Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 
Percorsi
Archeologia
Comunicazione
Diritto
Economia
Filosofia
Istruzione e formazione
Psicologia
Religioni
Scienze
demo-etno-antropologiche
Scienze politiche
Storia
Strumenti del sapere
Da Leggere
 
  TagT:
La scomparsa della sociologia dalla scienza ufficiale italiana: suicidio od omicidio?

18/02/2010 - Molti anni orsono, e precisamente nel 1937, Talcott Parsons, si chiedeva, nell’introdurre il suo monumentale lavoro The Structure of Social Action, come mai Herbert Spencer fosse praticamente scomparso dalla scena intellettuale, incerto se si fosse trattato di suicidio od omicidio. Oggi si deve mestamente constatare che Parsons ha subìto, almeno in Italia, poco meno della stessa sorte. Cosa che fa supporre nella Sociologia o una propensione molto forte all’omicidio (o al parricidio, per tenere aperto il dilemma del coroner proposto da Parsons) oppure una, altrettanto forte, al suicidio disciplinare. Intanto sotto forma di quella che mi pare una sorta di criminale e pigra trascuratezza per i propri antenati, sopratutto da parte delle scuole italiane dei sociologi. Si salvano in pochi, a cominciare forse da Weber, ma non è detto che l’essere ricordati spesso porti necessariamente a un approfondimento. Il rischio (ben reale, ahimè) è che questo richiamo si traduca in banalizzazione di maniera.

Dopo aver letto questo percorso lascia la tua opinione nel FORUM >
Chi dimentica così facilmente i propri padri è esposto a una più facile eradicazione e non è esagerato dire che se la merita. È quanto sta forse accadendo alla sociologia italiana che rischia di subire la stessa sorte di...

18/02/2010 - Molti anni orsono, e precisamente nel 1937, Talcott Parsons, si chiedeva, nell’introdurre il suo monumentale lavoro The Structure of Social Action, come mai Herbert Spencer fosse praticamente scomparso dalla scena intellettuale, incerto se si fosse trattato di suicidio od omicidio. Oggi si deve mestamente constatare che Parsons ha subìto, almeno in Italia, poco meno della stessa sorte. Cosa che fa supporre nella Sociologia o una propensione molto forte all’omicidio (o al parricidio, per tenere aperto il dilemma del coroner proposto da Parsons) oppure una, altrettanto forte, al suicidio disciplinare. Intanto sotto forma di quella che mi pare una sorta di criminale e pigra trascuratezza per i propri antenati, sopratutto da parte delle scuole italiane dei sociologi. Si salvano in pochi, a cominciare forse da Weber, ma non è detto che l’essere ricordati spesso porti necessariamente a un approfondimento. Il rischio (ben reale, ahimè) è che questo richiamo si traduca in banalizzazione di maniera.

Dopo aver letto questo percorso lascia la tua opinione nel FORUM >
Chi dimentica così facilmente i propri padri è esposto a una più facile eradicazione e non è esagerato dire che se la merita. È quanto sta forse accadendo alla sociologia italiana che rischia di subire la stessa sorte di Spencer, e con molto meno onore. Chi, come quelli della mia generazione, avendo conosciuto i dibattiti intellettuali degli inizi degli anni Sessanta, senza aver poi seguito gli sviluppi degli ultimi quarant’anni, come un novello Rip van Winkle, potrebbe non essere sorpreso leggendo che dal punto di vista del riconoscimento nelle massime istituzioni di ricerca (CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche e MIUR, Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca), la situazione della sociologia è praticamente la stessa di quella dell’anno in cui mi sono laureato, il 1960; e cioè zero. Non parlo ovviamente di singoli sociologi, non sempre tra i più preclari, che troviamo infilati qui e là in qualche piega dei vari istituti degli enti di ricerca del demi-monde accademico-politico romano, ma della mancanza di una unità disciplinare istituzionale riconosciuta che permetta lo sviluppo della disciplina. Nella ricerca scientifica contemporanea il riconoscimento istituzionale è fondamentale, senza questo riconoscimento una disciplina è enormemente indebolita. Diversamente da Rip van Winkle, che almeno si è svegliato, i sociologi italiani organizzati hanno continuato a dormire (e di nuovo non parlo dei singoli, ma delle loro rappresentanze) mentre venivano allegramente espulsi dai piani alti delle istituzioni di ricerca scientifica. Nelle riunioni del ’68 in Francia si diceva: Il est passé Lapassade, et il à menée la pagaille”, e chi ricorda l’ebulliente etnometodologo sa cosa significhi questa frase. Della sociologia ufficiale italiana si dice che, forse, dopo l’esclusione, sia passata nei palazzi del CNR e del MIUR, ma non si è sentita neppure la eco di una pagaille, e del resto non si è neppure percepito lo spostamento d’aria dei passi nei corridoi del potere. E’ questa debolezza istituzionale, che mi appare come la seconda colpevole carenza della sociologia italiana, che pure non è una disciplina senza addetti, ma che con questa dirigenza rischia di diventare una disciplina senza voce.
 
L’ultima debolezza intrinseca, del resto tradizionale e tradizionalmente riconosciuta e discussa all’interno della disciplina, è l’incerto statuto teorico-metodologico dell’“inferma scienza” come la definì spregiativamente Benedetto Croce (vedi Laura Balbo, Giuliana Chiaretti, Gianni Massironi, L'inferma scienza. Tre saggi sull'istituzionalizzazione della sociologia in Italia, il Mulino, Bologna 1975). Non voglio insistere troppo su questo punto sul quale sono state scritte molte righe di piombo, se non per dire che la sociologia non è sola in questo (proprio in questi giorni si sta eliminando la geografia, decisione che mi appare come un geniale gambitto di qualche Von Clausewitz del sapere ministeriale, nel momento in cui la tecnologia della geocodificazione dei fenomeni di ogni tipo è il settore in massima espansione delle ICTs) e riferire una esperienza personale che ritengo ancora rilevante. Alla metà degli anni Novanta la Deutsche ForschungsGemeinschaft (DFG, German Research Foundation) patrocinò con la European Science Foundation un rapporto sui punti di forza e di debolezza della ricerca scientifica in Europa, in cui Max Kaase e io fummo incaricati della redazione della parte relativa alle scienze sociali e segnalammo la debolezza metodologica della ricerca sociologica europea. Fummo crocifissi perché ci si disse che offrivamo armi agli avversari, ma, naturalmente, non è con ragionamenti di basso conio che si risolvono i problemi. E infatti quell’esercizio fu poi alla base di un sviluppo che ha portato alla crescente importanza delle scienze sociali nei Framework Programs fino alla costituzione dell’ERC dove le scienze sociali hanno conquistato una quota non ancora del tutto soddisfacente, ma senza dubbio importante: 14% del bilancio e 5 membri su 22 nel direttivo (se qualcuno me lo chiede posso raccontare con esattezza come ci si è arrivati). Purtroppo i mali della scienza sociale europea si ritrovano in peggio in Italia; personalmente ho l’impressione, dal punto di vista di chi ha coordinato dottorati per molti anni, che il numero di laureati in Sociologia (tre, quattro, cinque non importa) in grado redigere e condurre un buon disegno di ricerca, sia esiguo: molto esiguo. Non mancano quelli che sanno dire come si fa un questionario o un campione, avendolo letto su un manuale, ma sono pochi davvero quelli che sanno dire se e perché si debba estrarre un campione o fare un questionario,in relazione alle ipotesi della ricerca, ma soprattutto mancano quelli che i questionari li sanno fare, amministrare e analizzare davvero e anche quelli che si muovono a proprio agio nella crescente massa di informazioni sulla società. E non credo che si tratti di carenza quantitativa di insegnamento, i corsi di metodologia sono una pletora e ci sono anche bravi docenti; quindi forse i colleghi sociologi dovrebbero interrogarsi sul contenuto e i metodi di questi insegnamenti. Se sbaglio sarò lieto di ricredermi di fronte a dati certi, non a recriminazioni di maniera.
 
Questa debolezza istituzionale (anche nel senso proprio e pedagogico delle institutiones) è tanto più sorprendente perché i contributi di conoscenza della società italiana forniti dalla sociologia sono molti e importanti. Si dice che la sociologia does not deliver (quante volte ho sentito questa frase dai colleghi “scienziati”!) ma io ho una strana sensazione in proposito. Quarant’anni fa ho studiato alla Columbia University con quelli che hanno inventato i sondaggi e studiato la manipolazione dei media: basti citare i fenomenali Mass Persuasion, di Robert K. Merton; The People’s Choice e Personal Influence di Paul F. Lazrasfeld, tutti testi rigorosamente ignoti alla cultura italiana, che dall’americano, sia pure in modo spesso più che approssimativo, traduce anche il libretto di scuola dell’ultimo intimista, dimenticando però anche Mark Twain, O’Henry o Upton Sinclair e altri grandi non modaioli. In ogni caso i sondaggi sono entrati di prepotenza nella cultura italiana e nella pratica sociale di questo paese e, se dobbiamo guardare al prodotto pratico di una disciplina, è difficile trovarne uno che abbia avuto conseguenze così far reaching. Quando dico questo l’intellettuale medio sbotta in beffeggi, perché la reputazione dei sondaggi in Italia è pessima, visto l’abuso che si fa di simil-sondaggi nel mondo delle mezzefronti mediatiche. Ovviamente nessuno dei famosi “sondaggi” fasulli (tutti rigorosamente viziati dall’autoselezione) è una vera ricerca in senso proprio. Ma i sondaggi (fatti in piena regola) funzionano, nel bene e nel male, assai bene. E la circostanza che siano ormai entrati a far parte, in Italia forse più che altrove, della democrazia manipolatoria e delle manipolazioni del gusto in generale, conferma piuttosto che i sondaggi come applicativo della disciplina sociologia funzionano eccome. Il problema è che mentre gli applicativi sono conosciuti, apprezzati o disprezzati o ritenuti dannosi (ma che dire della dinamite? Forse che la sua invenzione deprecata dal suo stesso inventore ha messo in dubbio la chimica?) la disciplina di base in Italia viene invece, dalle istituzioni preposte, negata, con il risultato che si abbandona un intero settore della conoscenza ai praticoni della cui qualità Elmo Roper diceva che “i sondaggisti (pollsters) sono la professione più recente del mondo ma spesso si comportano come la più antica”.
 
Proprio per rimediare alle carenze delle ricerche di opinione condotte su criteri commerciali la European Science Foundation promosse la creazione di uno strumento di elevata qualità scientifica. Infatti al termine del maggiore esercizio di analisi secondaria della storia scientifica europea, la ricerca Beliefs in Government (BIG) (cinque volumi. Tradotti in italiano? Certo che no e su questo avrei anche da raccontare una storia carina, ma molto triste: non lo faccio solo per amicizia) largamente basata sulla rielaborazione di dati dell’Eurobarometro che si erano appunto rivelati carenti, decise con lo SCSS, Standing Committee on Social Sciences che allora presiedevo di lanciare il progetto presentato da Max Kaase di una ESS. Il progetto venne poi approvato e lanciato con il sostegno della Commissione Europea che lo riconobbe come LSF (Large Scale Facility) propria delle scienze sociali, analogamente a strutture come i grandi telescopi consortili come l’ESO. La Commissione che finanziava le spese di impianto e il coordinamento affidati a Roger Jowell a Londra, mentre i singoli membri nazionali (in Italia il CNR) si facevano carico della raccolta dei dati sul rispettivo campione nazionale con campagne di interviste a cadenza biennale.
 
“The ESS is funded jointly by the European Commission, the European Science Foundation and scientific funding bodies in each participating country. To take part, countries must find the funding to cover the costs of fieldwork and co-ordination of the survey at the national level. Initial funding from the European Commission for round 1 of the ESS was conditional on at least nine self-funding countries participating. In the event, an overwhelming 22 countries did so, with 26 taking part in Round 2, 25 in Round 3 and 31 in Round 4.An overview of the countries which have participated in Rounds 1-4 of the ESS can be found here.” (http://www.europeansocialsurvey.org/index.php?option=com_content&view=article&id=41&Itemid=73).
Come si può vedere tra il secondo e il terzo round si passa da 26 a 25 partecipanti (per poi risalire a 31): il paese che è uscito, grazie al CNR è l’Italia.
Ognuna degli iniziali 22 nazioni partecipanti nominava un National Representative che si incaricava di seguire la raccolta dei dati traducendo il questionario nella lingua nazionale, ma soprattutto curando che la metodologia e le tecniche di rilevazione fossero della più alta qualità scientifica disponibile essendo questo uno dei fini dello strumento concordato. Infine un’altra importante caratteristica della ESS, al fine di evitare la usuale appropriazione privatistica dei dati con lunghi periodi di embargo, i dati raccolti sono depositati presso il Norwegian Data Service di Bergen e messi a disposizione gratuitamente e immediatamente alla comunità scientifica. Chi ha raccolto i dati ne ha la disponibilità allo stesso identico modo di tutti gli altri. Per fare corta una storia lunga (che racconto da una altra parte) il CNR ha finanziato la prima ondata, poi è arrivato il subcommissario De Mattei e solo dopo la perorazione personale del prof. Antonio Schizzerotto il CNR ha contribuito a una parte soltanto, mentre il resto è stato messo da UNIMIB con l’aiuto di varie fondazioni tra cui la Cariplo e la Compagnia di San Paolo che si sono accollate il carico dell’ignavia del CNR. Poi non è stato più possibile ottenere nulla, ho la raccolta completa della corrispondenza con il CNR e con la ESF e la ESS da cui si deduce chiaramente l’estrema insularità della nostra istituzione i cui responsabili si comportavano come persone assolutamente non al corrente delle minime caratteristiche dell’attività che si erano impegnati a sostenere. L’unico che dimostrò, vari anni dopo, comprensione e rispetto per lo sforzo fatto dai ricercatori italiani fu l’allora presidente Pistella che però sfortunatamente se dovette andare prima di poter aiutare il team italiano.
 
Ora il CNR sta muovendosi nel senso di concentrare in unica unità tutta la ricerca nelle scienze umane (come dicono loro: le scienze sociali non esistono più o non esistono ancora, nell’obsoleto catalogo dualistico della cultura italiana, che vede solo liceo scientifico e liceo classico. Chi ha mai letto Wolf Lepenies Le tre culture. Sociologia tra letteratura e scienza (Die drei Kulturen. Soziologie zwischen Literatur und Wissenschaft, 1985) il Mulino, Bologna 2000? Siamo fermi all’inizio del secolo scorso o al più a C.P. Snow, di cinquant’anni fa (1959), bello, ma vecchiotto, esattamente come la coeva Fiat 1100 103 bicolore. E come si chiamerà questa unità? “Identità culturale italiana”, ovvio. Così l’antropologo che studia, per esempio, le culture del Medio Oriente, il sociologo che studia l’evoluzione delle città nel mondo, il cognitivista che studia gli effetti delle tecnologie sulla psicologia individuale, il sociologo che studia tecnologia e globalità, lo studioso di mobilità e degli effetti delle ICTs sul comportamento e sul ragionamento, per citare solo alcuni lemmi di un elenco lunghissimo, saranno costretti a mettere “Identità culturale italiana” nei loro progetti. Come quando si doveva dire Vanda Osiri, mescita invece di bar, bevanda arlecchina invece di cocktail e via dicendo. Il nostro paese vive in un mondo vasto di cui, nella normale carriera scolastica e nella pubblicistica media, ben poco si sa e si racconta, ma con il quale abbiamo ragioni vitali di interscambio commerciale, e in questo momento storico il CNR relega le scienze sociali (senza neppure far finta che esistano) nell’attività onfaloscettica di occuparsi dell’identità culturale italiana. “Braquer ses yeux sur le nombril“ , come dice George Brassens, e Nanni Svampa specifica “el bamburin de la mièe d’un ghisa”. L’Europa stessa, l’entità da cui dipende la nostra sopravvivenza, non può essere studiata dal punto di vista italiano (né francese, tedesco, inglese o spagnolo evidentemente) ma da un punto di vista prettamente ed esclusivamente europeo, ed è da questo punto di vista che era stata promossa la ESS. Secondo la dottrina prevalente al CNR tutto si deve invece mettere in una sorta di terrina sulla finestra dove si mettono le croste di formaggio sperando che la mistura dia origine a una nuova interessante produzione casearia. E tanto per chiarire che cosa si deve intendere per identità nazionale a capo di questo pot-pourri viene messo un signore associato di storia M-STO/02 nell’Università romana dei Legionari di Cristo, che ha idee molto chiare su cosa debba essere questa identità. “L'identità italiana non è solo genericamente cattolica, ma si definisce in funzione del Papato. La vocazione dell'Italia non è solo ospitare il Papato, ma servirlo, permettere al Papato di svolgere il suo ruolo universale. L'Italia è se stessa quando serve la Chiesa, l'Italia rinnega la propria vocazione, tradisce la propria identità, quando rifiuta la Chiesa. Alla universalità si oppone in questo caso il particolarismo, destinato ad avere il suo esito nella guerra civile, malattia plurisecolare dell'Italia. Non a caso Massimo Viglione definisce il Risorgimento come ‘una rivoluzione contro la millenaria identità degli italiani che ha provocato e tutt'oggi provoca un permanente stato latente di guerra civile’". (Agenzia "Zenit", 5 settembre 2006).
 
Poi siccome non bastava che dirigesse le scienze sociali, a questo signore, che è lì per meriti esclusivamente politici, essendo stato imposto manu militari prima dal ministro Moratti poi dal Ministro Gelmini, si affida la Vice-presidenza del maggiore istituto di ricerca scientifica del paese, posizione dalla quale organizza, con i soldi della nostra ricerca scientifica, un convegno sul creazionismo. In seguito al quale si verifica una rivolta internazionale. Obiezione decerebrata: “Ma c’è libertà di opinione”. Giusto: nel mondo delle opinioni si è liberi di dire qualsiasi cosa, anche che il Sole gira attorno alla Terra, ma nel mondo della scienza ci sono delle regole entro le quali occorre muoversi, da quelle della Royal Society che vietavano le fumisterie, alla regola di Occam, al divieto più in generale delle Umbrellaologies. Uno può anche sostenere che la Terra è piatta oppure che Adamo ed Eva sono realmente esistiti. “Non sarà convinto che il mondo è stato creato in sette giorni?”. «Non, non dico questo. Credo però che Adamo ed Eva siano personaggi storici e siano i progenitori dell'umanità. Credo che su evoluzionismo e fede religiosa nel mondo cattolico ci sia una grande confusione, su cui occorrerebbe discutere. Comunque tutto ciò non ha a che fare con i contenuti del libro e del seminario che erano prettamente scientifici» (in Credo alla bibbia e non a darwin, La Repubblica 23 dicembre 2009 p. 54, sezione Cultura). Il mondo è pieno di questi commissari tecnici del lunedì mattina che hanno inventato la macchina per il moto perpetuo. Se il CNR organizza convegni pubblici sul creazionismo, perché “c’è libertà di opinione” mi propongo per organizzare un convegnetto sul moto perpetuo con alcuni avventori del mio bar (posso anche invitarne qualcuno parigino). E a proposito di libertà di espressione ecco come la considera il vicepresidente del CNR “Mentre trovo incredibilmente incoerente che ci si possa dichiarare cristiani ed evoluzionisti. E mi chiedo come uno scienziato su queste posizioni come Cabibbo possa presiedere la Pontifica accademia delle Scienze” (La Repubblica, cit.) Se si fosse in URSS e De Mattei fosse subcommissario della Accademia delle Scienze, Nicola Cabibbo sarebbe già alla katorga in Siberia. Viva la libertà.
 
Quanto poi all’identità italiana credo che sia abbastanza chiaro cosa ne penso: in generale quando ideologi rozzi si appropriano di concetti della teoria sociale per usarli a fini politici il risultato è modesto, per essere gentili. Concordo con Alessandro Pizzorno quando afferma che identità è un termine “del quale è meglio, quando possibile, tenersi lontano”… “parola… diventata luogo di rifugio per idee incerte e per pensieri pensati solo a meta” (Il velo della diversità, p.18). Io personalmente direi molto più grossolanamente che ognuno ha l’identità che si merita, ma comunque che l’identità è un concetto relazionale. Quando sento parlare dell’identità italiana (e quindi anche mia) da alcuni personaggi intellettualmente più grossolani di un Borghezio, mi viene in mente la vecchia e non molto politically correct storiella della Guerra Fredda. Un agente della CIA viene addestrato per anni, gli si ricostruisce una identità russa fino alla quinta generazione, impara tutto perfettamente a partire dalla lingua, finché, paracadutato in Unione Sovietica, entra nel primo gastiniza che incontra e in perfetto russo, con l’appropriata inflessione locale, chiede una vodka. Gli domandano se vuole una Staro, una Bison Vodka o una Absolut, in perfetto inglese. “Come l’avete scoperto?”, si sorprende lui. “Beh, sa, da queste parti di neri se ne vedono pochini”. Se l’identità italiana nel mondo scientifico la fanno i De Mattei, non c’è da stupirsi se poi la nostra immagine è quella che è. Mettersi a rimestare sull’identità italiana in un momento in cui, come forse mai, la nostra società e la nostra economia hanno bisogno di capire cosa sta succedendo intorno, mi sembra da nincompoop prima ancora che criminale e mi auguro che nel nuovo CNR quel programma venga cambiato.
 
Ma, si dirà, queste sono opinioni. Esatto, sono opinioni che non mi tratterrò dall’esprimere nelle sedi appropriate. Il vero problema oggettivo però è il danno che il CNR di De Mattei ha fatto alle scienze sociali italiane emarginandole dal più importante strumento di osservazione comparato della storia europea di queste discipline. Buttati fuori dalla disastrosa ignavia di chi ne aveva la responsabilità, dopo che il Dipartimento responsabile e due importanti fondazioni milanesi e torinesi avevano investito centinaia di milioni per le prime due ondate di rilevazione. Come un bambino capriccioso e incosciente che arriva e spande il gelato su un prezioso manoscritto che sta sul tavolo. Ma il danno è stato fatto anche agli altri studiosi: mutatis mutandis sarebbe come se nella LSF degli astronomi il team incaricato di condurre le osservazioni su Marte o Plutone, a un certo punto scomparisse e con esso l’oggetto di studio. Vi immaginate che identità acquisterebbe agli occhi della comunità internazionale un istituto nazionale delle ricerche che facesse una cosa del genere? Bene è esattamente quello che è successo alla LSF degli scienziati sociali con l’uscita del CNR dalla European Social Survey, unico paese su 30.
  
Detto tutto questo, e a costo di venire crocefisso dai colleghi e poiché la sociologia è il tema specifico di un dibattito che si vorrebbe stimolare sul Portale, devo insistere che (indipendentemente dai meriti scientifici, e dal contributo alla cultura italiana qui e altrove, che possono essere ampiamente documentati e provati) occorre anche che i sociologi investano in una politica culturale e istituzionale che, allo stato, non c’è. Chi, rappresentando i sociologi, sta ai piani alti dell’organizzazione istituzionale della disciplina, ha il dovere di darsi una reale sveglia e di aprire un dibattito coinvolgendo anche i non pochi studiosi seri che alla rinascita e allo sviluppo di questa disciplina nel nostro paese hanno dedicato la vita. Ci sarebbero molte cose da dire e spero che la generosa offerta dell’Enciclopedia Italiana sia una buona occasione per dirle. Per ora non vorrei aggiungere altro. Posso solo ricordare l’osservazione che mi ha fatto il Rettore emerito dell’Università degli studi di Milano, Paolo Mantegazza, in una commissione in cui lamentavo che le scienze sociali erano state trattate male: “Non avete battuto abbastanza forte i pugni sui tavoli”. Passo l’osservazione a chi di dovere, ma anche, in generale, a tutti i sociologi e gli scienziati sociali italiani. Fatevi sentire se non volete sparire.
Lascia la tua opinione nel FORUM >

Bibliografia  

Laura Balbo, Giuliana Chiaretti, Gianni Massironi, L’inferma scienza, Il Mulino, Bologna 1975.
Alwin Gouldner, The Coming Crisis of Western Sociology, Basic Books, New York, 1970.
Phillip E. Hammond, Sociologists at Work: Essays on the Craft of Social Research, Basic Books, NY, 1964.
Wolf Lepenies, Le tre culture. Sociologia tra letteratura e scienza ( Die Drei Kulturen, Carl Hansen Verlag, Munchen 1985) Il Mulino, Bologna 1987:2000.
John Madge, The Origins of Scientific Sociology, Free Press, Glencoe, Ill. 1962 (tr.it. Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia, Il Mulino, Bologna 1962).
Alessandro Pizzorno, "Sociologia e storia della sociologia" in Guido Martinotti e Alberto Quadrio Curzio (a cura di), Guida alla laurea in Scienze politiche, Il Mulino, Bologna 1994, pp.76-83.
Il velo della diversità, Feltrinelli, Milano 2007.
Leggi tutto
(26071 battute)
Link al web internazionale

  http://www.esf.org/

  http://www.europeansocialsurvey.org/

  http://erc.europa.eu/

  http://www.nsf.gov/sbe/ses/

  http://www.acadeuro.org/

Aggiungi un tag
Per contribuire a catalogare le risorse del sapere inserisci delle parole chiave
MyTreccani Commenta Pubblica su blog o sito
Condividi Tieni d'occhio Segnala alla redazione
COMMENTI
Nessun commento presente
 
VEDI IN TRECCANI
FORUM

  Sociologia in Italia: suicidio o omicidio?

COS'E'

  Sociologia

VOCI CORRELATE

  Ricerca scientifica e tecnologica

  Politica della ricerca

  Identità

  Questionario

  Sondaggio

  Campione

  CNR

PERSONAGGI

  Talcott Parsons

  Max Weber

  Robert K. Merton

  Paul Felix Lazarsfeld

  Alessandro Pizzorno

CONFRONTA IN RETE
  Google (IT)
  Wikipedia (IT)
  Answers (EN)
  Brockhaus (DE)
  Larousse (FR)
Hai bisogno di tradurre la voce?