La sbronza ai tempi di Youtube
Binge drinking locuzione nominale inglese [propriamente ‘bevuta’ (drinking) ‘della gozzoviglia’ (binge)], usata in italiano come sostantivo maschile. – (neologismo) L’ubriacarsi fino allo stordimento non come pratica quotidiana, ma in occasione di feste di fine settimana o singole serate trascorse in locali, insieme ad altre persone.
Ubriacatura, sbornia, sbronza, ciucca, cotta… Niente da fare: il tradizionale magazzino per il rifornimento lessicale è in disuso. Non bastano le vecchie parole di un tempo per definire fenomeni tipici della contemporaneità metropolitana. Anche se sembrano parenti – figli?, fratelli minori? – di certe abitudini di massa proprie della modernità, si stenta a riconoscerli, perché vengono subito ricoverati nel laboratorio sterilizzato dove si parla la lingua medica internazionale. Sono studiati con occhio e metodi clinico-statistici che intrecciano epidemiologia e psichiatria. Diventano presto sindromi dalle caratteristiche marcate, indicizzate in un archivio pronto a partorire statistiche e a ingigantire l’allarme sociale. Le vecchie parole, adatte a descrivere (e connotare, soprattutto) i vecchi comportamenti, che sfuggivano ancora alla medicalizzazione totale, sono inservibili.
Inservibile ubriacatura (presente dagli inizi dell’Ottocento nell’italiano scritto), la parola dell’italiano standard, perché disegna una cornice generica intorno al fenomeno di cui parleremo; inutilizzabili per l’appartenenza a un registro informale e colloquiale gli altri vocaboli, che, tra l’altro, trascinano con sé, oltre a zaffate di odori poco raccomandabili, una connotazione spesso scherzosa e ironica: sbornia (dal 1841), sbronza (dal 1905), ciucca (la più anticamente attestata di tutte, dai primi decenni del Trecento).
La ciucca di Cecco d’Ascoli
Sia chiaro: queste parole (tra le molte altre di grande espressività più caratterizzate per l’appartenenza a questo o a quel fondo dialettale e regionale) le abbiamo ancora e sempre a disposizione, nella loro veste sanamente popolare e bettolaia che sfugge alla seriosa ricostruzione scientifica dell’etimologista (non si sa da dove traggano origine, le tre parole); ci accompagnano dai tempi di Cecco d’Ascoli (ciucca: «ciascuno dall’aria / Turbata sente subito in sé ciucca, / Se d’altra qualità si mostra varia»), Massimo D’Azeglio (sbornia: «è però un miracolo che la malattia non v’abbia fatta strage colla poca pulizia e le molte sborgne che vanno prendendo que’ villani»), Aldo Palazzeschi (sbronza: «Prendeva certe sbronze per le quali gli rimaneva inerte fra le braccia, tramortito») e sono sempre disponibili per uno dei classici quesiti da trivial pursuit esistenziale: «Quando hai preso la prima sbronza (o sbornia o ciucca o…) in vita tua?».
Con questo non si vuole dire che dietro la sbornia, nonostante la simpatia che può suscitare la parola, non si siano potuti nascondere drammi, esistenze stracciate da forme di alcolismo più o meno palese durate una vita, o stracciate dagli ubriachi diventati pirati della strada e killer, come detta quotidianamente la cronaca. Ecco, qui siamo giunti al limite. Sbronza, sbornia, ciucca non sembrano adattarsi nemmeno un po’, con la loro bonaria e amarognola camminata sghemba, al groviglio inestricabile di implicita violenza, spensieratezza sospetta e irresponsabilità che sembra caratterizzare l’atto compiuto dai giovani (di solito) guidatori ubriachi, specialmente nelle notti di fine settimana. Ai quali spesso non sembra essere estraneo il fenomeno piuttosto recente, legato all’ubriachezza, già comunque da tempo descritto, come sempre, da agguerrite équipe di studiosi laddove la civiltà e l’inciviltà metropolitana danno il meglio di sé con anni d’anticipo, cioè gli Stati Uniti e di conserva il mondo anglosassone: fenomeno che meritava una parola nuova, binge drinking, e che, negli ultimi anni, ha riguardato un numero crescente di giovani sempre più giovani di là e di qua dall’oceano, quindi anche europei e italiani.
Dalle università americane alle città europee
Binge drinking, se fossimo negli anni Cinquanta, potrebbe tradursi con “la sbronza di fine settimana”; ma sarebbe traduzione imprecisa e riduttiva per designare un fenomeno antropologicamente più insidioso e tutto contemporaneo. Il binge drinking nasce nelle università americane (www.forbes.com), si estende ai college inglesi, epidemizza l’Europa delle città e delle località di villeggiatura, dove, in appartamenti privati o in giri serali e notturni di locali, gruppi di giovani si incontrano due o tre volte la settimana (o anche meno – classico anche il solo sabato sera) con l’obiettivo esclusivo di ubriacarsi, bevendo come minimo 4-5 bicchieri colmi di alcolici (birra, drink, aperitivi, superalcolici) i ragazzi, come minimo 2-3 le ragazze. Studenti modello, al limite; ricchi di gadget tecnologici, vestiti alla moda, non privi di denaro, le ragazze e i ragazzi dediti al binge drinking (c’è un nome anche per loro: binge drinker) partecipano a un rito collettivo che ha come finalità predeterminata e ineliminabile lo stordimento e l’annullamento di sé. Recenti dati sull’Italia, forniti dall’Osservasalute dell’Istituto Superiore della Sanità, da correlare con quelli europei, presentati dall’Eurobarometro sugli Atteggiamenti verso l’alcol (Attitudes towards Alcohol, ottobre-novembre 2006 http://ec.europa.eu/), mettono in evidenza la schiera crescente di binge drinker: in Europa la fascia d’età più interessata alla bevuta con solo scopo di ubriacatura “da sballo” è quella dei giovani tra i 19 e i 24 anni, col 19% sul totale dei binge drinker; in Italia, circa il 7% dei dediti al binge drinking ha tra gli 11 e i 18 anni (la regione col primato negativo è il Trentino).
Per cercare di arginare il fenomeno del binge drinking e, più in generale, del consumo di alcolici e superalcolici tra minorenni, alcuni Comuni italiani hanno cominciato a intervenire con sanzioni amministrative tese a punire la vendita di superalcolici a minorenni (o minori di 16 anni), come a Monza e Caltagirone, o, in soprappiù, a sanzionare la cessione di bevande alcoliche a minori di 16 anni (come a Milano), con lo scopo di colpire il comportamento dei ragazzi maggiorenni che acquistano per conto di quelli che sono ancora nella minore età (cfr. Le multe della discordia, a cura di Susanna Marzolla, sul quotidiano «La Stampa» del 21 luglio 2009). A livello europeo, si annunciano nuove e più allarmate sessioni di studio e si enuncia la volontà di prevenire e ammonire, utilizzando anche i canali mediali preferiti dai giovani, come Youtube e Facebook (http://salute24.ilsole24ore.com/).
Prima gozzoviglia, poi sindrome alimentare
Tornando alla locuzione, in italiano, in verità, qualche precursore di binge drinking era già comparso. Intanto, il sostantivo angloamericano binge, alla lettera ‘gozzoviglia, baldoria’, usato anche in italiano dal 1999 (come documentato da Giovanni Adamo e Valeria Della Valle in Neologismi quotidiani, Olschki, Firenze 2003, s.v.) col significato di ‘disturbo del comportamento alimentare consistente nel mangiare e nel bere in modo eccessivo, sottratto a ogni controllo’. E già alla fine degli anni Novanta nel mondo anglosassone gli studiosi parlavano specificamente di Binge Eating Disorder (in italiano: sindrome da alimentazione incontrollata), in riferimento a una sindrome alimentare caratterizzata da rapida alternanza di periodi di bulimia e di anoressia. Di Binge Drinking hanno scritto tra i primi a livello scientifico, negli USA, H. Wechsler, G. Kuh, e A. Davenport nel 1996, nello studio Fraternities, sororities and binge drinking: Results from a national study of American colleges, NASPA Journal.
Il vocabolo binge nel 1854 è già attestato come forma dialettale negli Stati Uniti nel significato di ‘sbronza’, mentre per arrivare a quello di ‘gozzoviglia di cibo e di alcolici’ bisogna giungere alla fine degli anni Dieci del Novecento. Per americani e inglesi, tra binge ‘sbronza’ e binge drinking c’è una sorta di continuità formale e, in parte, semantica; per noi, tra sbronza e binge drinking passa una faglia plurisecolare tra due mondi e due civiltà, ricomposta però dagli attuali flussi pervasivi di comportamenti e mode planetari.
Silverio Novelli