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ospite-inquietanteUmberto Galimberti
L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani
Feltrinelli, Milano, 2007, pp.180, euro 12.

 Nel suo ultimo saggio, Umberto Galimberti propone una riflessione di grande attualità sul mondo contemporaneo, sui giovani e sul nichilismo, interpretato nei termini di un “ospite inquietante” che, come dimostrano sempre più frequenti episodi di cronaca, sembra pervadere e segnare le loro esistenze, conducendoli in taluni casi a comportamenti-limite. L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani è un testo estremamente incisivo e in massima parte inedito, che recupera e integra all’interno di una struttura organica e coerente alcuni interventi pubblicati sul quotidiano “La Repubblica” tra il 1995 e il 2007.
Riflettendo su drammatici eventi di cronaca - dai sempre più frequenti episodi di bullismo e violenza fino alla fascinazione esercitata dalle droghe -, Galimberti promuove un’analisi interamente dedicata al disagio giovanile, che si rivolge in primo luogo a genitori ed educatori, vale a dire, a quelle figure che hanno il dovere di riconoscere nei gesti, nelle parole e nelle reazioni dei loro figli e allievi quell’ospite inquietante e ingombrante, e il cui compito precipuo risiede nell’aiutarli a “metterlo alla porta”, vale a dire, nel guidarli alla “riappropriazione del proprio sé”.

Il percorso evidenziato dall’autore prende le mosse proprio dalla definizione dell’ospite, il nichilismo, conseguenza del venire meno di quell’orizzonte di senso su cui l’Occidente giudaico-cristiano aveva fondato le proprie certezze e i propri valori - un venire meno che è emblematicamente raffigurato dalla “morte di Dio” di nietzschiana memoria. Nell’era tecnologica, le tradizionali domande di senso sono destinate a rimanere inevase poiché, se da un lato le antiche risposte non sono più valide, dall’altro non risiede tra i compiti della tecnica quello di sostituirle con risposte nuove. Per sua natura, infatti, la tecnica progredisce, si affina, funziona ma non apre scenari salvifici, non redime, non fonda verità ultime, non schiude nuovi orizzonti di senso né può prospettare fini da perseguire. La società contemporanea rivela così tutta la propria insufficienza di fronte al “bisogno di futuro” delle nuove generazioni: da qui, la definizione del disagio giovanile come disagio non psicologico ma culturale, vale a dire, segnato dall’incapacità della nostra cultura, sia nella sua veste religiosa che nella sua veste illuminista, di offrire certezze, risposte, stabilità, di dissipare una concezione sempre più minacciosa del futuro.

La medesima insufficienza si riscontra nei luoghi in cui avviene (o meglio, in cui dovrebbe avvenire) la formazione dei giovani: la scuola e le famiglie. Se la prima si dimostra quasi incapace di comprensione, dedita in massima parte ad un nozionismo che istruisce ma non educa e che non lascia tracce nella personalità dei suoi allievi, le seconde sono sempre più dominate da rapporti di tipo paritario e contrattualistico, nell’ambito dei quali gli adulti, avendo perso la propria autorità, non riescono più a fungere da guide o da punti di riferimento, lasciando i giovani ad uno ‘sbando’ che si traduce in indifferenza, apatia e in un pericolosissimo analfabetismo emotivo. L’unica via d’uscita risiede, come si è detto, in una riappropriazione del sé: il compito di genitori ed educatori è di condurre i propri figli e i propri allievi a riscoprire e recuperare se stessi, affinché possano divenire capaci di individuare le proprie potenzialità e di tradurle in atto.

Lisa Vagnozzi