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“Tu” e “lei” pari non sono

«L’AQUILA. “All’amministratore delegato si dà solo del lei”. Guai, insomma, a usare toni confidenziali. Questo il singolare messaggio spedito a tutti i dipendenti dell’azienda farmaceutica municipalizzata, che in città gestisce le farmacie comunali, i cimiteri e il polo per l’infanzia “Casetta Fantasia”. L’invito, che appare sotto la forma di un ordine perentorio, porta la data del 28 agosto, giorno della Perdonanza. La lettera-ordine di servizio reca la firma del Presidente della Spa interamente partecipata dal Comune […]» (dal quotidiano abruzzese «Il Centro», 10 settembre 2009).

«Non riesco a dare del lei...è + forte di me....magari inizio pure col piede giusto, ma poi parlando finisco col dare del tu... anche l’altro ieri, dovevo registrare il voto di 1esame in uni e c’era l’assistente della prof, un ragazzo abb giovane....e salutandolo gli ho detto “ciao”...solo dopo che lui mi ha guardata 1po’ male mi sono accorta della gaffe! stessa cosa mi era capitata con la relatrice della tesi…Non mi viene spontaneo, non ci sono abituata....di questo passo faro' delle figuracce anke quando 1giorno trovero' lavoro....come faccio?» (tratto da un «Forum al femminile» in rete http://forum.alfemminile.com/)
 
C’è una divaricazione, come dire, profonda, tra la richiesta – «ordine perentorio», si scrive nell’articolo –, presentata dal «Presidente della Spa», di essere interpellato dai dipendenti con l’allocutivo di cortesia lei e l’ansia naïf della studentessa universitaria che ammette di dare del tu a tutti, anche ai professori, più o meno giovani, scoprendo poi (oops…) che la cosa può non essere ben recepita. Una divaricazione che ha i crismi della tipicità: da una parte un dirigente d’azienda, probabilmente non giovane, conscio della propria posizione e autorità e intenzionato, a costo di passare per impopolare (e strambo: si veda il commento dell’anonimo giornalista del quotidiano «Il Centro»: «il singolare messaggio spedito a tutti i dipendenti…»), a farsi rispettare e a far rispettare le distanze; dall’altra, la giovane laureanda che, collocata al livello di base della gerarchia di status e competenza nell’istituzione universitaria, ha interiorizzato, fino al riflesso pavloviano, un modello esclusivamente informale di approccio con l’interlocutore.
 
C’è chi dà il cattivo esempio
 
Ha ragione l’amministratore della Spa abruzzese? Stiamo dalla parte della simpatica e disinvolta studentessa? La premessa è che nella società italiana la spinta all’interazione comunicativa va da alcuni decenni in direzione dell’informalità. Con rapidità crescente; dilagante, direbbe qualcuno. Specchio e motore dell’abbassamento generalizzato del registro e della perdita progressiva di attribuzione di significato al rispetto dell’interlocutore (qualunque interlocutore, ancor prima di considerarne il rango anagrafico o sociale in assoluto o in relazione alla particolare situazione comunicativa) è l’arena televisiva. Basta assistere a qualche reality. Il guaio è che spesso basta assistere anche a qualche salottino politico o politico-mondano televisivo. Con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”, è vero che il politico ha semplificato il suo discorso, adeguandolo alle orecchie del man in the street, ma lo ha fatto a costo di spogliarsi di ogni autorevolezza. Ecco come Luca Serianni vede il politico in tv: «Il livello del discorso è elementare non solo nella sintassi, ma anche nel lessico e nelle immagini figurali (metafore e similitudini); sono frequenti modi attinti dall’oralità, attraverso i quali il politico intende spingere al massimo il pedale retorico dell’identificazione col destinatario-elettore». Fino ad arrivare, nota Serianni, al «dilagare del turpiloquio», quando i politici si scagliano addosso ben altro e ben oltre che il non formale e confidenziale tu… Se gli esimi onorevoli si danno del tu, prendendosi a brutte parole, figuriamoci la gente comune. Siamo tutti uguali, nella piazza mediatica come in quella asfaltata, e tutti possiamo liberamente accorciare le distanze quanto basta per darci del tu e, alla bisogna, ricoprirci vicendevolmente di insulti.
 
La fine dell’«Usted»
 
La faccenda dell’indiscriminata informalizzazione nell’approcciare e nel trattare l’interlocutore, sia pur esso più anziano o più alto in grado gerarchico, è viva anche in Spagna. Sul quotidiano «El País», il 23 settembre del 2009 la scrittrice Elvira Lindo spiega, nell’articolo intitolato El usted (‘il lei’), come la questione del tramonto del lei nella grande realtà urbana di Madrid si intrecci con il timore politicamente corretto di evocare formalismi degni dell’appena trascorso regime franchista, finito nel 1975 per estinzione naturale (morte del “generalissimo”): «Adesso il lei sembra tristemente perso nel gergo della zarzuela [genere di operetta spagnola in voga specialmente nell’Ottocento, ndr]. Oggi il lei fa paura, tanto che la comunità autonoma di Madrid, che ha annunciato il proposito di elevare i professori al rango di autorità pubblica, ci tranquillizza subito dicendo che questo non significa il ritorno al lei. Sorprende che ci appaia normale che vengano prima le misure coercitive rispetto al semplice modo di rivolgersi all’interlocutore, appartenente a quella pedagogia quotidiana che previene la brutalità». Tanta è la paura di passare per nostalgici che, ogniqualvolta si legge un editoriale sulla «educación» – scrive Elvira Lindo –, «il giornalista mette le mani avanti e impiega tre righe dell’articolo per chiarire che difendere l’autorità non significa rimpiangere il sistema repressivo franchista». Tornando al tema del lei, la Lindo assicura che nelle scuole francesi gli alunni si rivolgono ai maestri con madame e monsieur: ciò non frappone un’antipatica distanza, ma pone le basi di un atteggiamento di «rispetto e cordialità» verso i docenti. «Perderemo il lei», conclude amaramente la Lindo, a meno che in futuro non si ritorni a una «delicadeza en el trato» (http://www.elpais.com/).
 
Tu, lei, voi
 
La storia dell’uso degli allocutivi, nello scritto e nel parlato, è lunga e complessa da rievocare in tutte le sue sfumature. Sintetizzando, fino al Trecento il sistema era piuttosto semplice: il voi come forma di rispetto verso persona di riguardo, il semplice tu per tutti gli altri. Già nel Quattrocento il quadro si presenta assai più elaborato, perché al tu e al lei si aggiungono lei, ella, la tua (sua, vostra) signoria (e simili attributi reverenziali). Nel Cinquecento l’uso del lei verso persone di rango si amplia, per diretto influsso dell’usted spagnolo. Mentre tu resta nei secoli incontrastato nel suo ruolo di attivatore di interazioni confidenziali, dal Seicento fino a tutto l’Ottocento il voi, il lei e l’ella si può dire che vengano usati indifferentemente nelle relazioni verso le persone ritenute di riguardo. Nel Novecento si apre la parentesi fascista: d’imperio si tenta di imporre l’uso esclusivo del solo voi in tutti gli uffici pubblici, nelle scuole, nelle cerimonie pubbliche ufficiali. Nel secondo dopoguerra, per qualche anno i film doppiati si fanno megafono di un ritorno all’antico sistema bipartito tu/voi, che ancora oggi è possibile trovare qua e là, fuori della fiction cinematografica d’antan, in usi regionali, ma ormai raramente nelle città e nei ceti scolarizzati. Si torna, nello scritto e nel parlato, all’alternativa tu/lei, con l’eccezione delle comunicazioni scritte ufficiali provenienti da apparati amministrativo-burocratici pubblici e privati, nelle quali il repertorio quattrocentesco delle signorie e delle eccellenze viene sciorinato a beneficio di persone che ricoprono ruoli di rilievo e di alta rappresentanza istituzionale. Nelle interazioni orali, però, gli ultimi decenni sono caratterizzati da un generalizzarsi dell’uso del tu, a scapito del lei.
E, a questo punto, diamo la parola ad Andrea De Benedetti: «Non arrivo, per ragioni ideologiche e di età, al punto di struggermi per la dipartita del fascistissimo “voi”, ma non credo di essere l’unico cittadino di questo Paese a coltivare un po’ di nostalgia per i tempi in cui la lingua si incaricava di marcare distanze di ruolo che al giorno d’oggi si sono sgretolate, facendoci sembrare – il professore e l’allievo, l’adulto e il giovane – tutti troppo uguali e tutti troppo amici» (Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 62).
 
 
Silverio Novelli
 
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