha buon gioco nel riscontrare analogie fra questi iconismi e la scrittura pittografica in uso presso gli antichi Egizi: «[l]a Rete ci ha riportati molto indietro, ai tempi dei geroglifici» (ibid.); viene in mente, a proposito di questi ultimi,  una pagina dello Zibaldone (22 aprile 1821), ricordata da Antonelli (2014: 84), in cui Leopardi lamenta l’(ab)uso coevo di punteggiatura “espressiva”:

Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sta a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee.

Un Leopardi “profetico”, in quanto «sembra già prevedere l’imprevedibile avvento degli emoticon» (ibid., p. 84 sg.); si noterà qui, per inciso, l’uso al maschile di emoticon, laddove la maggioranza dei parlanti italiani preferisce il femminile (come certificato anche da Google: 26.100 i risultati «gli emoticon», 139.000 per «le emoticon»).


La prima faccina digitale e i suoi precedenti (?) tipografici


La storia vuole che la prima faccina, quella classica col sorriso, fosse stata digitata da un informatico, Scott Elliot Fahlman, su un bulletin board system (una sorta di bacheca elettronica) della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Pennsylvania) il 19 novembre 1982 (Cfr. Tavosanis 2011: 104). Fahlman aveva escogitato un modo per replicare sullo schermo il famoso smile (un sinonimo di faccina ed emoticon è peraltro smiley, che a rigore dovrebbe indicare solo la faccina sorridente), inventato da Harvey R. Ball (1963), artista e imprenditore, per cercare di sollevare il morale dei dipendenti di una società di assicurazioni di Worcester, nel Massachusetts (cfr. William H. Honan, H. R. Ball, 79, Ad Executive Credited With Smiley Face, “New York Times”, 14 aprile 2001).
Un team di esperti impegnato nella digitalizzazione del “New York Times”, per conto dell’azienda americana ProQuest, ha scovato quella che agli occhi di un nativo (o immigrato) digitale assume le fattezze di una faccina; sarebbe contenuta nella trascrizione, in un articolo senza firma del 7 agosto 1862, di un comizio del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, tenutosi il giorno precedente (http://cityroom.blogs.nytimes.com/2009/01/19/hfo-emoticon/?_r=1):

I believe there is no precedent for my appearing before you on this occasion, [applause] but it is also true that there is no precedent for your being here yourselves, (applause and laughter ;) and I offer, in justification of myself and of you, that, upon examination, I have found nothing in the Constitution against. [Renewed applause.] [grassetto nostro].       

(“Credo che sia la prima volta in cui appaio di fronte a voi [applauso], ma è anche vero che è la prima volta che siete qui anche voi (applauso e risa ;) e vi comunico, a giustificazione mia e vostra, che nella Costituzione, dove ho controllato, non ho trovato nulla contro questa cosa [altro applauso]”).

Si tratta di un refuso o di una faccina che strizza l’occhio? Probabilmente la prima (l’errore starebbe nell’aver invertito l’ordine previsto dei due segni: i due punti e la parentesi; certo, però, quel laughter non consente di dissipare tutti i dubbi…), ma a molti piace pensare che si tratti davvero di un’emoticon, inserita scherzosamente dal giornalista-trascrittore. Qualcuno ritiene possibile la presenza di uno smiley addirittura in un poeta inglese del Seicento: la “scoperta” è di Levi Stahl, promotions director della University Chicaco Press (http://www.huffingtonpost.com/2014/04/15/robert-herrick-emoticon_n_5152580.html).


Dalle emoticon alle animoticons

Il linguaggio delle emoticon è un linguaggio universale, che supera i confini (anche geografici) delle varie lingue: una specie di esperanto visuale che ha avuto un impatto rivoluzionario sui modi di comunicare della Bit Generation. Il successo delle emoticon sta in particolare nella loro capacità di condensare, con pochi segni grafici, contenuti anche assai complessi, che nella scrittura “ordinaria” richiedono giri di parole più o meno lunghi: una caratteristica che si è sposata alla perfezione con le esigenze di economia nell’uso dello spazio e del tempo imposte da un sistema synthesis-oriented (cfr. Arcangeli 2012: 91) come quello della scrittura digitata (sms e chat in primis). Il risparmio di tempo e spazio è anche maggiore (soprattutto nel caso di emoticon particolarmente elaborate da comporre) da quando i vari programmi di messaggistica mettono a disposizione un menu preconfezionato di faccine (sempre meno stilizzate e sempre più “particolareggiate”), insieme con una miriade di altri elementi (dalle parti del corpo agli animali ai più svariati oggetti), prima impossibili da realizzare con i soli segni interpuntivi, lettere dell’alfabeto e numeri: è questa la grande novità degli ultimi anni, che ha segnato il passaggio dall’era dell’emoticon fai-da-te all’era dell’emoticon pronta all’uso.
Un’evoluzione in senso multimediale delle emoticon sono le animoticons, le emoticon animate che prendono vita sullo schermo (con tanto di effetti sonori): il viso si contrae in una smorfia, le labbra si accostano per poi schioccare un bacio, le lacrime scorrono sul viso, ecc.  Magari Renato Brunetta, quando nel 2009, da ministro della Funzione Pubblica, avanzò la proposta (nell’ambito della sua lotta senza quartiere agli impiegati “fannulloni”) di far valutare al cittadino i servizi della pubblica amministrazione con le faccine, avrebbe potuto prendere in considerazione la versione animata delle emoticon. Vuoi mettere una dinamica faccina arrabbiata con un’altra, sempre arrabbiata, ma statica?

Alessandro Aresti

Bibliografia

Antonelli Giuseppe, 2014, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, Milano, Arnoldo Mondadori.
Arcangeli Massimo, 2012, Cercasi Dante disperatamente. L’italiano alla deriva, Roma, Carocci.
Bazzanella Carla, 2002 (a cura di), Sul dialogo. Contesti e forme di interazione verbale, Milano, Guerini.
Berretti Alberto, Zambardino Vittorio, 19962, Internet. Avviso ai naviganti, Roma, Donzelli (prima ediz.: 1995).
Canobbio Andrea Tullio, 2005, Blog: la lingua che uccide, “LId’O”, II: 307-318.
Cosenza Giovanna, 2002, in Bazzanella, pp. 193-207.
Pistolesi Elena, 2004, Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e SMS, Padova, Esedra.
Tavosanis Mirko, 2011, L’italiano del web, Roma, Carocci.