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Sul clima decide il G2, Europa in declino
Immagine tratta dal sito: www.scienze.tv

di Stefano Polli*



L’Europa incide poco nelle decisioni sul clima, mentre emerge con forza il nuovo direttorio mondiale, quello composto da Stati Uniti e Cina, il cosiddetto G2. È questa l'amara riflessione al termine dell’estenuante e deludente conferenza di Copenaghen, una maratona di 11 giorni che ha ridimensionato di parecchio le aspettative mondiali per una presa di posizione decisa della comunità internazionale sulle emissioni inquinanti.
La montagna ha partorito il classico topolino. Le conclusioni del vertice sono al ribasso. Per mettere tutti d'accordo è stato necessario ridurre progressivamente gli obiettivi finali. Quindi, non ci sono impegni vincolanti ma soltanto generiche affermazioni di buona volontà e due traguardi lontani nel tempo (mantenimento al di sotto dei due gradi dell'aumento della temperatura terrestre e 100 miliardi di dollari l'anno per il 2020 come aiuto ai Paesi più poveri, partendo da una base di 10 miliardi l'anno) senza obiettivi intermedi e senza assunzioni di responsabilità nazionali nel documento finale.
Ma la di là della delusione inevitabile per l'incapacità della comunità internazionale di trovare un punto di equilibrio alto su un problema centrale e strategico per il futuro della Terra, c'è un dato geopolitico chiaro che viene confermato dal vertice danese: l’Europa non riesce a essere protagonista negli scenari mondiali, dove invece il G2 di USA e Cina sta affinando la sua intesa nonostante una crescente competizione economica tra i due Paesi.
Il presidente americano Obama e il primo ministro cinese Wen sono stati i due grandi protagonisti del vertice e le decisioni sono state prese su loro input e in seguito alle loro iniziative e intese.
Il resto dei partecipanti ha guardato a Usa e Cina e l’Europa ha fatto una magra figura pur essendo sicuramente all’avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici. Nonostante i 27 abbiano da tempo adottato una linea di grande impegno in questo settore, l'UE come entità a se stante fatica a imporsi a livello globale. Questa volta l'Europa era riuscita a realizzare una politica comune – cosa che le capita raramente – eppure il suo ruolo a Copenaghen è stato, ancora una volta, marginale.


L’Europa accusa l’ONU e gli Stati Uniti

Il presidente cinese Hu Jintao e il presidente Usa Barack Obama durante il vertice delle nazioni APEC, Singapore, 15/11/2009. Immagine tratta dal sito: www.scienze.tv

























L'Unione Europea ha indirizzato la propria frustrazione verso il sistema decisionale dell'ONU, che a Copenaghen ha mostrato tutta la propria debolezza e inefficacia. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, uno dei leader europei più impegnati nella ricerca di un'intesa con obiettivi precisi e vincolanti, ha messo sotto accusa l'organizzazione del dibattito tra i rappresentanti di 193 paesi che – ha detto – “mostra tutti i suoi limiti”.
Non è soltanto un problema di regole. I malumori europei non risparmiano critiche alla gestione della presidenza danese della Conferenza, accusata di avere paralizzato con questioni procedurali i negoziati durante l'ultima settimana, quella che avrebbe dovuto essere invece decisiva per far fare passi in avanti per un accordo sul cambiamento climatico globale e condiviso.
Il pessimo risultato di Copenaghen peserà anche sulle relazioni con i partner americani. Il premier svedese e presidente di turno dell’UE Fredrik Reinfeldt non ha risparmiato critiche. “L'Unione Europea è arrivata a questa conferenza molto preparata, non si può dire altrettanto di altri nostri partner”, ha detto Reinfeldt, con un riferimento non esplicitato ma inequivocabile agli USA, più preoccupati di sancire accordi al ribasso con la Cina che di seguire le ambizioni dei partner europei. L'Europa resta sola alla guida della battaglia contro il riscaldamento del Pianeta condotta con obiettivi vincolanti e non semplicemente volontari.

Alla fine l'Europa accetta il compromesso

Immagine tratta dal blog: http://www.chen-ying.net



















È stato quindi un sì pronunciato a denti stretti e con l'amaro in bocca quello che ha sancito l'approvazione dell'Unione Europea all'accordo di Copenaghen.
Arrivata nella capitale danese con aspettative molto alte e con la convinzione di riuscire a trascinare i partner più importanti sulla strada di target vincolanti di riduzione dei gas a effetto serra – intrapresa due anni fa dai 27 –, l’UE è ritornata a Bruxelles con un testo di accordo che non contiene impegni obbligatori e da dove sono stati via via cancellati tutti gli obiettivi di riduzione di C02. “Il testo dell'accordo non è perfetto” – ha riconosciuto il presidente francese Nicolas Sarkozy – “è però il migliore accordo possibile oggi” – ha aggiunto. “Se non ci fosse stato un accordo, due Paesi importanti come Cina e India sarebbero stati liberati da ogni tipo di contratto, così come gli Stati Uniti, che non figurano nel protocollo di Kyoto”, ha spiegato il presidente.
“È stata una decisione difficile” – ha ammesso la cancelliera tedesca Angela Merkel, che si è assunta il compito di ospitare nel giugno prossimo una nuova conferenza a Bonn, dalla quale gli europei sperano di potere avere quella cornice vincolante, che non è stata raggiunta in terra di Danimarca.
“Non nascondo la mia delusione” – ha affermato il presidente della Commissione UE José Manuel Barroso, che ha speso metà del suo mandato per mettere a punto il pacchetto sul clima con il quale l'Europa ha assunto la leadership mondiale nella lotta ai gas a effetto serra.

Un accordo senza numeri

Scioglimento dei ghiacciai a causa del riscaldamento globale. Immagine tratta dal sito: http://i.telegraph.co.uk


















L’accordo finale del summit di Copenaghen è di fatto senza numeri. Restano solo l'obiettivo di limitare il riscaldamento a 2 gradi e il fondo da 30 miliardi di dollari come risorse immediate (2010-2012) e da 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020.
Scompare l'obiettivo 2016 di 1,5 gradi che accontentava le piccole isole e appare il 2015 come data utile per completare il processo e rafforzare l'accordo.
A pagare saranno sempre i Paesi sotto il Protocollo di Kyoto che dovranno aumentare la loro quota di riduzione delle emissioni. Per tutti i paesi ricchi invece, azioni individuali o collettive di riduzione al 2020.
Mancano gli obiettivi intermedi e gli impegni nazionali. Il documento contiene anche le griglie dove i Paesi devono mettere i target ma anche delle tabelle che riguardano gli impegni approvati o dichiarati dai singoli Stati.
Per quanto riguarda i “fast start”, cioè le risorse economiche da subito disponibili, una tabella riassume la situazione: 10,6 miliardi di dollari dall'UE; 11 miliardi di dollari dal Giappone e 3,6 miliardi di dollari dagli Stati Uniti.

L’Europa rimane all’avanguardia nella sfida del secolo
Fuori dall’accordo sul clima, rimangono gli impegni espressi a livello nazionale, ma si tratta di impegni non vincolanti e lasciati alla volontà dei singoli Paesi e senza alcun controllo internazionale. Ecco una sintesi di questi impegni con l'Europa che rimane all'avanguardia della grande sfida di questo secolo per la comunità internazionale.

CINA
Paese maggiore emettitore di gas serra (6,8 miliardi di tonnellate l'anno, 5,5 tonnellate procapite), si impegna a tagliare l'intensità del carbonio – cioè le emissioni di Co2 per unità di Pil – del 40-45% entro il 2020 rispetto al 2005. Un obiettivo che consentirà alla Cina – sostengono gli analisti – di aumentare fortemente le proprie emissioni nei prossimi dieci anni.
La Cina ritiene che l'impegno delle nazioni industrializzate non sia abbastanza serio e si aspetta tagli medi di almeno il 40% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Chiede inoltre maggiori aiuti finanziari e il trasferimento di tecnologie verdi.

USA
Secondo Paese per quantità di emissioni di gas serra (6,4 miliardi di tonnellate l'anno, 21 tonnellate procapite), gli Stati Uniti promettono una riduzione del 17% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005, il che corrisponde a circa un 4% in meno rispetto al 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto. Gli Usa si impegnano inoltre a tagliare le proprie emissioni del 30% e dell'83% (sempre rispetto al 2005) entro il 2025 e il 2050. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha annunciato che gli Usa contribuiranno al fondo di finanziamento per i Paesi in via di sviluppo, stimato in 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020.

UE
L'Unione Europea (5,03 miliardi di tonnellate, 10,2 tonnellate procapite) mette sul piatto la promessa di tagliare le emissioni del 20% entro il 2020 rispetto al 1990 e del 30% se gli altri Paesi sviluppati si comporteranno allo stesso modo. Ha stanziato 7,3 miliardi di euro di aiuti immediati ai Paesi in via di sviluppo.
L'UE chiede ai Paesi in via di sviluppo di frenare l'aumento delle emissioni del 15-30% entro il 2020.

RUSSIA
Mosca (1,7 miliardi di tonnellate l'anno, 11,9 di tonnellate procapite) promette di tagliare le proprie emissioni di gas serra del 22-25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, il che si traduce di fatto in un aumento (nel 2007 il livello delle emissioni era infatti sceso del 34% rispetto al 1990).

INDIA
Si impegna a tagliare l'intensità del carbonio del 20-25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005 (attualmente l'India emette 1,4 miliardi di tonnellate di gas serra l'anno, 1,2 tonnellate procapite).
Anche l'India, come la Cina, chiede ai Paesi ricchi una riduzione di almeno il 40% entro il 2020 rispetto al 1990, mostrandosi aperta però al compromesso.

GIAPPONE
Il Giappone (1,4 miliardi di tonnellate, 11 tonnellate procapite) ha offerto di tagliare le proprie emissioni del 25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990 e metterà a disposizione dei Paesi in via di sviluppo aiuti per circa 15 miliardi di dollari entro il 2012.

PAESI AFRICANI
Il presidente dell'Etiopia e il segretario generale dell'Unione Africana hanno appoggiato il finanziamento a lungo termine di 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2020 per i Paesi più poveri.
Molti Paesi africani chiedono alle nazioni sviluppate di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 45% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990 e di fissare il limite per il riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi Celsius in più rispetto ai tempi pre-industriali.


*Capo redattore Affari Internazionali dell’agenzia ANSA


Pubblicato il 27/12/2009

Immagine tratta dal sito: www.scienze.tv

di Stefano Polli*



L’Europa incide poco nelle decisioni sul clima, mentre emerge con forza il nuovo direttorio mondiale, quello composto da Stati Uniti e Cina, il cosiddetto G2. È questa l'amara riflessione al termine dell’estenuante e deludente conferenza di Copenaghen, una maratona di 11 giorni che ha ridimensionato di parecchio le aspettative mondiali per una presa di posizione decisa della comunità internazionale sulle emissioni inquinanti.
La montagna ha partorito il classico topolino. Le conclusioni del vertice sono al ribasso. Per mettere tutti d'accordo è stato necessario ridurre progressivamente gli obiettivi finali. Quindi, non ci sono impegni vincolanti ma soltanto generiche affermazioni di buona volontà e due traguardi lontani nel tempo (mantenimento al di sotto dei due gradi dell'aumento della temperatura terrestre e 100 miliardi di dollari l'anno per il 2020 come aiuto ai Paesi più poveri, partendo da una base di 10 miliardi l'anno) senza obiettivi intermedi e senza assunzioni di responsabilità nazionali nel documento finale.
Ma la di là della delusione inevitabile per l'incapacità della comunità internazionale di trovare un punto di equilibrio alto su un problema centrale e strategico per il futuro della Terra, c'è un dato geopolitico chiaro che viene confermato dal vertice danese: l’Europa non riesce a essere protagonista negli scenari mondiali, dove invece il G2 di USA e Cina sta affina...

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