In uno dei viaggi che fece traversando l’Italia per raccontarne le vigne, i vini e i vignaioli, Mario Soldati arrivò nei poderi annessi a Villa Betteloni, nella frazione Castelrotto di San Pietro in Cariano (provincia di Verona). Nella villa vivevano, nel 1968, e vivono ancor oggi, i discendenti degli scrittori Cesare, Vittorio e Gianfranco Betteloni (nonno, figlio e nipote, tra pieno Ottocento e prima metà del Novecento). Prima di loro, nella splendida “villa veneta” (http://www.betteloni.it/storia.htm), i Betteloni si erano già installati a partire dalla seconda metà del Seicento. Del poeta (ma anche romanziere e traduttore) Vittorio, ricorre quest’anno sia il centenario della morte, avvenuta tra le mura della Villa, sia il centosettantesimo anniversario della nascita (1840, a Verona). Le parole di Soldati (in Vino al vino, resoconto dei viaggi enoici di quarant’anni fa, recentemente ripubblicato da Mondadori)introducono bene lo scrittore Vittorio Betteloni, ispirando una certa simpatia per l’uomo che il padre Cesare, prima di morire precocemente, affidò alle cure non soltanto letterarie dell’amico e poeta Aleardo Aleardi. Soldati si riferisce, in particolare, a un’Ode al vino, scritta da Betteloni nel 1876 «con la saggezza e la sobrietà di un proprietario di terra e produttore di vino, che fu anche un vero poeta»: «Dopo aver cantato le lodi del vino quale lo si consuma in varie contingenze e in vari ambienti, il Betteloni descrive brevemente la vendemmia e le opere di vinificazione e conservazione, e finalmente, con uno scatto di stupenda freschezza, ringrazia il vino, perché appunto dalla produzione del vino la sua famiglia ricava il benessere di una vita comoda, e lui la possibilità di dedicarsi alla letteratura e di sentirsi un “uomo libero”».
Su consiglio di Mario Soldati
Leggiamo, allora, qualche verso tratto dall’Ode al vino:
Sì, o mio buon vino, a te che il mercatante
lombardo molto apprezza,
a te solo degg’io se né abbondante
vitto né agiatezza
manca ai miei cari: se non è ch’io sudi
ora, in uffici ingrati,
e invece a non pagati
dedicar mi potei leggiadri studi:
se a Destri né a Sinistri io mai non chiesi
il più lieve piacere:
se libero ai caduti e ai novi ascesi
dir posso il mio parere,
se onoranze da lor né lucri agogno,
ciò a te soltanto io deggio;
però t’adoro, e inneggio,
o vino, al nome tuo, né mi vergogno!
La cifra linguistica, stilistica, poetica ed emotiva dell’autore è già tutta in questi pochi versi, distanti da quelli del tutore Aleardi, così ostinatamente perso, quest’ultimo, ora nella «retorica vaniloquente delle liriche d’argomento patriottico», ora, con risultati estenuatamente tardo romantici, ma più convincenti, agognante «la natura primigenia», colta con intenso senso antropomorfico (Vittorio Spinazzola). La lingua e il tono di Betteloni ci portano lontano dalle arene infuocate della retorica risorgimentale, mentre addomesticano il paesaggio entro l’orizzonte realistico e quotidiano della «biografia reale» versificata (Gianfranco Contini). L’epoca dell’attivismo politico e dei fermenti collettivi è finita: il ricco possidente colto si dà agli ozi, si abbandona ai tremiti sentimentali, si concede il lusso di accettare il senso oraziano del limite.
Betteloni resta poeta nutrito di ben assimilati studi classici – anche per questo la sua poesia dovette piacere all’amico poeta Carducci –, basti vedere la permanenza di «alcuni dei poetismi più stabili e caratteristici» (Luca Serianni), come, sotto il profilo morfologico, deggio ‘devo’, perfino nell’associazione col pronome personale di prima persona posposto (degg’io), tipica della tragedia fin dentro l’Ottocento; oppure, nel campo lessicale, leggiadro ‘bello’, lucro ‘guadagno’, l’elevato agogno per desidero, il toscano e letterario mercatante ‘mercante’, definito “poco comune” dal Dizionario Tommaseo-Bellini, coevo della poesia di Betteloni. Ma si vedano soprattutto la metrica e la tessitura sintattica del verso, movimentato da inarcature e caratterizzato dalla ritmica in controtempo delle inversioni e delle tmesi.
Una sintesi contrappuntistica
In questo contesto è siginificativa la perfusione di un lessico rinnovato, di un «linguaggio volutamente andante e colloquiale» (Luca Serianni), anche per quanto riguarda l’adozione di locuzioni tipiche della lingua parlata; come ha scritto Gian Luigi Beccaria, citando Gianfranco Contini, si può dire che «Betteloni si contenta di versare […] negli “otri vecchi” metrici il “vino nuovo” del suo vocabolario», assecondando una tendenza alla narratività prosastica propria di una parte, non maggioritaria, della lirica tardo-ottocentesca (Beccaria cita Postuma di Olindo Guerrini). Sotto il profilo della sociologia letteraria, Stefano Ghidinelli, autore di una stimolante monografia su Vittorio Betteloni (Vittorio Betteloni. Un poeta senza pubblico, LED edizioni universitarie, Milano 2007), nota come Betteloni, pur distanziandosi dal tardo-romanticismo di Aleardi e Prati, resta però sostanzialmente estraneo allo sperimentalismo dell’avanguardia scapigliata: «Betteloni individua il presupposto ineludibile per un rinnovamento della poesia italiana nel dialogo con un nuovo pubblico di lettori: […] la media e piccola borghesia», avvicinandosi il lettore attraverso «una sintesi contrappuntistica tra i ritmi della “prosa” e della “poesia”, del canto spiegato e della discorsività narrativa».
Il diario lirico
Forma prediletta dal canto quieto di Betteloni è quella del diario lirico, che conferisce senso e adeguatezza alla modulazione discorsiva, intimistica del verso e alla predilezione per le umili tamerici lessicali, che «spiccano» come «macchie ad alto coefficiente naturalistico» (Luca Serianni).
O bella, un dì t’ho vista
entrar dal tabaccajo,
e anch’io facendo vista
che m’occorresse un pajo
di sigari v’entrai;
là per la prima volta ti parlai.
S’inaugura così la poco spirituale ma credibilmente umana “vita nuova” del poeta, che aggancia la bella, non incrociandola timoroso ed estatico “per via” ma entrando con cauta risolutezza dal tabaccajo, fingendo di cercare per sé un pajo / di sigari. E, subito, sovvertendo il mutismo della tradizione stilnovistica, il poeta attacca bottone con la bella. È già abbastanza, anzi, troppo, per la poesia e per la critica tradizionalista di fine Ottocento. Anche se forse c’è più di un fondo di ragione in quanto argomenta Marco Perugini, secondo il quale «le prefigurazioni tematiche e anche lessicali di certa lirica decadente e crepuscolare non riescono a tradursi nel Betteloni in una lingua poetica veramente nuova», perché «se l’analisi si sposta dal piano stilistico a quello dei microfenomeni grammaticali, i lasciti della tradizione appaiono ancora consistenti e, nel loro insieme, abbastanza significativi». Ciò nonostante, tra estro e bonomia, Vittorio Betteloni si fa leggere; anzi, meriterebbe di essere letto di più.
Silverio Novelli