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voci.jpgMaurizio Bettini
Voci. Antropologia sonora del mondo antico
Torino, Einaudi, 2008, 309 pp., 24 euro.

La quotidianità di ciascun essere umano è caratterizzata da sonorità specifiche, che variano a seconda dell’epoca in cui ci si situa e che procedono di pari passo con i cambiamenti di abitudini e stili di vita e con i progressi della tecnica. Una constatazione a prima vista banale, ma che nell’ultima opera del filologo Maurizio Bettini diviene spunto per una ricerca di grande originalità e interesse, tesa a far rivivere il mondo classico a partire dalla ricostruzione della sua specifica fonosfera.

 La quotidianità dell’uomo del XXI secolo è pervasa da trilli di cellulari, squilli di clacson e rombi di motore: quali erano invece i rumori e i suoni che scandivano le ore e le giornate di un cittadino greco o romano? Prendendo le mosse da tale domanda, Maurizio Bettini ha il merito di ricostruire tassello per tassello un mondo di suoni ormai perduti, fondando la propria opera su una lettura accurata delle diverse fonti letterarie greche e latine ­– da Seneca a Ovidio, da Filone d’Alessandria ad Aristofane –, senza tuttavia lesinare paralleli e analogie con autori e testi più recenti. Tra i suoni che permeavano il mondo classico vi erano quelli derivati dalle occupazioni umane – in modo particolare dall’agricoltura e dall’artigianato – ma anche, e soprattutto, voci animali, indefinibili e confuse all’orecchio di un uomo contemporaneo ma assolutamente chiare e distinte, ciascuna con le proprie specifiche peculiarità, per un cittadino greco o romano.
La lettura dei testi classici rivela infatti una notevole varietà linguistica, in molti casi di derivazione onomatopeica, per quanto concerne la definizione dei versi animali: dalla cicala che fritinit, al merlo che zintitat, alla civetta che cucubit, ai leoni che rugiunt, all’orso che uncat, alla rana che coaxat.

Di fatto, osserva Bettini, gli uomini e le donne di quel lontano passato vivevano a così stretto contatto con il mondo animale da saperne distinguere lessicalmente ogni prodotto o modulazione sonora, districandosi con sapienza in un’autentica Babele di voci. Nel suo intento di offrire al lettore contemporaneo una antropologia sonora del mondo antico, Maurizio Bettini sviluppa quattro percorsi di ricerca, che corrispondono alle quattro ‘funzioni’ che in epoca classica erano generalmente attribuite alle voci animali e, in primo luogo, al canto degli uccelli.
Ad esempio, si riteneva che i versi di alcune specie avessero la capacità di veicolare particolari significati simbolici, culturali e poetici, come nel caso di lupi o lepri. In taluni testi si faceva invece riferimento alla capacità di animali quali merli, gazze o cornacchie di pronunciare brevi messaggi in lingua umana: ciò poteva accadere in virtù di una sorta di “riarticolazione sonora”, ben rappresentata dal canto delle pernici del poeta Alcmane e, allo stesso modo, per quanto in tempi molto più recenti, dal verso delle galline descritte da Pascoli nella sua Valentino.

Vi era quindi il racconto mitologico, che annovera numerosi episodi in cui determinati animali comunicano con profeti e profetesse, vale a dire, con uomini e donne che hanno ricevuto dagli dei il dono straordinario di comprendere tali voci. Infine, non bisogna dimenticare la pratica divinatoria, per la quale sacerdoti e indovini erano soliti indagare il futuro interpretando i versi animali, su tutti il canto degli uccelli. L’opera di Bettini è estremamente ricca di riferimenti a miti, autori e testi, al punto da stimolare la curiosità del lettore contemporaneo, sia esso un addetto ai lavori o un ‘profano’ della materia, spingendolo a ulteriori letture e approfondimenti e restituendogli un’immagine vivida e fresca del mondo classico, che viene reso tangibile e presente proprio grazie alle sue molteplici connotazioni sonore.

Lisa Vagnozzi