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Giuseppe Bonaviri, dal carrubo alla luna

Questo accade all’io narrante del romanzo La divina foresta (Rizzoli, 1969; Sellerio, 2008). La divina foresta è uno dei più felici esiti della «sicilianità “empedoclea”» (Gennaro Savarese) di Giuseppe Bonaviri, nato nel 1924 a Mineo (Catania) e morto quest’anno a Frosinone, dove si era trasferito all’età di 33 anni, continuando a svolgere la duplice attività di cardiologo e di scrittore, in una data che più d’altre si addice alla sua musa: il 21 marzo, inizio ufficiale della primavera, stagione della trasformazione, dell’annuale ed eterno principio del ciclo vegetativo e della reviviscenza ormonale nell’animalità terrena. È infatti metamorfico, e poi anche favolistico e misterico, l’essere vivente (sia pur esso umano) di cui, attraverso romanzi, racconti e poesie – più scampoli di teatro (www.fondazionegiuseppebonaviri.it) – Bonaviri ha declinato per tutta una vita l’oscillazione pendolare tra la matrice biologica arcaica e primordiale, sullo sfondo simbolico di una Sicilia (quella dei carrubi e dei burroni di Mineo e dell’altopiano mitopoietico di Camuti) sospesa tra preistoria, grecità e alchimie arabeggianti, e le vibranti cosmogonie dei cieli campiti di stelle, nei quali s’innalza, sovrana e sfuggente, la luna. Passata per Lucrezio e Properzio (diversas praecurrens luna fenestras, luna moraturis sedula luminibus), Selene si carica di fantasie ariostesche e infinità leopardiane. Massimo Onofri sintetizza con grande efficacia i due poli dialettici dell’ispirazione bonaviriana: «trapassato remoto e futuro anteriore». Da quella natura, in una Sicilia aurorale, terra madre incontaminata e priva di presenze umane, germina l’essere senziente indistinto, tanto animula mono-elementale del creato panteistico quanto protocellula del continuum biochimico novecentesco, che nel romanzo La divina foresta si devolve dall’iniziale semi-organicità fino a darsi prima in creatura vegetale e poi in splendido volatile. E di quale razza, volatile: avvoltoio filosofeggiante, alla ricerca di un senso che ripari l’irreparabile (la morte della propria compagna e il trauma derivatone), in un viaggio che diventa metafora dell’esistenza, protesa verso un agognato e inattinto iperuranio, identificato in una «luna che s’allontanava, volta sempre più ad aquilone, seguendo un calcolato ordine di tempo, che l’avrebbe fatta errare ancora per tre volte diecimila stagioni nel medesimo giro».

«Ero allo stremo, con le poche radici appassite, là fuori del terreno, e oltre non distinguevo se non nerità di forme e rarissime voci incomprensibili.
Non so se fu un buffo di vento in cui mi imbucai con gli ultimi resti; certo che per molto fui vuoto di pensiero; ma credo che qualcosa dovevo pur essere, forse materia che s’addensava, o puro aere mobilissimo.
Rimasi in quello stato lungamente, ma a poco a poco mi individuai in una goffaggine di forme, ebbi allegria, come fosse inusitata risonanza dentro me stesso.
“Oh, ohohoh!” dissi.
E così mi ritrovai trasformato in volatile, e cominciai a muovermi in un bianco altissimo spazio».

L’alto e divagante eloquio

«Solo il presente è impraticabile», sentenzia Walter Pedullà, individuando nella nevrosi da disadattamento alla civiltà delle macchine la spinta decisiva all’agire, se non la radice prima, della psiche poetante di Bonaviri, autore tanto grande (tradotto in moltissime lingue; più volte segnalato per il Nobel; scoperto da Calvino e Vittorini, sostenuto poi, tra gli altri, da Caproni, Sciascia e Manganelli, Michele Prisco e Salvatore S. Nigro), quanto poco presenzialista e dunque relativamente poco famoso – letto col contagocce in patria. Per praticare questa fuga di arabeschi rimbalzando tra il substrato ancestrale della terra natìa (rivissuto specialmente attraverso l’occhio, le cadenze di parola e di ritmo, la spiazzante saggezza dell’infanzia) e le ardite cosmogonie celesti, Bonaviri, nella seconda stagione della sua opera, inaugurata dal romanzo La divina foresta, si affida alla torsione straniante della lingua scientifica, frammista alle immancabili coloriture prosaiche e vernacolari che hanno il compito di tenere in dialogo remota tellus e cieli fantastici. Il corpo del divagante eloquio di Bonaviri sta comunque sospeso in alto, nel «registro linguistico colto, non privo di sedimentate risonanze del parlato e di richiami dialettali» (Toni Iermano).
Si vedano, nel brano citato, le raffinate identificazioni analogiche con ipotassi preposizionale (di) dell’astratto, tanto primonovecentesche, simboliste ed ermetiche («nerità di forme», «goffaggine di forme»); la predilezione per l’allotropo dotto, poetico («aere» per «aria»); la flessione filosofica di quel riflessivo individuarsi ‘riconoscersi, realizzarsi in una forma individuale’ («mi individuai in…»); la gnomica evanescenza di attualizzazioni deittiche («come fosse inusitata risonanza»).
 
Il sarto di stradalunga
 
E forse soltanto un po’ più di vezzo arcadico settecentesco, in ricordo amniotico del conterraneo Giovanni Meli; e un’affettuosa aderenza di superficie all’iteratività ritmica delle fiabe dell’altro illustre corregionale Luigi Capuana («La sera calava presto e oscurava le valli e portava la tramontana gelida sulle terre e sullo stradone che si incupiva»); e – sia pure – un qualche debito storicizzato e di superficie all’iconismo neorealistico (i pozzi e i puzzi d’urina dei villani, a petto dell’«odore di rose» e del «sibilo fino» della pisciatina del giovane cavallaccio ‘nobile’ tra le strade di Mineo; le smanie e le parolacce dei villani; le fatiche e gli stenti dei lavoranti nei campi estenuati dalla calura) vi sono di diverso, rispetto al secondo Bonaviri, nel Bonaviri primo, quello del fresco e immediato successo del romanzo Il sarto di stradalunga, pubblicato nei “Gettoni” einaudiani nel 1954 con convinto e azzeccato risvolto di copertina a firma del conterraneo ElioVittorini («Il valore poetico del romanzo […] è […] nel senso delicatamente cosmico col quale l’autore rappresenta il piccolo mondo paesano»). Per il resto, sul risucchio pauroso e insieme rassicurante che le presenze ctonie degli spiriti dei morti esercitano sulle anime tremule dei bambini, delle pie donne, degli uomini taciturni e severi, si erge la stessa numinosa presenza celeste della Divina foresta, che illumina sottraendo significato e irroga stupore anestetico, induce dormiveglia di larve, immobilizza il tempo umano:
 
«Sul paese era salita la luna e io, sporgendomi sullo scalino della porta, la vidi dietro il campanile della chiesa del Collegio che luccicava come una cupola di vetro. Non era mai stata così grande e bianca, senza una macchia, ed era bassa sulla piazza dove non c’era nessuno e si vedevano solo i lampioni che perdevano i contorni e sfumavano entro una polvere densa di chiarore. Le case, di fronte alla nostra bottega, parevano sospese dentro una nuvola, e donna Rosa dormiva su una sedia, accanto al letto, con le mani raccolte nella gonna in un gomitolo di luce. Pareva che tutto il paese fosse morto […]».
 
La parola è sempre alta; ma l’escursione dialettale, popolare e triviale si incarica di sciogliere il sacro nei colori domestici, rendendo credibile una mitizzazione dell’umile (fave spicchiate, un immondezzaio dove cacavano i grandi, Figlio di puttana, va’ via!, l’ortica che ci faceva spuntare l’orticaria nelle gambe, trazzere, Fai cose di grammatica pelosa? [il confessore domanda al ragazzo, intendendo: ‘ti masturbi?’], catoio ‘edificio cadente’, quartara ‘antica unità di misura usata nell’Italia meridionale’), mentre la cadenza fiabesca è assicurata dall’insistito ritmo binario delle coordinazioni sintetiche («sei fontane che brillavano e gorgogliavano», «beveva molta acqua e si bagnava le mani», «rideva e batteva le mani», «sibilavano e roteavano», «pendio cretoso e giallo», «fiori piccini e celesti», «sapore dolciastro e appiccicaticcio», «labbra verdi e unte»: in sole due paginette dell’edizione Sellerio 2006, pp. 136-137) e delle epanalessi, dove il ritmo è anche ternario se in ipnotico fonosimbolismo palazzeschiano («Ancora, ancora!», «Clo, clo, cloo», «No, no», «alto alto», «zi, zii, ziii!!», ibidem).
È grazie a questo dosaggio sapiente, fluido e lieve, di cangianti risorse di lingua e retorica che Bonaviri induce sulla pagina una «affascinata disposizione contemplativa di fronte alla “corrente ondulatoria sfuggente” che attraversa la vita, un moto perpetuo tellurico e metamorfico che scuote le cose e rimpasta continuamente su se stessa la materia del mondo» (Giuseppe Leonelli).
 
Silverio Novelli

 

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