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Una morte "percepita"

di Andrea De Benedetti* 

Forse sono troppo ottimista (o troppo pessimista: dipende dalla prospettiva), ma non credo che vivrò abbastanza per partecipare ai funerali del congiuntivo. Anche nel beneaugurato caso in cui dovessi raggiungere o superare la soglia dei cent’anni – cosa di cui purtroppo dubito – ho ragione di credere che il congiuntivo mi sopravviverà, e sopravviverà anche a tutti coloro che guardano alla sua scomparsa come al presagio inequivocabile dell’apocalisse finale.
Catastrofi ben più spaventose attendono, nei prossimi decenni, me, i miei figli e i figli dei miei figli: la liquefazione dei ghiacci eterni, la moria delle api, il dietrofront della corrente del Golfo e un import-export di terrorismo e democrazia sempre più ipocrita e spregiudicato. Ma il congiuntivo no. Il congiuntivo non teme il cambio climatico né il mutare degli equilibri politici mondiali. Il congiuntivo guarda al futuro con grande fiducia e ancor maggiori speranze. Non a caso il verbo «sperare» regge proprio il congiuntivo.
 
Da Gerry Scotti al Dottor House
 
E da dove traggo tutte queste speranze e tutta questa fiducia? Dal fatto che, tanto per cominciare, il congiuntivo è molto più diffuso oggi di cinquant’anni fa. Cinquant’anni fa, metà abbondante del paese parlava dialetto, l’istruzione scolastica si esauriva – quando andava bene – con la terza media, e il televisore era un elettrodomestico costosissimo che solo le famiglie borghesi e i locali pubblici potevano permettersi. Il televisore. Allora era il lavacro pubblico – non il solo, ma uno dei più importanti – in cui l’italiano veniva mondato dallo “sporco” delle sue radici contadine. Oggi viene considerato una specie di cloaca dove confluiscono tutte le scorie più tossiche della nostra lingua. Eppure non risulta che il congiuntivo sia stato bandito dal piccolo schermo. Tutt’altro. Fate un rapido zapping col vostro telecomando e scoprirete che la stragrande maggioranza dei nostri idoli televisivi lo usa abitualmente: da Maria De Filippi a Gerry Scotti, da Del Piero al Dottor House, dai Power Rangers alle Winx. Paradossalmente sarà più facile sentire sbagliare un congiuntivo al politico di turno (per esempio Di Pietro) che al personaggio di una serie tivù, mentre i presentatori, anche i più sciatti, non sgarreranno quasi mai, perché loro sono i ministri della funzione e non possono permettersi di sbagliare il cerimoniale.
 
La sanzione sociale
 
La tivù ha altri difetti: la volgarità, la semplificazione, la povertà avvilente di un linguaggio modulare che si presta a essere montato e smontato come una cucina di Ikea ma che non lascia alcun margine alla creatività. Il congiuntivo però non c’entra. Il congiuntivo è colla, chiodi e vitine, e serve tanto al fine ebanista come al bricoleur della domenica.
Per quanto strano possa sembrare, il congiuntivo fa parte ormai del nucleo solido dell’italiano, di quella zona della nostra lingua capace di resistere all’erosione della pigrizia e al dilavamento dell’ignoranza. Questo non significa che non esistano vandali che quotidianamente attentano alla sua integrità; significa però che, quando questo succede, i suddetti vandali si espongono a una sanzione sociale che va ben al di là della censura scolastica di qualche prof parruccone. Il discorso, naturalmente, vale soprattutto per i personaggi pubblici, che quando sbagliano un congiuntivo finiscono addirittura in prima pagina.
 
Il Tapiro per un «sii»
 
Qualche anno fa, l’inviato di «Striscia la Notizia» Valerio Staffelli consegnò a Lapo Elkann un Tapiro d’Oro. Non crediate che fosse per via delle improbabili babbucce da Aladino o del famoso scandalo a base di sesso e droga. Glielo diedero perché aveva sbagliato a coniugare un congiuntivo (“sii” invece di “sia”). Era, a ben vedere, un peccato decisamente veniale per un giovane cresciuto tra Svizzera e Stati Uniti, eppure l’ineleganza dell’errore di grammatica bastava ad appannare la sua immagine – non importa se autentica o artificiale – di raffinato cosmopolita, e la appannava a tal punto che persino il pubblico di «Striscia la Notizia» – trasmissione nazional-popolare per eccellenza – veniva considerato capace di cogliere la caduta di stile.
 
«Ciotti non avrebbe sbagliato un congiuntivo neanche sotto tortura»
 
Anzi, lo spettatore medio ne poteva trarre la seguente conclusione: «questo qui sarà anche pieno di soldi, ma l’italiano lo so meglio io». L’italiano, non solo il congiuntivo. Perché quando si parla di congiuntivo – ed è questo un punto su cui bisogna insistere – spesso si intende, per sineddoche, l’italiano tout court. Quante volte ci è capitato di leggere o sentir parlare del tale che «non azzecca neanche un congiuntivo» o dell’altro tale che «mette tutti i congiuntivi al posto giusto»? Che altro vogliono dire quelle frasi se non che il primo tale è un bifolco senza speranza di redenzione e il secondo un gentiluomo colto e perbene? Esiste forse, nel nostro immaginario, un marcatore più affidabile del congiuntivo per misurare lo stato di salute della lingua e persino dell’educazione di una persona?
Nel piangere la scomparsa del famoso radiocronista Sandro Ciotti, il collega e sodale Gianni Mura faceva esordire il suo ricordo su «Repubblica» con le seguenti parole: «Ciotti non avrebbe sbagliato un congiuntivo neanche sotto tortura». Non un indicativo o un condizionale. Proprio un congiuntivo. Perché il congiuntivo ha fama di essere una bestia molto ostica, e chi, come Ciotti, era capace di domarlo senza farsi sbalzare via dalla sella, poteva ben dire di avere l’italiano in pugno.
Eppure anche sulla presunta «difficoltà» del congiuntivo ci sarebbe molto da discutere. Di sicuro non è difficile la sua coniugazione. Prova ne sia che nessuno, a parte il suddetto Lapo Elkann, direbbe «sii» o «facci», oppure «dasse» invece di «desse» come capitò qualche anno fa all’ineffabile assessore alla cultura (alla cultura!) del Comune di Milano Finazzer, che incorse in questo increscioso scivolone morfologico finendo con la foto segnaletica sulle pagine di una nemmeno troppo metaforica cronaca nera culturale.
 
Per Bufalino è «di dissonante natura»
 
È invece un po’ più ambigua la sua sintassi, che lascia talvolta margini di incertezza (sicuri che una frase come «credo che hai ragione» sia per forza sbagliata?) e soprattutto molte scorciatoie (il classico «se potevo venivo») per evitarne l’uso. Ma la verità è che la sintassi è comunque effetto di una complessità, di una qualche articolazione e stratificazione del pensiero, e la vera difficoltà, a ben vedere, risiede proprio in quello: nel disporre, organizzare e collegare i propri argomenti in modo da farli sembrare parte di un progetto unico e non monadi sparpagliate senza un disegno comune.
Il congiuntivo, sosteneva Gesualdo Bufalino, non è amato dal politico perché «è di dissonante natura, buono solo a esprimere allarmi, supposizioni, congiunge il dubbio alla verità». Vero. Ma se le cose stanno davvero così, a essere in pericolo non è il congiuntivo, bensì il dovere del dubbio, la capacità di parlare in termini di possibilità e non di sole (e improbabili) certezze, la credibilità di una classe dirigente abituata da almeno quindici anni a vendere slogan al futuro (faremo, costruiremo, approveremo) e non speranze al congiuntivo (che si possa, che si riesca, che funzioni).
Preoccupiamoci dunque per la politica, invece che per il congiuntivo. E impariamo a distinguere i congiuntivi sbagliati dai congiuntivi assenti. I primi sono errori di grammatica. I secondi sono errori di approccio al mondo.
 
Sa perfettamente difendersi da solo
 
Ciò detto, ripeto che il congiuntivo, nel suo complesso, non corre al momento alcun rischio. Personalmente ho il sospetto che il tam tam incontrollato di notizie sempre più allarmistiche sul suo conto abbia prodotto una sorta di psicosi collettiva che è arduo pensare di arginare facendo appello alla ragione. È la stessa cosa che succede quando le televisioni fanno a gara a chi racconta i fatti di cronaca nera più atroci e raccapriccianti: per mesi la gente non parla d’altro, si pubblicano inquietanti sondaggi secondo cui la maggior parte degli italiani sarebbero favorevoli al ritorno della pena di morte e l’ordine pubblico diventa il primo problema nazionale (e primissimo tema elettorale), salvo scoprire, nelle pagine interne dei quotidiani, che il numero dei delitti in realtà diminuisce. È quello che i sociologi definiscono il problema della sicurezza “percepita” che, come nel caso dell’inflazione percepita e della temperatura percepita, non coincide mai con quella reale. Ecco, non so se il paragone regga, ma quando sento parlare di tramonto del congiuntivo, di Lapo che lo sbaglia e Di Pietro che lo aggira, di gruppi su Facebook che organizzano crociate per difenderlo quando sa difendersi perfettamente da solo, ho l’impressione che siamo di fronte al classico problema di “congiuntivo percepito”. Stupisce solo che nessuno abbia ancora pensato di farci un decreto apposito. Ma non disperiamo.
 
*Andrea De Benedetti ha insegnato per nove anni Linguistica italiana all’Università di Granada prima di convertirsi in free-lance come giornalista e docente a contratto presso numerose università e scuole di specializzazione. Editorialista sportivo del «Manifesto», collabora con le riviste «D-la Repubblica delle donne», «GQ» e «Guerin Sportivo». Tra le sue pubblicazioni, L’informazione liofilizzata. Uno studio sui titoli di giornale (1992-2003) (Cesati, Firenze 2004), e Ogni bel gioco. Sport da praticare quando aboliranno il calcio (Nerosubianco, Cuneo 2006), raccolta di sguardi semiseri sugli sport minori. Nel marzo del 2009 ha pubblicato per i tipi di Laterza Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana.
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