Nelle migliaia di italiani che inviano ai giornali o a qualche sito serie e talvolta sdegnate mail su presunti errori e orrori di lingua, individuati sulla stampa o ascoltati da politici e altri personaggi famosi alla radio o in tivvù, lo storico della lingua Luca Serianni “tocca con mano” «il forte investimento simbolico legato alla lingua, anche in minuti aspetti del suo funzionamento» (Prima lezione di grammatica, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 47), una vera «passione» che non perdona. Amiamo la nostra lingua e siamo pronti a difenderla dai presunti soprusi perpetrati a suo danno, specialmente se l’autore del misfatto è un personaggio pubblico, di rilievo nazionale. Come a dire: tu, che in qualche modo ci rappresenti, non puoi permetterti di tradire la nostra lingua, il cui uso ci accomuna, dandoci un’identità condivisa.
Antonio Di Pietro nello «stupidario»
Può capitare – anzi, non è fatto raro – che l’indignazione, la denuncia e la reprimenda prorompano dal petto di un italiano colto, che ha a che fare, per mestiere, con l’uso delle parole. È il caso, recente, di Guido Quaranta, esperta firma del giornalismo politico. In un articolo del 23 gennaio 2009, intitolato Lessico poco disponibile (http://espresso.repubblica.it/), Quaranta se la prende con il lessico ora «ineffabile» (tanta è la sua bruttezza, s’intende), «inflazionato», «bislacco», «altisonante e inconcludente», «astruso o straniero» di tanti dei cosiddetti “nuovi” politici. In particolare, l’esordio dell’articolo è dedicato a una parola e a un personaggio ben definiti: «Giorni fa, l’onorevole Antonio Di Pietro ha coniato un nuovo verbo: attenzionare. E, conversando con un cronista, lo ha disinvoltamente coniugato al participio passato: “attenzionato”». «Non se ne sentiva affatto il bisogno», commenta Quaranta, aggiungendo che il vocabolo va ad arricchire quel «voluminoso e grottesco» «stupidario» che è il «lessico della Seconda Repubblica».
Certo, nei giorni seguenti l’onorevole Di Pietro è stato al centro dell’attenzione per altre parole, meno inconsuete e più pesanti («il silenzio è un comportamento mafioso»), che gli hanno meritato un’indagine della magistratura per offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica. Ma, linguisticamente parlando, va preso atto che Di Pietro è proprio fatto così, oscilla tra i poli del burocraticismo togato e la schiettezza forzata. Noi, ora, prendiamo in esame soprattutto il primo polo, cominciando dal verbo attenzionare, che è tanto dispiaciuto a Quaranta.
Attenzione, il verbo non è nuovo
Attenzionare, cioè ‘sottoporre all’attenzione’, ‘fare oggetto di attenzione’, non è però un «nuovo verbo». Basta farsi un giro in rete. Volendo rifarci non a scritture più o meno anonime ma ad esempi certificati, possiamo risalire almeno al 2007. In un articolo comparso sul suo blog (www.nandodallachiesa.it/public/index.php), intitolato, guarda guarda, Come ti attenziono il vescovo, il politico Nando dalla Chiesa – che è anche uno scrittore di stile e di sostanza – riferisce di una comunicazione burocratica della questura di Genova, nella quale l’arcivescovo Bagnasco viene definito «persona attenzionata». «Proprio così – commenta dalla Chiesa –. Persona attenzionata. Vedi, vedete? Lo stesso computer mentre scrivo questa baggianata me la sottolinea in rosso (mentre invece non mi sottolinea baggianata) proprio per dirmi: amico mio, ma che cavolo stai scrivendo?». Un altro passo indietro? L’esperto di lingua italiana del «Corriere della Sera», Giorgio De Rienzo, nel 2005, a domanda postagli da un perplesso lettore e pubblicata sul sito del quotidiano milanese, risponde che attenzionare è «un termine, dal significato ovvio, introdotto dal linguaggio burocratico». «Non ne caldeggerei l’uso», chiosa De Rienzo con sobrio eufemismo. Dalla Chiesa scrive che attenzionare manco si trova nei dizionari; De Rienzo, invece, sa, e lo dice, che il verbo è registrato nel Grande Dizionario italiano dell’Uso diretto da Tullio De Mauro, ove è così definito: «nel linguaggio burocratico, avvisare, allertare: a. le forze dell’ordine». Come prima attestazione nell’italiano scritto, il GDU pone l’anno 2001, fonte il «Corriere della Sera». Anche qui, si può correggere il tiro. Nella sua raccolta di neologismi, il Dizionario del nuovo italiano (Newton Compton Editori, Roma 1997), Claudio Quarantotto censisce attenzionare e scrive che l’ha trovato, a sua volta, in un altro dizionario, il Dizionario della politica italiana (ed. Pisani) di Gino Pallotta. La definizione di Pallotta, che fu sapiente cronista parlamentare, sembra riassumere al meglio sostanza tecnica oggettiva e spirito combattente di impronta puristica: «mostriciattolo del lessico burocratico, trasferitosi tuttavia, talora, nelle aule parlamentari». Correva l’anno 1964...
Ma quando è troppo, è troppo
È noto, nella fisica come nell’esperienza quotidiana, che la quantità può trasformarsi in qualità – in positivo come in negativo –. Così, negli anni Sessanta e poi per lunghi anni ancora, attenzionare resta nell’ombra: qualcuno, tra i politici, lo usa, «talora». Se però l’uso dilaga, allora può succedere che la soglia d’attenzione sul singolo fenomeno linguistico venga varcata, cosicché la coscienza linguistica comune reagisce, colpita nel gusto estetico che viene eretto a sensibilità grammaticale. La parola burocratica, sulle labbra del politico di turno, diventa simbolo di un modo artificioso di porsi rispetto ai cittadini e, come scrive Quaranta, «la grande speranza di avvicinare la politica ai cittadini? Un flop». In verità, attenzionare, in sé e per sé, come oggetto lessicale, non è né brutto, né bello; né tanto meno scorretto. Come succede ai puristi (anche quelli esperti di lingua) di tutti i tempi, quello che non piace è l’abuso, l’inflazione. E non piace, poi, il tecnicismo, soprattutto se trasferito in altri ambiti della lingua. Dal linguaggio burocratico, proprio degli uffici e delle questure, a quello politico, giornalistico e, magari, poi addirittura nella lingua comune? Affè, non sia mai, lesa maestà. Ma in realtà siamo di fronte a procedimenti comunissimi di propagazione dell’uso e di allargamento dei significati, ben noti nella storia della nostra lingua. È una questione di stile, usare o non usare attenzionare; e, magari, di sensibilità per la situazione e il contesto sociolinguistico in cui si è collocati nel momento in cui si deve scegliere se usare o non usare un verbo che porta ancora impresso su di sé un marchio settoriale. Chi scrive queste righe non lo userebbe mai, per esempio, se non per tentare di rinverdire i fasti della parodia calviniana dell’antilingua burocratica.
Attergare, disdettare, relazionare
Quanti sono i verbi ricavati da sostantivi con l’aggiunta della desinenza –are che il linguaggio burocratico-amministrativo ha forgiato in passato e che, spesso contrastati dai puristi del tempo, sono egualmente penetrati nella lingua comune, talvolta con il significato originario, talvolta piegandosi a nuovi usi estensivi o figurati? Tanti. Protocollare e vistare erano neologismi che facevano storcere la bocca agli inizi del Novecento. Per non parlare di attergare, disdettare, dimissionare, relazionare. Oggi chi se la prenderebbe con scadenzare o convenzionare? Denominare, detassare, dilazionare, elencare, interpellare, paragrafare, regolamentare, reimpiegare, totalizzare erano verbi tutti presi, in vario modo, di mira dai puristi ottocenteschi. Se ne fece a meno allora? Se ne potrebbe fare a meno, oggi?
Altra faccenda è quando il lessico burocratico viene adoperato di proposito o a sproposito per rendere complicata la vita al cittadino che ha a che fare con i prodotti della pubblica amministrazione a lui diretti, come norme, avvisi, bandi, circolari, moduli, bollette. Quando cioè tutta l’armatura retorico-linguistica di strumenti che dovrebbero essere interpretabili e adoperabili con facilità dal cittadino si rivela invece ostacolo alla trasparenza, alla comprensione, alla tutela dei diritti e all’assolvimento dei doveri.
Dalla toga alle maniche di camicia
Qui, però, il povero attenzionare usato – e non per primo! – da Antonio Di Pietro non ci azzecca per niente. Azzeccarci... Di Pietro è famoso per il suo parlar diretto, colloquiale, popolare e popolano, impetuoso e talvolta sintatticamente rustico, venato di tracce regionali e dialettali meridionali, piuttosto che per qualche burocraticismo giuridico che ogni tanto gli scappa da sotto la toga riposta qualche anno fa nell’armadio prima di entrare in politica. Quand’era ancora magistrato della pubblica accusa, al termine del famoso “Processo Enimont”, si racconta che se ne uscì così: «“Ammazza...” Nel momento più importante Antonio Di Pietro ha aggiunto un altro nuovo termine al “dipietrese”, il vocabolario di norme ed emozioni scritto dal giudice più famoso d’Italia nei mesi di un processo che ha già fatto storia. “Ammazza” ha detto il leader del pool Mani Pulite quando ha sentito che i giudici erano stati più severi di lui» (dalla «Repubblica» del 29 aprile 1994). Era già così, l’uomo. Convinto, come tanti dei protagonisti di spicco della cosiddetta Seconda Repubblica, della necessità di essere (e di farsi) personaggio in grado di comunicare con immediatezza, incisività, prontezza sulla ribalta prevalentemente mediatica della politica dei duelli, degli slogan, delle battute sapide. Cominciando dalla farina del proprio sacco. Che per Di Pietro è il modo spiccio e genuino del contadino, scarpe grosse cervello fino, che sa rimboccarsi le maniche della camicia e dire col suo forte accento dialettale: «Ormai i giudici fra tre o quattro giorni sono gli elettori e continuare a dire “quello è brutto e cattivo, quello è brutto e cattivo” non serve più a niente. Diciamo quel che possiamo fare noi, che riusciamo a fare noi, con quelle casse vuote che ci lasciano, è tutto lì. Con tanta serenità, non stando a impazzire presso l’avversario» (si noti quel presso da verbale giudiziario, in mezzo a tanta colloquialità disinvolta; trascrizione del passo di un intervento fatto il 3 aprile 2004 da Di Pietro nel corso della trasmissione “Iceberg” su Telelombardia, citato da Laura Sala nel suo contributo Tra retorica e semplicità: un talk-show lombardo (“Iceberg”), in AA.VV., L’italiano al voto, Accademia della Crusca, Firenze 2008). Oppure, venendo a tempi recenti: «I lavoratori che vengono mandati a casa o che so’ precari delle aziende, o che so’ precari dello Stato, sempre morti di fame sono», in “Ballarò” del 27 gennaio 2009.
Politici sgrammaticati?
Se la paroletta di sapore dialettale, l’anacoluto da taverna o, viceversa, il residuo burocratico, la trovatina aziendalistica (le tecnicalità e il know how berlusconiani, per esempio) sono elementi di una strategia di autocostruzione dell’identità da parte dei leader politici, sempre attivi sulla scena mediatica per combattere una perenne campagna elettorale, allora il vero problema della lingua della Seconda Repubblica potrebbe essere un altro.
Ecco come la pensa in proposito Luca Serianni, che risponde alla domanda Come trattano gli attuali politici la grammatica italiana? (in L’italiano al voto, cit., p. 553):
«[...] la tecnica pubblicitaria del messaggio elettorale tende a identificarsi sempre più con una pura tecnica pubblicitaria, indifferente rispetto al prodotto da vendere. Se questo è vero, a soffrirne è magari la consapevolezza civica del Paese, l’effettiva capacità dell’opinione pubblica di maturare un giudizio politico, non certo la grammatica. Se di grammatica diamo una definizione ampia (per esempio: ‘insieme dei meccanismi di uso di una lingua, che ne rispecchi i requisiti testuali e pragmatici’), non c’è dubbio che i pubblicitari – e i politici che si sforzano di seguirli a ruota – siano grammatici sopraffini, che conoscono tutti i mezzi per strutturare bene un messaggio e per assicurarne la massima efficacia possibile. Non sarei altrettanto comprensivo se dovessi giudicare non da storico della lingua, ma da cittadino pensoso. Ma questo è un altro discorso».
Silverio Novelli