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I termini del Carnevale
C’è, nella memoria, una fotografia. In Bianca (1984) di Nanni Moretti. Una foto smisurata e incombente, almeno per quello che ‘Michele’ vede (ma è poi, la nostra, un’illazione o, peggio, un’interpretazione?). Una gigantesca mascheratura “a parete”. Un carnevale che investe le casee se ne appropria.
E ancora. La fisarmonica di Roberto Benigni in Chiedo asilo (1979) di Marco Ferreri. (O è un organetto? Il tempo passa e confonde e riscrive i ricordi piùo meno lontani; i film che – colpevolmente – non si rivedono da troppo tempo). Un Benigni che passeggia tra bambini vestiti per il Carnevale. Intorno, un silenzio concentratissimo che lascia prefigurare tutta una serie di inadeguatezze per ora solo intuite.
E poi Venezia; e quel che di paradossalmente autunnale persiste nel suo carnevale in maschera (quel Settecento imposto che sembra impossessarsi della laguna a ogni giro di marea). I carri di Viareggio, l’odore di colla e di cartapesta che travàlica la soglia vetrosa dei televisori.
Tutta una serie di riscritture del Carnevale che poi, in questi anni Zero ormai quasialla fine, sono fatte con gli stessi mattoni lessicali, in fondo. Coriandoli e maschere che ci ricordano feste felliniane. Una sorta di vertigine euforica che ha dentro la musica di Nino Rota. E l’ubriacatura sfinitadi Alberto Sordi nei Vitelloni (1953. Visto che c’è presa la smania precisa per le date di uscita dei film).
Per tutti quelli che amano vestirsi da Jack Sparrow e andare in gondola: ma solo per confondere i nuovi costumicon la tradizione. Per chi ha visto cinque volte Eyes Wide Shut con la convinzione che Kubrick nonabbia fatto il montaggio finale; ma con la fascinazione che meritano i vestiti ispirati alle maschere veneziane. Per chi ha studiato per anni sui dizionari etimologici il significato originario del toponomastico Viareggio. E anche per chi confonde le ceneri in arrivo con il carnevale concluso. Ecco per chi sono (e non solo, naturalmente) i glossogrammi che seguono. (Come si dice).
 
1. Coriandoli
 
A. «Il coriandolo era, nell’antichità, il “cor glānduli”, letteralmente ‘il cuore della ghianda’, il ‘centro morbido della ghianda’: i cuori che venivano essiccati e che poi, alla fine dell’inverno, venivano sparsi davanti all’entrata delle case con un rito propiziatorio»
B. «Anticamente i coriandoli erano ‘pallottoline di gesso’ lanciate per gioco durante il carnevale. E rappresentavano una sorta di esorcismo contro ‘l’ultima neve’: un gesto che voleva propiziare la fine dell’inverno e del freddo»
C. «I coriandoli – che devono il loro nome all’uso, antico, di coprire di zucchero i semi di coriandolo – sono ‘dischetti di carta’ solo dall’Ottocento, grazie all’idea (abbiamo il nome dell’inventore!) di un tal Mangilli da Crescenzago»
 
2. Carnevale
 
A. «La parola carnevale viene dall’antica espressione spagnola “carré en llevar”, che indicava un modo particolare (a briglie trattenute) di guidare una ‘carrozza trainata in avanti’; lo stesso tipo di carro poi usato, sin dal Cinquecento, nei cortei carnevaleschi»
B. «Carnasciale (e poi carnascialesco), a differenza di carnevale, viene dall’antica espressione carne(m) laxare; vale, appunto, ‘carnevale’: ed è una forma che, affermatasi nel napoletano quattrocentesco, ha poi avuto larga fortuna grazie ai cortei»
C. «Il carnelevare era, in sostanza, legato al banchetto d’addio alla carne del martedì grasso (di là dall’uso più o meno moderno di quest’ultima espressione)»
 
3. Arlecchino
 
A. «L’origine lontana della parola arlecchino è mortuaria e cupa in un modo che non t’aspetteresti… Arlecchino era, nella visione ultraterrena dell’islamismo delle origini, Aar’-leqw-ein, il ‘demone della sabbia’ che – complice l’abbaglio prismatico del sole del deserto – accecava i viandanti e li portava con sé in un inferno coloratissimo»
B. «Da un certo momento in poi, intorno al XVIII secolo, arlecchino ha cominciato a valere anche ‘buffone’ e basta. Per una maschera, una sorta di promozione. O no?»
C. «Arlecchino di Buonconto (Monza), venerato nel Duecento come santo, era in realtà il marito di Sant’Atalanta. Seguì la consorte nel “viaggio evangelico” in Tunisia e in Algeria negli anni Venti del XIII secolo. La tradizione gli ascrive motti e detti spiritosi (insieme con una certa sprezzatura nella scelta dei vestiti da indossare) che l’hanno, nel tempo, trasformato nella maschera tradizionale che conosciamo»
 
4. Frappa
 
A. «Il nome del dolce di carnevale è diretta conseguenza della ‘banda di stoffa increspata’; la forma di nastro della frappa ha condizionato il nome del dolce»
B. «… Ti stai sbagliando… La frappa era, nel Duecento, un dolcetto tipico del novarese. Lo stesso luogo dove – per conto delle corti della Francia meridionale – si cucivano i nastrini di guarnizione delle divise. In onore del dolce tradizionale s’è poi dato il nome di frappa anche alle ‘mostrine’ delle divise»
C. «Il termine frappa ha una piena corrispondenza con tutta una serie di dolci tipici (fiocchi, fiocchetti, nastrini ecc.). La particolarità è che nel suo caso deve il nome al mastro pasticciere di Ugo di Mont-Pelière: Velino di Frappa (un paese minuscolo a dieci chilometri da Bologna)»
 
5. Maschera
 
A. «Da sempre, sin dalle sue origini, la maschera viene indossata per non farsi riconoscere… Per nascondere ritualmente, dietro a un’espressione fissa e artificiale, le fattezze reali di un individuo… Un umanità di zorri in movimento…»
B. «Maschera nel senso di ‘travestimento di tutta la persona’ è attestata già nel primo XIII secolo… Tanto che Meo de’ Tolomei si autodefiniva il Mascia, ‘il Mascherato’, per via del suo vestito verde indossato come una divisa…»
C. «Maschera vale anche come ‘atteggiamento ipocrita’; ed è un làscito del Manzoni degl’Inni: «La maschera ch’indossi / sì falso e reo ti rende, ecc.»
 
6. Febbraio
 
A. «Da sempre febbraio è il mese della ‘purificazione’. C’è un senso purgatoriale (quindi di abbandono e di passaggio) che è già definito nel nome che descrive il mese… Strano, no?»
B. «Febbraio è stato l’ultimo nome assegnato a un mese… Fino al primo Cinquecento si aveva gennaio, secondaio, marzio ecc. Fu solo in séguito alla riforma del Calendario che venne preferito l’antico nome di Fabrarius dedicato – paradossalmente, in clima conciliare – al ‘Fabbro degli Dei’, “Efesto” (o “Vulcano”)…»
C. «Fino al secolo scorso la forma preferita era febraro e febbraro; la riduzione in -aio umbro-toscana s’è generalizzata solo in tempi relativamente recenti, soprattutto grazie alle prese di posizione pirandelliane nel suo saggio Toscanismi da accogliere (1934), prima pubblicazione dello scrittore siciliano uscita immediatamente dopo l’assegnazione del Nobel»
 
7. Sfilata
 
A. «La parola sfilata viene dall’intransitivo sfilare, ‘disfare l’infilato’. Paradossale, davvero: cogliere richiami tra i ricami e le sfilate di oggi sin dalle origini…»
B. «La sfilata era, propriamente, il Defilé dei soldati, il ‘passare’ dando ‘mostra di sé’ ecc. Dallo spagnolo ensesfillada, che era il nome di un ‘movimento particolare di ripiego del plotone’: un movimento che “mimava” platealmente l’atto della ritirata in battaglia; e che veniva rappresentato in onore di prìncipi e nobili in segno di rispetto…»
C. «Nel XIV secolo sfilare significava ‘allontanarsi, andarsene via’… Sicché… il denominale sfilata (che ha però tutt’altra datazione…)… rischiava di significare l’esatto contrario: invece di ‘incedere disposti in fila’… ‘darsi alla fuga… in fila, magari…’»
 
8. Lieto
 
A. «Lieto, già attestato nel Duecento con il significato di ‘che dà allegria ecc.’, viene dal greco léetos ‘chi dimentica qualcosa’… L’inconsapevolezza momentanea che dà ‘spensieratezza’ e quindi, per incapacità di pensare, in sostanza, ‘allegria’… Una ben triste etimologia, se vuoi il mio parere… Non dimenticarlo…»
B. «Nell’uso dell’aggettivo lieto del Trionfo di Lorenzo – consapevole o no che sia – c’è davvero un senso profondo della caducità irripetibile della vita umana… In senso etimologico, dico: una percezione di felicità già destinata alla fine e all’inizio… O sto esagerando?»
C. «La parola lieto conferma con efficacia il peso del recupero colto nella storia della lingua: dal greco lutón ‘liuto’ (foriero di contentezza e di spensieratezza in assoluto) s’è avuto il latino lutāre ‘rallegrarsi suonando’. Poi recuperato in pieno Quattrocento umanista nel significato di ‘compiacersi della propria musica’, ‘comporre musica’»
 
9. Allegoria
 
A. «Allegorìa, parola greca che in italiano va accentata alla latina: allegòria, con il derivato allegorico ecc., significa propriamente ‘carrozza a quattro’ (tà legorìa). L’uso bizantino di usare questo stesso tipo di carro durante il carnevale ha generalizzato l’uso di “carri allegorici”: una tautologia, in sostanza. Una ridondanza»
B. «Allegoria vale ‘rappresentare concetti’ mediante ‘figure’… no? Quindi… Io… Prendo una figura e attraverso questa figura rivelo un’idea… no?... … … E la paronomasia cos’è?...»
C. «L’aggettivo Allegorico, propriamente ‘relativo all’allegoria’ ecc., valeva anticamente come sinonimo di ‘categorico’. Per pura vicinanza fonica. Ma era un’incomprensione»
 
10. Martedì
 
A. «Il martedì, propriamente il ‘giorno di Marte’, ovvero il Mārtis dĭe(m), ha cominciato a essere usato in questa forma (e non più il dì di Marte o il marziale, come veniva chiamato in tutti i calendari fino alla fine del XIX secolo e oltre) solo dallo scoppio della prima guerra mondiale. Il martedì dell’attentato di Sarajevo»
B. «Attendere “Il giorno di martedì grasso” è un’espressione proverbiale attestata nell’Annuario di Lombardo da Cremona. S’intendeva con ‘questo giorno’ il momento in cui, nel contado lombardo, il monastero di San Cristoforo incassava le decime dai contadini. Da qui, per cattiva comprensione della relazione con il mondo ecclesiastico, il martedì grasso è stato usato per designare l’ultimo giorno prima della Quaresima»
C. «Martedì e marzo, si sa, sono il giorno della settimana e il mese dedicati al Dio della Guerra. Che, in quanto tale, nemmeno se li meriterebbe. O no?»
 
 

 

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Pesate le vostre competenze linguistiche
di Giordano Meacci
 
I Glossogrammi, affrontati dieci alla volta due volte al mese, liberano dai rischi di un eccessivo dimagrimento linguistico; evitano - se assunti con il giusto tono – che la familiarità con l’uso della lingua italiana deperisca giorno dopo giorno. Servono, in sostanza, a tenere sotto controllo per iscritto il peso della vostra attenzione grammaticale.
Una serie di test, quiz, domande, trabocchetti e giochi di parole nascosti per mettere alla prova le proprie convinzioni (e convenzioni) grammaticali. E per rendersi conto, se è il caso, di come spesso quello che credevamo vero è invece falso; oppure è vero, , ma – come insegna il maestro Obi Uan Kenobi al giovane Luke Skywalker – «solo da un certo punto di vista». Ecco. Se vi state chiedendo cosa possa legare le forze segrete dell’universo al plurale esatto della parola ciliegia: bene. Questa rubrica è per voi. 
 

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