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Noi speriamo che se la cavi (nell'italiano scritto)

di Valeria Della Valle*

Per quanto riguarda il congiuntivo nell’italiano scritto, che esso non sia né morto né moribondo (forse solo un po’ malandato) è stato già detto e ridetto da illustri studiosi della lingua italiana. Già vent’anni fa Luca Serianni, accademico della Crusca e dei Lincei, dimostrò che il congiuntivo era normalmente e correttamente adoperato proprio dove meno ce lo saremmo aspettato, per esempio nei romanzi rosa, nei fotoromanzi e nei fumetti. Anche nei testi delle canzoni, del resto, il congiuntivo non solo non viene trascurato, ma è in forte risalita: se vent’anni fa lo si evitava per ottenere un effetto più grezzo e immediato (sono famosi i congiuntivi sbagliati, forse volutamente, di Una carezza in un pugno, canzone portata al successo da Adriano Celentano), oggi abbondano i casi in cui tutti i modi verbali, a cominciare dal congiuntivo, vengono usati correttamente (basti, come esempio, Bruci la città, cantata da Irene Grandi, consistente in una catena di impeccabili congiuntivi).
 
A scuola, disinvolto
 
Non solo: è stato analizzato anche l’italiano usato nei temi (e in altri tipi di elaborati scritti) realizzati dagli studenti delle scuole medie superiori. Anna Rosa Cagnazzi, che ha studiato questo aspetto dei compiti scritti, ha mostrato che la capacità di adoperare con disinvoltura il congiuntivo, nonostante tutto quello che se ne dice, è molto alta. Con questo non si vuole affatto dire che gli studenti che frequentano le nostre scuole (e le nostre università) abbiano acquisito un’uniforme e soddisfacente capacità di scrivere in lingua italiana. Anzi, il linguista Giuseppe Antonelli ha osservato che il quadro è poco incoraggiante, e che l’italiano usato dagli studenti universitari mostra un gran numero di usi scorretti. Ma lo scarso dominio dell’italiano scritto che caratterizza una parte consistente della nostra popolazione studentesca non dipende da una scarsa familiarità con il congiuntivo, come è dimostrato dalle indagini che hanno per oggetto la lingua degli studenti universitari. I risultati di queste ricerche non lasciano intravedere un abbandono del congiuntivo da parte delle nuove generazioni, e questo modo verbale tanto discusso mostra una buona resistenza.
 
Il congiuntivo furioso nell’Ariosto
 
Fin qui abbiamo parlato della presenza del congiuntivo in testi scritti non letterari. E la lingua usata dagli scrittori? Per quanto riguarda gli scrittori del passato, è noto che le oscillazioni tra indicativo e congiuntivo erano frequenti anche nell’italiano antico. Maria Silvia Rati, nel 2004, ha pubblicato uno saggio dal quale risulta che nell’italiano del Duecento e del Trecento l’alternanza tra indicativo e congiuntivo non era regolata da meccanismi molto diversi rispetto a quelli dell’italiano moderno. Anche i prosatori e i poeti che hanno fatto la storia dell’italiano (Dante, Boccaccio, Leopardi, per fare solo qualche nome illustre) di fronte al congiuntivo hanno mostrato oscillazioni. Perfino l’Ariosto, nell’Orlando furioso, usò l’indicativo più spesso del congiuntivo nel periodo ipotetico dell’irrealtà.
 
1989: non crolla il muro
 
E gli scrittori contemporanei? Essi vengono spesso rimproverati di non servirsi di una lingua italiana corretta. Su di loro pesano molti pregiudizi, dovuti in parte al fatto che tendono a mantenersi volutamente nel registro medio-basso. La loro scrittura, come ha scritto Luca Serianni, rappresenta una tappa «del più che secolare moto di avvicinamento tra scritto e parlato e del più recente processo di riduzione dello specifico letterario per la lingua della prosa». Nel 1989 Luciano Satta, definito da Indro Montanelli «censore severo ma sorridente», sottopose le opere di 110 tra i più noti scrittori e giornalisti italiani (da Moravia a Busi, da Calvino a De Carlo, da Scalfari a Lina Sotis) a un attento esame linguistico, dal quale risultò, per quanto riguarda l’uso del congiuntivo, che esso era in piena salute. Satta raccolse nel suo Matita rossa e blu quasi cinque pagine non di congiuntivi sbagliati, ma di congiuntivi superflui e non necessari. Eravamo nel 1989.
 
Macchie mimetiche d’indicativo
 
E oggi? Nonostante siano passati, da allora, vent’anni, la situazione è pressoché immutata. Gli scrittori, anche quelli più giovani, tendono a rimanere all’interno dei confini della norma, senza escursioni verso l’alto o verso il basso. La scelta dell’indicativo o del congiuntivo resta una scelta consapevole di stile personale, e  l’assenza del congiuntivo, quando c’è, è motivata dalla volontà di riprodurre la spontaneità della lingua parlata. Solo per fare qualche esempio da racconti e romanzi pubblicati sul finire del secolo scorso, in Antonio Tabucchi possiamo imbatterci in una frase come questa: «entrambi facendo finta che non erano affatto rivali» (Piccoli equivoci senza importanza 1985), in Sandro Veronesi leggiamo: «Io dovrei credere che l’unica persona importante nella vita di mio figlio è l’intercettatore delle sue telefonate» (Per dove parte questo treno allegro, 1988) e in Alessandro Baricco incontriamo: «tutto è relativo, questo già lo si sapeva, meglio che guardo per terra, meglio che guardo il tubo, e le scarpe e il tubo» (Castelli di rabbia, 1991). Andrea De Carlo, attento ai congiuntivi nelle parti raccontate, li elimina, qualche volta, dai dialoghi, per renderli più verosimili: «Non ti sembra che io e te ci conoscevamo già da prima di incontrarci?» (Arcodamore, 1993). Si tratta, comunque, di macchie mimetiche inserite dagli autori qua e là, per riprodurre un italiano medio e colloquiale.
 
Una coppia ben collaudata
 
Solo alcuni degli esponenti della narrativa italiana più recente sono andati oltre, e insistono ormai da anni sull’imitazione parossistica dell’oralità, fino all’esasperazione parodistica e caricaturale, ma le loro infrazioni rispetto alla grammatica sono diventate virtuosismi che non scandalizzano più nessuno, a cominciare proprio dalla mancanza dei congiuntivi, esibita, a volte, come una bandiera di trasgressione linguistica. Contemporaneamente, nei romanzi che circolano davvero tra i lettori, anche in quelli scritti da autori giovanissimi, e di grande successo, il congiuntivo gode ancora di buona salute, e non mostra segni di arretramento. Basti, a riprova, l’uso che ne ha fatto Paolo Giordano nel fortunato romanzo La solitudine dei numeri primi (un milione di copie vendute nel 2008): in esso congiuntivo e indicativo convivono come una coppia ben collaudata, e a una frase come «sbatteva le braccia talmente veloce che lui aveva paura le si staccassero» se ne affianca, a breve distanza, una come «pensò che era meglio se Michela ne stava a casa».
 
*Valeria Della Valle è professoressa di Linguistica italiana alla “Sapienza - Università di Roma”. Oltre a numerosi saggi di lessicologia e lessicografia, ha pubblicato, insieme a Giovanni Adamo (con il quale dirige l’Osservatorio neologico della lingua italiana ILIESI-CNR), il volume Neologismi. Parole nuove dai giornali (Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008). È coordinatrice scientifica del Vocabolario Treccani (2008). Recentemente ha pubblicato insieme con Giuseppe Patota Viva il congiuntivo! Come e quando usarlo senza sbagliare (Sperling & Kupfer, Milano 2009). Sempre con Patota ha pubblicato un manuale di scrittura, tre grammatiche destinate alle scuole superiori e numerose guide all’uso corretto e appropriato dell’italiano (per i tipi di Sperling & Kupfer).
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