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La decadenza degli intellettuali
Zygmunt Bauman
Torino, Bollati Boringhieri, 2007, 242 pagine, € 16.
Il testo, di cui presentiamo la seconda edizione in lingua italiana, è tra delle opere più rappresentative di Zygmunt Bauman, sociologo polacco e autorevole interprete della nozione di postmodernità, che egli preferisce definire con l’espressione ‘società liquido-moderno’. Il titolo italiano (l’originale inglese è Legislators and Interpreters. On Modernity, Post-Modernity and Intellectuals, Cambridge 1987), ha il merito di dare un risalto immediato al tema portante dell’opera: il ruolo degli intellettuali, la nascita e l’evoluzione di tale élite culturale, della sua funzione sociale e dei suoi rapporti con il potere politico ed economico, dalla sua rapida ascesa fino al suo declino e alla necessità di ridefinire se stessa e il proprio ruolo all’interno dell’odierna società dei consumi. Un percorso scandito da due passaggi storici decisivi, quello dall’età premoderna alla modernità, e quello dalla modernità alla postmodernità. Con il termine ‘intellettuale’, Bauman indica la classe dirigente che vede la luce all’avvento della modernità, per via della maggiore centralizzazione del potere all’interno delle monarchie nazionali e del conseguente indebolimento della cosiddetta ‘aristocrazia di spada’. La legittimazione sociale del nuovo ceto non è data dal lignaggio, bensì dall’istruzione, dalla ‘cultura’ e dall’alleanza con un potere politico in via di definizione. Le ambizioni universalistiche e la fiducia nella ragione e nel progresso che per Bauman rappresentano i tratti salienti della modernità, fanno dell’intellettuale il depositario del Sapere e della Verità, arbitro e guida della società e del potere politico. L’intellettuale moderno è portato a definire se stesso come ‘legislatore’, colui che dall’alto indica la via da percorrere, e trova un’incarnazione emblematica nel philosophe. Tale funzione viene meno con la postmodernità, un tempo di incertezze, che si caratterizza per la percezione del fallimento delle promesse di ragione e scienza e per una sempre maggiore autosufficienza del potere politico. La prospettiva ottimistica e universalistica propria della modernità viene così abbandonata, e gli intellettuali sono gradualmente espropriati della loro “funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi” (p. 145), perdendo la loro funzione legislatrice e trovandosi declassati al ruolo secondario di ‘interpreti’. Il passaggio dalla modernità alla postmodernità, dall’età delle certezze a quella delle incertezze e della provvisorietà, è significativamente descritto nelle opere più recenti di Bauman come passaggio dallo ‘stato solido’ allo ‘stato liquido’ della società. Se infatti la modernità aspira all’universalità e all’irrefutabilità dei valori e delle conoscenze scientifiche, la postmodernità segna il tramonto di simili pretese, mostrando come non si possa pervenire ad alcunché di definitivo e stabile. In luogo dell’unica Verità perseguita dall’uomo moderno, l’uomo postmoderno si trova di fronte a “versioni pluralistiche della verità”, ciascuna della quali ha una propria ragione e un proprio diritto a essere. Con la postmodernità “è il meccanismo del mercato che si fa ora carico del ruolo di giudice, di guida dell’opinione, di verificatore dei valori” (ibid.), e la società diviene ‘società dei consumi’. L’opera termina con una riflessione sulla cultura consumistica, che permea tutti gli aspetti della vita, dividendo la società in due categorie di uomini e donne ugualmente isolati e insoddisfatti: i ‘sedotti’, identificati nei consumatori, e i ‘repressi’, i nuovi poveri, coloro che il meccanismo del mercato finisce per marginalizzare ed escludere, e che vanno a costituire la nuova ‘classe inferiore’ della società globalizzata. Una riflessione di grande attualità, che evidenzia l’alienazione e la dispersione del mondo contemporaneo, nel quale si percepisce la mancanza di una prospettiva unitaria e di un ceto intellettuale ‘legislatore’.
Lisa Vagnozzi
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