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Farabutto e filibustiere

Fa quasi sorridere che certe parolette aggressive come farabutto vengano usate come epiteti spregiativi nella vita reale e iperreale dell’insulto e del turpiloquio pubblico e privato o nella realtà vitale e virtuale di comici film d’avventura piratesca e di solidi fumetti western all’italiana: sembrano decalcomanie disneyane – gambadilegni, macchienere, longjohnsilver, jacksparrow –, figurine da raccogliere nell’album della memoria, un po’ come ha fatto Umberto Eco nel romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana. Eppure, vengono richiamate in vita, talune, e spese nel commercio dell’invettiva politica, coram populi. Se il discorso politico si fa populistico, la parola torna a essere pop. Non fa una grinza. Ciò rende legittima la nostra curiosità per l’anima storico-etimologica che si nasconde dietro la maschera del significante. Che cosa racconta di sé e del mondo degli umani questo farabutto, oggi racchiuso nell’accezione di «mascalzone, persona capace delle peggiori azioni» (Vocabolario Treccani)?

Lanzichenecchi e predoni
 
Racconta di bottini, prede, saccheggi, mercenari lanzi e saccomanni. Siamo nel Cinquecento. Mentre è ancora in fieri la formazione dei grandi eserciti nazionali territoriali, espressione militare delle grandi potenze monarchiche europee, il tempo della guerra è ancora battuto da bande di milizie mercenarie, al servizio di questa o di quella potenza locale, ma anche del papato o degli imperiali. “Il mestiere delle armi” è esercizio di bande di rozzi e indisciplinati combattenti capeggiati da capitani di ventura, pronti a conquistarsi la paga del soldato (bottino) col saccheggio e la distruzione. Uno dei condottieri italiani più famosi del Rinascimento è il mediceo Giovanni dalle bande nere, che fu capace di trarre da marmaglia mal accozzata una forza militare disciplinata e coesa. «Giovanni de’ Medici co’ cavalli leggieri; e accostatosi più arditamente perché non sapeva che avessino avute artiglierie, avendo essi dato fuoco a uno de’ falconetti, il secondo tiro roppe la gamba alquanto sopra al ginocchio a Giovanni de’ Medici; del quale colpo, essendo stato portato a Mantova, morì pochi dì poi», racconta Francesco Guicciardini nella Storia d’Italia. Muore Giovanni e nessuno sa più opporsi alle truppe imperiali capeggiate da Carlo di Borbone. Truppe di lanzichenecchi, truppe di fanteria reclutate per tutto il territorio del Sacro Romano Impero: lingue diverse (tedesco, spagnolo, italiano…), unica povertà, medesima avidità di saccheggio. Così, nel 1527, si compie il sacco di Roma. Ancora Guicciardini: «Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dì seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore».
 
«Zelandesi e Faibutri»
 
Agli inizi del Settecento l’italiano conosce già l’accezione figurata di farabutto ‘mascalzone’. In questo brano secentesco di Francesco Fulvio Frugoni (1620-1686), la parola (qui nella variante ferrabuto) sembra oscillare tra il significato originario e proprio di ‘soldato di ventura, masnadiero’ e quello estensivo di ‘mascalzone’: «Si mantengono stipendiarie torme di guarda spalle, di guapi, di buli, di malandrini, di ferrabuti, di sbandeggiati, di assassinanti, di mandatari, per ispogliar gli uomini di quella vita, alla cui istituzione e preserva tanto s’affaccendò e invigila quella natura, che sospira i suoi germi divelti dal suo seno ad un colpo di spada e ad un vomito di piombo». Agli inizi del Seicento, il romano Bernardo Bizoni, in un diario di viaggio, aveva colto, per la prima volta in italiano, il termine nel suo significato tecnico di base, riferito a una realtà precisamente localizzata, scrivendo del «pericolo di Zelandesi e di Faibutri, di questi ne trovavamo sulle forche e sulle rote […] che il giorno avanti avevano rubato quaranta cavalli di quei che tiravano le barche sul Reno». Faibutro, che verrà successivamente adattato in farabutto, reca su di sé il segno dell’adattamento formale della voce tedesca Freitbuter. Il riferimento agli Zelandesi ‘olandesi’ è sostenuto anche dall’etimo: Freitbuter ‘predone (di mare)’ deriva dall’olandese vrijbuiter ‘libero cacciatore di bottino’, composto di vrij ‘libero’ e buit ‘bottino’. Il linguista Erich Poppe, citato nel DELI, s.v. farabutto, commenta: «potremmo […] non errare presumendo che il termine tedesco designante il soldato predone venisse assunto dagli Italiani combattenti nell’esercito di Fiandra, e dai reduci lombardi, romani e napoletani portato in patria, dove, nei singoli territori, poteva assumere poi significati secondari più o meno lontani da quello originario». Va segnalato che il faibutro/farabutto è considerabile l’allotropo “terrestre” del “marittimo” filibustiere, parola che ha la stessa etimologia di farabutto ma è nata più tardi per designare quella «società di avventurieri francesi, inglesi, olandesi, che, dopo la sconfitta dei Bucanieri, occupate alcune isole del Golfo del Messico, continuarono la campagna piratesca contro le navi spagnole, e le città e i paesi costieri» (Dizionario di marina medievale e moderno). Su terra ferma, il soldato di ventura, il masnadiero, è faibutro; per mare, sarà filibustiere. Da ricordare che, nei loro significati estensivi, farabutto e filibustiere non sono distanti, possono in parte sovrapporsi, ma restano distinti. In filibustiere è più avvertita la presenza del sema ‘senza scrupoli’, specialmente con riferimento ad affaristi dalla condotta avventurosa e versata al raggiro, all’imbroglio. Chi è farabutto ‘mascalzone, malfattore’ certamente troppi scrupoli non se li fa, ma non specificamente nelle faccende di soldo.
 
Silverio Novelli
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