di Andrea Afribo*
Per Montale, un vizietto
Il dato del tutto certo è che nel nostro Novecento la poesia del nonsenso è senz’altro e prima di tutto legata a outsiders di grande suggestione: a Toti Scialoja (si legga l’intervento di Luca Serianni), più recentemente alle stralunate invenzioni linguistiche delle Fanfole di Fosco Maraini (si vedano i riferimenti nei contributi di Daniele Baglioni e Stefano Bartezzaghi) o, risalendo fino ai primi decenni del secolo, a una autodidatta nata a Verona nel 1876, tale Lina Schwarz, di cui con piacere si possono ricordare i primi versi di una poesia-filastrocca: «Dice Piero il malcontento: / Oh se zero fosse cento! / Oh se il vuoto fosse pieno / e se il molto fe meno! …», dove, scherzosamente dissimulata nell’allegro degli ottonari e delle rime baciate, è consegnata l’ipotesi assurda ma auspicabile di un domani diverso.
Una questione invece meno certa, ma proprio per questo più curiosa e interessante, si può formulare in questa domanda: la maggiore poesia novecentesca, quella che per comodità potremmo definire ‘seria e sensata’, si è mai sentita attratta dal nonsense?è mai stata contagiata dal virus delle sue pazzie linguistiche, dal suo humour straniante, iconosclasta e anarcoide? al punto magari di mutare, in forma e in sostanza, il proprio modo di pensare e di scrivere? Rispondere affermativamente è possibile, ma è poi opportuno distinguere. Ad esempio (e scomodando proprio il più insospettabile), Eugenio Montale può accludere in una lettera del ’38 all’amico Bobi Bazlen versi come i seguenti: «Manda Mirò, / non dir di no, / i libri rei / lascia di ebrei. / Ricerchi invano / posti a Milano, / solo tra i proci / mangi peoci» eccetera. Tuttavia, a una certa altezza del Novecento, cedere alla tentazione del nonsense è, per Montale e per altri grandi poeti, un vizio da coltivare in segreto, da tenere nel cassetto o al guinzaglio di una corrispondenza tutta privata.
Alice nel Paese dell’Oulipo
Con gli anni Sessanta invece tutto cambia, e non solo le cose, ma lo stesso modo di pensare ad esse e al mondo. È «una rivoluzione della mente» (Calvino), il tempo della «frana della ragione» ha scritto il poeta Giorgio Caproni, per cui è diventato un problema anche esercitare i diritti del senso più elementare e comune: quello ad esempio che stabilisce che il sì è l’opposto del no, che il sopra lo è del sotto eccetera. E infatti adesso Montale, quello che scrive dopo gli anni Sessanta, scrive proprio così: che «il distorto è il dritto» e che «stasi o moto / in nulla differiscono». Tutto è cambiato dunque. Le vecchie filosofie vanno in soffitta, quelle nuove vengono e con esse le nuove matematiche o le geometrie non euclidee, i vecchi e nuovi surrealismi, gli sperimentalismi di ogni tipo. Scienziati e letterati si inventano inediti mondi visionari e linguistici, giochi tra segni e significati di tipo non convenzionale, e sono folgorati dal «mito del Nonsenso» (Fortini). E allora, in Europa e anche in Italia, gli autori più in voga hanno il nome di Breton, Queneau e di altri satelliti dell’Oulipo o di Tel Quel, di Borges e di Lewis Carroll. E a proposito di quest’ultimo, non sarà proprio un caso che solo nel ’61, e non prima, esca da Bompiani la versione italiana di Alice nel Paese della Meraviglie. In questo clima di tragica incertezza ma insieme di divertente e inopinata creatività, anche la ‘vecchia’ poesia italiana si trasforma, facendosi in essa meno netti i confini tra senso e nonsenso, tra serio e tragicomico ridicule, moltiplicandosi dunque le possibilità di contatto tra i due mondi e i loro linguaggi.
Il cappuccino lisergico di Zanzotto
Così il Montale di Satura (1971) e dei libri successivi non può fare a meno di pensare – come Carroll, come Gianni Rodari e compagnia – che non i nomi sono conseguenza delle cose ma il contrario, e che dunque questo strano e confusissimo mondo può essere opera di «un bisticcio, / [di] uno scambio di sillabe», ironizzando sul fatto che «Non per nulla in principio era il Verbo». Tanto vale allora scommettere, ancora Montale, su una nuova cosmologia nella quale il lapsus e il refuso portino la responsabilità di nuove verità possibili: «solo i refusi del cosmo / spropositando dicono qualcosa».
E dopo, ben dopo la svolta epocale degli anni Sessanta, a partire da Il muro della terra del 1975, Giorgio Caproni condensa la sua sempre più assurda filosofia in una fulminante serie paradossi degni del più strampalato e onirico Buñuel: «Meglio ch’io vada prima che me ne vada anch’io», «Sono tornato là / dove non ero mai stato» - mettendo a fondamento del suo nuovo corso concettuale una personale riedizione del famigerato paradosso del mentitore, ovvero «Ogni verità è nel suo contrario». Oppure può ambientare le sue storie (ma meglio dire non-storie) in luoghi impossibili e dai nomi inventati di sana pianta, come «Benhantina», «Malathrina» o «Nibergue», che forse vuol dire no, nisba, proprio come i paesi di Rodari, quelli del«ni», di «Chissà» o di «Ognidove». Cosa pretendere più di così da una poesia che nasce seria e sensata?
Più di così può ad esempio fare il poeta Nelo Risi, che già in Polso teso (1956) ci regala questo delizioso e stralunato divertissement in perfetto stile dadaista: «Lunedi forse che sì / Martedi forse Queneau / Mercoledi Giovedi Valéry / Sabato Rilke / Domenica prosa»; e tempo dopo, in una poesia che si intitola Giù per li rami, gioca sulle variazioni astruse e irriverenti di due parole importanti quanto intoccabili come Dio e Io: «Dio / iodio (siam tutti un po’ sargassi) / Io / O di (Giotto) / odio (di classe) / oddìo! / dìodo (è già la scienza) / addio (ai dolci amici e al mon- / do».
Oppure più di così può fare Andrea Zanzotto, che in una poesia di Pasque (1973) cita Lewis Carroll e la sua beniamina («La maestra lo dice / lo dice Lewis e Alice», in Qualcuno c’era); in un’altra trapianta il the del cappellaio matto in un più italiano «cappuccino» ma dagli stessi effetti lisergici. Ancora Zanzotto, in un saggio degli stessi anni, può celebrare Carroll come colui che «propone libertà da ogni schema noto, e che reinventa il mondo per tutti». Si potrebbe continuare, ma al di là dei singoli casi è un fatto generale, documentabile e documentato, che nella poesia italiana dell’ultimo Novecento salgono sensibilmente le quotazioni di quei tratti retorici e linguistici tipici della letteratura del nonsenso, come il jeux de mot, le paronomasie e le più varie storture verbali: per un trionfo del significante, sempre più autonomo e slegato dalla referenzialità del senso.
Neoavanguardia acrobatica
Ma il nostro discorso non può esaurirsi senza ricordare un movimento poetico, che nasce proprio nel 1960, ovvero la neoavanguardia, quella di Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Nanni Balestrini o Antonio Porta. Ed è con questi poeti, con la loro ideologia e con il loro linguaggio che fa tabula rasa di ogni senso in quanto mercificato e alienato, che il nonsense entra di diritto nei ‘piani alti’ della poesia italiana e ne sala il sangue. Sanguineti ad esempio, soprattutto dagli anni Settanta, infila nei suoi libri, quasi uno dietro l’altro, tautogrammi, ribattimenti leporeambici, acrostici acrobatici (da qui un titolo come Acrobistico), invenzioni e scomposizioni lessicali come «versavice viceversa e dice» alla maniera del Carroll di Jabberwocky. C’è poi Antonio Porta, che nella sua famosa antologia per Feltrinelli, Poesia degli anni Settanta, celebra – come scrive lui – «l’ultrasenso del nonsenso» di Toti Scialoja, tanto da rivendicarne una certa organicità al discorso della neoavanguardia. E ancora nell’antologia portiana ritroviamo poeti della Neoavanguardia di seconda generazione ad alto contenuto nonsense come Corrado Costa, Vincenzo Spatola o Giulia Niccolai. Quest’ultima dà un titolo carrolliano, cioè Humpty dumpty, a una sua raccolta del 1969, e in Greenwick (1971) ama scrivere nonsense geografici alla maniera della Gertrude Stein di The Geographical History of America (che infatti ella traduce). Ecco per finire un bell’esempio: «Igea travagliato / trento, treviso e trieste / di disgrazia in disgrazia / fino Pomezia / Como era trieste Venezia», che si potrebbe ‘tradurre’ così: Andava travagliato dentro, diviso e triste … Com’era triste Venezia.
*Andrea Afribo insegna Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università di Padova. È fondatore e redattore della rivista «Stilistica e metrica italiana» diretta da P.V. Mengaldo. Tra le sue pubblicazioni: Teoria e prassi della gravitas nel Cinquecento, Firenze, Cesati 2001 e Poesia contemporanea dal 1980 a oggi, Roma, Carocci 2007.