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227Orrorismo
Adriana Cavarero
Milano, Feltrinelli, 2007, 170 pagine, € 14.

In Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, Adriana Cavarero propone una riflessione sulla violenza nel mondo contemporaneo, che è incarnata in modo paradigmatico dal fenomeno delle donne-bomba e che viene evocata da luoghi geografici entrati ormai a fare parte dell’immaginario collettivo: il campo di sterminio di Auschwitz, la scuola di Beslan, il teatro Dubrovka di Mosca, il carcere iracheno di Abu Grahib. L’insufficienza di termini quali ‘guerra’ o ‘terrorismo’ nell’esprimere e identificare una violenza che colpisce prevalentemente l’inerme, il vulnerabile, e che come tale è irriducibile a categorie interpretative tradizionali, giustifica il ricorso da parte dell’autrice al neologismo ‘orrorismo’, che marca uno spostamento dell’attenzione dal carnefice alla vittima. Se il terrore rimanda etimologicamente alla fenomenologia della paura e alla minaccia di una morte imminente, l’orrore indica una violenza che genera ripugnanza, in quanto eccede l’omicidio stesso, implicando la sfigurazione del corpo della vittima e la conseguente distruzione della singolarità della sua esistenza. Non è un caso che l’autrice identifichi in personaggi quali Medusa e Medea le icone mitologiche dell’orrorismo: la prima, una testa mostruosa priva di corpo, rappresenta la violazione dell’unicità della figura corporea, che costituisce un “crimine ontologico”; la seconda, la cui immagine è legata alla tragedia euripidea e all’infanticidio, mostra come tale crimine si consumi a danno di una vittima inerme e vulnerabile, esposta dalle circostanze a una violenza unilaterale. Su tali premesse, Adriana Cavarero ricostruisce una storia della violenza e delle forme in cui essa si esprime, in particolare la guerra e il terrore, intrecciando i piani della cronaca, della filosofia e della letteratura, e dialogando con autori quali Thomas Hobbes, Carl Schmmit, Georges Bataille, Hannah Arendt, Primo Levi, Susan Sontag, per concludere con un’efficace rilettura di Cuore di tenebra e de L’agente segreto di Joseph Conrad. In particolare, l’autrice mostra l’evoluzione della guerra dal modello epico del duello paritario tra eroi, a quello del conflitto regolare fra Stati, fino alla cosiddetta ‘guerra totale’, inaugurata dal primo conflitto mondiale e caratterizzata dall’equiparazione di civili e militari e dalla loro uccisione indiscriminata. Quindi, traccia una storia del terrore, a partire dalla Rivoluzione francese, passando per il ‘terrorismo di stato’ che caratterizza i regimi totalitari del XX secolo, fino al ‘terrorismo contro lo stato’ dei gruppi estremisti e agli attentati suicidi, intesi come la massima espressione dell’orrorismo contemporaneo. Nell’interpretazione dell’autrice, l’attacco suicida genera una particolare ripugnanza, poiché implica che il corpo dell’attentatore si faccia veicolo della violenza, che si smembri e annienti nello smembrare e annientare le proprie vittime, e che queste ultime siano inermi, in quanto colpite casualmente, “nell’indeterminabilità di uno spazio e di un tempo corrispondenti alla dimensione quotidiana dell’ovunque” (p. 104). Tale orrore raggiunge il proprio culmine se artefice di tale violenza “istantanea e irresponsabile” è un corpo di donna, che si pone, simbolicamente, come corpo materno: in tale ottica, la distruzione dell’inerme per mano femminile non sarebbe altro che un rinnovarsi del trauma dell’infanticidio compiuto da Medea, e una sua dislocazione dalla sfera familiare del privato a quella del pubblico.

Lisa Vagnozzi