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Self-publishing, l'editore fai da te

Scritto fatto, parafrasando il noto detto sulla rapidità di realizzazione di una cosa appena decisa. Nel caso della pubblicazione delle migliaia e migliaia di testi (soprattutto di narrativa, ma anche di poesia e di saggistica) che ogni anno vengono scritti nelle case di migliaia e migliaia di italiani e che, nella stragrande maggioranza dei casi, non diventerebbero mai libri pubblicati da una casa editrice, regolarmente immessi sul mercato tradizionale, va detto che il fenomeno del self-publishing giunge rapido ed efficiente in parziale soccorso. Certo, la ‘pubblicazione a proprie spese di un libro (o di altro prodotto mediale)’ non è fenomeno di oggi. Oggi, però, qualcosa di diverso c’è, rispetto al passato: non bisogna sottostare alle forche caudine delle case editrici che pubblicano a pagamento, né sobbarcarsi le fatiche dei rapporti diretti e privati con la copisteria o la tipografia sotto casa. La novità sta nel fatto che, se pure un intermediario c’è, i suoi servizi sono rapidi: si accolla l’impresa di gestire la catena di lavorazione del prodotto grezzo (il testo), portandola a compimento fino alla confezione del libro, al quale offre una vetrina promozionale. Qualcosa da pagare c’è, naturalmente: la carta, la copertina, la stampa delle copie richieste dall’utente. Il tutto evitando completamente il circuito produttivo e commerciale standard.

Stampa su ordinazione
 
Si tratta di (citiamo dalla presentazione uno tra i più frequentati siti italiani di self-publishing; HYPERLINK http://ilmiolibro.kataweb.it/default.asp) «un servizio on line che ti offre la possibilità di stampare un libro in pochi minuti. Scegli il formato, la rilegatura e il colore degli interni, crea la tua copertina in pochi semplici passaggi e vai in stampa. Puoi stampare quante copie vuoi, anche una sola. La stampa di un libro costa pochi euro, e lo ricevi a casa in pochi giorni con un servizio di spedizione veloce che ti consente di controllare in ogni momento lo stato della tua spedizione. E se vuoi puoi mettere il tuo libro in vendita sul sito: il prezzo lo decidi tu. Scrivi la presentazione del tuo libro e promuovilo on line!». Magie della rete della condivisione. Scritto fatto, appunto. Perdipiù, non di rado, i server di self-publishing permettono anche la produzione in formato multimediale di video e cd musicali. Il fenomeno del self-publishing ha gran successo, in tutto il mondo. A cominciare dagli Stati Uniti, nel 2002, quando nasce l’attuale capofila del mercato del print on demand, vale a dire della stampa su richiesta, lulu.com (HYPERLINK http://www.lulu.com/it).
 
Come sempre l’inglese
 
Se abbiamo a che fare con fattori tecnologici connessi a una dimensione produttiva, sappiamo che ciò che di nuovo si esprime nella realtà avrà quasi certamente il marchio linguistico dell'inglese (angloamericano, di solito). Anche nel campo dell'editoria personale e del testo (o libro) fai da te - queste le locuzioni più in voga per rendere in italiano i fenomeni di cui stiamo trattando - accade precisamente che la forza d'impatto, il diffondersi, il successo delle “cose” importate siano veicolati dalla lingua che quelle “cose” ha definito in origine, con tutta l'aura di prestigio emanata dalla lingua in questione, l'inglese ubiquitario, globale, affaristico-tecnicistico degli ultimi quarant'anni. Ecco perché si impone nell'uso l’espressione print on demand, presente in italiano dal 2000, inizialmente con riferimento esclusivo alla stampa digitale di titoli su carta fuori catalogo e non disponibili; successivamente allargatasi a significare la stampa su richiesta da parte di chi vuole essere aiutato a editare da sé il proprio prodotto. Ed ecco perché il termine self-publishing (in inglese dal 2001; in italiano dal 2007), ancora poco o punto censito dalla lessicografia nostrana, anche quella che si occupa di registrare le voci nuove, si fa largo sui media, a discapito dell'esistente, italianissimo, calco autoeditoria (insieme alla famigliola di corradicali: autoedire, autoeditore, autoeditrice), documentato a partire dal 2000 proprio nel significato di self-publishing, ossia (cito dal Grande dizionario italiano dell'uso di Tullio De Mauro) «forma di editoria che non utilizza canali convenzionali ma permette agli autori di servirsi specialmente di strutture informatiche per produrre e promuovere le proprie opere». Sui giornali o sui siti e portali italiani di self-publishing (un termine che ha, a metà, un'anima latina: to publish risale a PUBLICARE), specialmente con riferimento a testi scritti, cioè a opere di natura libraria, circolano anche parole come autopubblicazione («nasce un nuovo servizio in grado di offrire soluzioni per l'autopubblicazione a tutti gli autori esordienti», «La Stampa», 16 giugno 2008) e autopubblicare/-rsi («autopubblica il tuo libro, è gratuito», lulu.com/it), che, forse, rinforzandosi a vicenda nella copertura dei quadranti grammaticali, potrebbero insidiare la diffusione di self-publishing, in quanto quest'ultimo non è stato accompagnato in Italia dalla famiglia costituita dal verbo to self-publish 'autoeditare' e dal sostantivo self-publisher 'autoeditore' (ve n'è scarsissima traccia sui media, siti italiani inclusi).
 
L’energia dell’auto-
 
Difficile prevedere come si comporterà la lingua in futuro, a proposito dell'alternativa lessicale self-publishing/autoeditoria (o autopubblicazione, che copre però l'ambito semantico relativo all'attività, al suo effetto e al prodotto concreto che se ne ricava, senza riferirsi all'organizzazione editoriale intesa come istituto). Se guardiamo alla produttività dei formanti, dei prefissoidi auto- e self-, sinonimi e concorrenti nel significato di 'di sé, da sé', constatiamo che in tempi recenti in entrambi i casi c'è vigoria. Nel caso di auto- 'da sé', vetusto grecismo di diffusione internazionale nelle lingue moderne e quindi anche in italiano, si può parlare di grandissima vigoria, come sottolinea Giuseppe Antonelli (Sui prefissoidi dell'italiano contemporaneo, in «Studi di lessicografia italiana», XIII, Le Lettere, Firenze 1995, pp. 261-3): «Dalla metà degli anni Sessanta [del Novecento, ndR] in poi, con l'avvento di grandi cambiamenti nella politica e nel costume, auto- ha contribuito a innovare e arricchire una significativa fetta del nostro lessico intellettuale». Si va da autotassazione ad autocompiaciuto, da autoanalisi ad autocertificazione, da autoabbronzante ad autoemarginazione, fino a neologismi recenti come autodiscorso (1983) e autolicenziamento (1994); recentissimi come, per l’appunto, autopubblicazione e autopubblicarsi; dell’ultim’ora come auto-apoteosi, riferito alla figura di Berlusconi, posta(si) al centro del congresso fondativo del Popolo della libertà (neologismo coniato da Pierluigi Bersani del Partito Democratico: cfr. «L’Unità» del 30 marzo 2009).
 
Si difende da self-
 
L'elenco di neologismi e di occasionalismi sarebbe lunghissimo. Non è altrettanto lungo l'elenco contenente i prestiti dall'inglese con formante self-. Alcuni sono, per dir così, storici e acclimati splendidamente nella nostra lingua: self-government (dal 1852 in italiano), self-defence (1769, grazie agli scritti di Giuseppe Baretti, che risiedette a lungo a Londra), self-made man (1893), self-control (1911), self-help 'capacità di cavarsela con le proprie forze' (1877). Almeno uno tra quelli di recente importazione è noto a tutti e ormai insostituibile: self-service (1963). In generale, comunque, i prestiti dall'inglese con self- sono aumentati negli ultimi anni: dalle tre voci (self-control, self-made man, self-service) ospitate nel IV volume del Vocabolario della lingua italiana della Treccani, che è del 1994, si è passati alle 19 registrate nel Grande dizionario italiano dell'uso di Tullio De Mauro (Utet, 2007, compresi gli aggiornamenti). Sintomo di una qualche vivacità produttiva è il fatto che self- compaia in formazioni giocose di conio italiano, come nei giornalistici self-helpista 'chi ha gran fiducia nei propri mezzi' e self-sfottente 'chi è disinvolto fino al punto di deridere sé stesso'. Interessante anche il caso di semiadattamento selfenergia (1978), termine tecnico della fisica delle particelle.
 
Una partita aperta
 
È bene notare che auto- non sta a guardare. Ossia: spesso all'importazione della voce inglese con self- risponde, immediatamente o quasi, la coniazione del calco, che talvolta convive nell'uso con la forma non adattata: self-government/autogoverno (1890); self-defence/autodifesa (1896); self-help 'autoanalisi collettiva diretta ad affrontare e risolvere problemi comportamentali, di relazione o di dipendenza' (1988)/auto-aiuto (1988); self-control/autocontrollo (1942); simile a selfenergia il caso di semiadattamento self-induzione (1902), termine usato in elettromagnetismo, che era stato preceduto in italiano dal calco completo di self-inductionautoinduzione (1897). Insomma, se inseriamo la coppia self-publishing/autoeditoria (o autopubblicazione) nel contesto delle relazioni dinamiche tra prestiti dall'inglese con self- (e propaggini anglitaliane) e calchi e formazioni autonome con auto-, vediamo che l'imporsi del termine inglese non è così scontato né incontrastato. Oggi, self-publishing suona più alla moda (in o cool, se volete). Domani potrebbe dover soccombere al corrispettivo termine italiano, una volta che questo si sia stabilizzato nell'uso comune, oltre che nel linguaggio degli addetti ai lavori, forte di una maggiore trasparenza semantica e trainato dalla cospicua serie di prefissati in auto-.
 
Silverio Novelli
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