1.
A. 0 punti; B. 1 punto; C. 3 punti
Molto linearmente, 3 punti alla C. Dal Vangelo secondo Matteo “Omnes enim qui acceperint gladium, gladio peribunt”, ovvero ‘così tutti quelli che metteranno mano alla spada, di spada moriranno’, dovrebbe poi essere filtrato il più ‘sloganistico’ e immediato “Qui gladio ferit, gladio perit”. Che è esattamente lo stesso gioco di parole dell’italiano con cambio di fonema. Il punto della B, come si nota, non penalizza la conoscenza dell’italiano (né l’esatta considerazione di partenza): crudelmente, toglie due punti per eccesso di latino maccheronico. Che Alfieri ci perdoni per il “drammatico inverosimile” del marchese de Quedespada. Una prece, la precisazione che i duelli vanno bene solo per Conrad e 0 punti alla A.
2.
A. 1 punto; B. 3 punti; C. 0 punti
Tre punti all’incertissimo commentatore della B. Che, malgrado i dubbi e l’eccesso di cautela, spiega più o meno le “possibilità d’uso” dell’espressione proverbiale. «Abbiamo fatto trenta, possiamo fare trentuno», poi, è davvero una frase “storica”; attribuita a papa Leone X. Nel 1517, dopo aver indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali, il Leone di turno si rese conto di aver lasciato fuori dal conto un religioso del quale aveva la massima stima. Così: un po’ giocando sull’infallibilità (di là dal dogma), un po’ per non adeguarsi alle maglie strette di uno schema prestabilito, le ‘ordinazioni’ cardinalizie aumentarono di un’unità. Cosa che non si può certo dire – 0 punti alla C – per la colomba fantasma di Noè. Tanto che ci verrebbe da concludere, completando Einstein (malgrado le smentite meccanico-quantistiche), non solo con ‘Dio non gioca a dadi’ ma anche: Dio evita il ‘pari e dispari’; almeno con Noè.
3.
A. 0 punti; B. 1 punto; C. 3 punti
Il punto della B, di là dall’ – anche esagerata – elucubrazione sull’incolpevolezza tricologica, nasce dall’errore di partenza. Che investe anche lo 0 della A. Il pettine di cui si parla non è l’‘arnese per ravviare o tenere fermi i capelli ecc.’ Ma il pettine del telaio. Per usare una definizione da manuale l’‘organo del telaio formato da un riquadro di fitte stecche parallele tra cui passano i fili dell’ordito’. (Si ricordi, per retrodatare l’immagine, il Virgilio delle Georgiche, I, v. 294, arguto coniunx percurrit pectine telas). E il proverbio si fonda sul fatto che i nodi della matassa di lana ecc. non passano per il pettine del telaio se quest’ultima non è stata prima scardata. Ora. Per ripulire wittgensteinianamente il linguaggio e rendersi conto. (Anche se barando con un accostamento metaforico). Pettinatrice vale sia ‘acconciatrice’ sia ‘macchina tessile che esegue la pettinatura’. (Ruoli e situazioni da non confondere mai, evidentemente).
4.
A. 3 punti; B. 0 punti; C. 1 punto
1 punto alla C. Perché: anche l’irlandese antico avrà, molto probabilmente, un proverbio, un precetto ecc. riconducibile all’idea di ‘non accontentarsi mai di quello che si ha’ ecc., ‘invidiare una condizione diversa dalla propria che si crede, sempre, migliore della nostra’ (e in questo senso si può tranquillamente frequentare il Manzoni finale dei Promessi Sposi). Così come molto probabilmente avrà – lo stesso irlandese antico di cui sopra: i proverbi attingono a fonti comuni – un’espressione di questo tipo legata alle mire losche dei poligami. Ma: il proverbio citato non è nel libro di Bradbury: non esiste. Non ha senso ed è molto poco vicino al concetto antico di ‘ospitalità’. Chi si commuove è rimasto invischiato nel celtismo d’accatto. Soltanto: il libro di Bradbury sull’Irlanda e sulla sceneggiatura di Moby Dick è così bello da malsopportare lo zero. Che va invece alla B dei cinefili confusi. Perché (decisamente errata la datazione novecentesca), pari pari, il concetto e l’espressione si ritrovano nei classici: nelle Satire di Giovenale, in Ovidio (fertilior seges est alienis semper in agris, ‘è sempre più ricco il raccolto nei campi degli altri’), tutte con il loro portato doppio (o triplo). Una classicità anche postmoderna ben nota ai 3 punti della A.
5.
A. 0 punti; B. 3 punti; C. 0 punti
0 punti alla A, che descrive un gioco inesistente di cui – lo si dice con una certa sicurezza – nessun bambino al mondo sentirà mai la mancanza. Soprattutto per quel ciarchio così vicino all’esito etimologico del favoloso Sarchiapone di Walter Chiari. Poi: per una volta i 3 punti della B sono lineari, oggettivi e spiegano da sùbito le ragioni storiche e proverbiali dell’espressione. In modo netto. Per non venire accusati di cerchiobottismo. Concetto che porta con sé la sciagura dello 0 anche alla C. (Per la cronaca, e per la lessicografia: cerchiobottista è attestato dalla fine degli anni Novanta del Novecento). Essere confusi dal gioco per bambini della A, passi. Ma cadere di nuovo sotto i colpi di frombolieri fantasma…
6.
A. 0 punti; B. 3 punti; C. 1 punti
1 punto alla C: ma solo per le glosse ermeneutiche della prima parte. Perché: malgrado la presenza dell’abate Martino (non Martino di Tours!), la storia dei vestiti che si perdono e la figura del frate-sarto sono, di fatto, le invenzioni di un bugiardo. (Preciso nel commentare il significato di un’espressione proverbiale, magari. Ma un bugiardo). La storia (vera? Leggenda? Una comoda via di mezzo?), è quella dell’abate Martino e dello scalpellino che sbagliò a incidere sulla porta del convento la frase latina porta patens esto. nulli claudaris honesto, ‘porta sta’ aperta. Non chiuderti a nessun uomo onesto’. Ora: l’abate Martino perse il suo ruolo e la sua cappa – appunto – perché la frase (per un punto messo male), divenne porta patens esto nulli. claudaris honesto; più o meno ‘porta non aprirti per nessuno. Chiuditi per l’uomo onesto’. Per questo 3 punti alla B. (E, a proposito dell’importanza della cura linguistica, ricordiamo quello che dice Raffaele La Capria, commentando le fatiche traduttive sue e di Antonio Ghirelli, in piena guerra, in tenda, nel 1943, delle Nouvelles nourritures di Gide: «Ci sembrava che in tutto quel caos i verbi appropriati, e la giusta collocazione degli aggettivi, fossero altrettante vie di salvezza»). 0 punti al delirio della A.
7.
A. 0 punti; B. 3 punti; C. 0 punti
È pur vero che il valore gergale di cavalli ha giustamente messo in difficoltà alcune persone, negli ultimi anni (sebbene l’asciutta riconoscibilità del gergo sembri non comportare un’adeguata risposta da parte della società parlante): comunque. 0 punti alla A, del tutto inventata. 3 punti al sincretismo interpretativo della B. E, a riprova delle forme mutevoli e girovaghe dei proverbi (sposando quindi una causa di ‘metodo’ nel pieno di una proverbiale digressione), si veda – come si dice in gergo – la variante ‘Al cavallo stanco Dio manda le mosche’; poi il francese ‘Aux chevaux maigres vont les mouches’; il romanesco ‘Gni mosca va ssempr’addosso a li cavalli magri’ e così vìa, di lingua in lingua. E 0 punti alla C. È ora di finirla di calunniare il povero Tozzi, attribuendogli le croci dei racconti che non ha mai scritto.
8.
A. 1 punto; B. 0 punti; C. 3 punti
1 punto stiracchiatissimo alla A. Perché il verso di Dante è diventato proverbiale evidentemente dopo il verso del V Canto di Paolo e Francesca. L’arruffone che parla s’aggrappa al ricordo di un personaggio leggendario: Galeotto. In francese, Galehault. Proprio chi favorì l’amore tra Lancillotto e Ginevra. (In italiano, galeotto vale tanto ‘forzato, carcerato’ quanto ‘mezzano’ ecc.). All’ancora più confuso commentatore della B, 0 punti. Perché identificando nella ‘lettera’ del verso un “tutt’uno” tra personaggio, titolo, autore ecc. ha lasciato confluire la letteratura arturiana, di là dalle intenzioni, nell’Adriano Celentano di un film di qualche anno fa (Segni particolari: bellissimo). Celentano interpreta uno scrittore “il cui ultimo capolavoro” s’intitola – appunto – ‘Il mio ultimo capolavoro’. I 3 punti della C dovrebbero giustificarsi da soli nella loro iper-referenzialità di “(parziale) descrizione d’uso linguistico”.
9.
A. 3 punti; B. 1 punto; C. 0 punti
Allora: abbiamo strumentalmente barato, in questo caso, manipolando la categoria dei proverbi. È vero ma non ci dispiace. La spiegazione della B (1 punto) è falsa; però ci trova d’accordo nel merito; adeguarsi all’attualità del “dente per dente” significa – al minimo – un arricchimento sconsiderato degli odontoiatri. In più quel vago e impressionistico accenno esotico al ‘persiano’ ci riconduce, latamente, al codice di Hammurabi da cui tutto ha avuto inizio, migliaia di anni fa; e al perché dei 3 punti alla A. Perché ‘la legge del taglione’, l’oculum pro oculum et dentem pro dente (la frase latina tolta dalle leggi mosaiche dell’Esodo ecc.), se inquadrata nella giusta cornice storica (migliaia di anni fa), spiega bene come, in un’epoca non proprio segnalabile in quanto ‘rispettosa dei diritti umani’, si potesse imporre una pena equa commisurata alla colpa. Cioè, in soldoni: ‘se A ti fa un graffio, tu, B, lo puoi graffiare… e graffiare soltanto’. Non ‘uccidere, scuoiare, distruggere la sua casa, ecc. ecc.’ perché infastidito dal graffio. Che non si possa utilizzare ora una norma di migliaia di anni fa è lapalissiano. (Anche se ancora troppo pochi si lapalissano). Per le stesse ragioni finora addotte (e con il dipiù della pochezza linguistica), per avveduta attuazione della legge: 0 punti alla C.
10.
A. 3 punti; B. 1 punto; C. 0 punti
Allora: abbiamo strumentalmente barato, in questo caso, manipolando la categoria dei proverbi. È vero ma non ci dispiace. La spiegazione della B (1 punto) è falsa; però ci trova d’accordo nel merito; adeguarsi all’attualità del “dente per dente” significa – al minimo – un arricchimento sconsiderato degli odontoiatri. In più quel vago e impressionistico accenno esotico al ‘persiano’ ci riconduce, latamente, al codice di Hammurabi da cui tutto ha avuto inizio, migliaia di anni fa; e al perché dei 3 punti alla A. Perché ‘la legge del taglione’, l’oculum pro oculum et dentem pro dente (la frase latina tolta dalle leggi mosaiche dell’Esodo ecc.), se inquadrata nella giusta cornice storica (migliaia di anni fa), spiega bene come, in un’epoca non proprio segnalabile in quanto ‘rispettosa dei diritti umani’, si potesse imporre una pena equa commisurata alla colpa. Cioè, in soldoni: ‘se A ti fa un graffio, tu, B, lo puoi graffiare… e graffiare soltanto’. Non ‘uccidere, scuoiare, distruggere la sua casa, ecc. ecc.’ perché infastidito dal graffio. Che non si possa utilizzare ora una norma di migliaia di anni fa è lapalissiano. (Anche se ancora troppo pochi si lapalissano). Per le stesse ragioni finora addotte (e con il dipiù della pochezza linguistica), per avveduta attuazione della legge: 0 punti alla C.
RISULTATI
Da 0 a 10 punti: ADAGIATI: Vi lasciate cullare dai proverbi senza interrogarvi mai sul loro reale significato. Per voi è indifferente sapere se Martino ha perso la cappa, o se la famosa gatta arriverà davvero al lardo. I proverbi vi sostengono con la loro pesantezza più leggera; e voi preferite alle volte il puro suono alle storie che raccontano.
Da 11 a 20 punti: PAREMIALISTICI: Siete bendisposti nei confronti delle ricerche sui proverbi; vi appassionate a un adagio popolare con facilità. E magari vi interessa conoscere con precisione tutti i proverbi tramandati dagli anziani – i vecchi: parola migliore – della vostra famiglia. Ma gli entusiasmi sono passeggeri e una volta scovata la stessa gatta di sempre, non sapete proprio cosa dirle.
Da 21 a 30 punti: PROVERBIALI: La vostra passione è già leggenda popolare. Conoscete i proverbi e sapete farne buon uso, attingendo con consapevolezza estrema al repertorio giusto nel momento giusto. Siete i Signori delle Varianti Locali. Attenzione solo a non confondere, mai, quello che pensate voi con quello che pensano – o hanno pensato – tutti. La Gallina Vecchia è sempre in agguato.