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Emilio Gentile
"La nostra sfida alle stelle". Futuristi in politica
Roma-Bari, Editori Laterza, 2009, pp.147, euro 15,00
Nell’anno del centenario del Manifesto di fondazione del Futurismo che, pubblicato su "Le Figaro" il 20 febbraio 1909, si concludeva con l’esortazione a scagliare "ancora una volta, la nostra sfida alle stelle", Emilio Gentile dedica un saggio al complesso rapporto che il movimento futurista ebbe con la politica.
Se, infatti, il significato e la portata del futurismo per quanto concerne le arti figurative e la letteratura sono stati più volte approfonditi nel corso degli anni, fino ad attribuire al movimento fondato da Marinetti una posizione chiara e definita nel panorama culturale degli inizi del XX secolo, non si può dire altrettanto della sua dimensione politica. Allo scopo di chiarire il rapporto che il futurismo intrattiene con le teorizzazioni e con l’agire politico del primo Novecento, la ricerca di Gentile si sofferma sia sull’influenza che altri movimenti – dal nazionalismo all’arditismo - esercitano sulla sua elaborazione ideologica, sia sulle sue diverse e talvolta contraddittorie sfaccettature.
L’autore concentra la propria attenzione sull’arco di tempo compreso tra il Manifesto marinettiano e i primi anni Venti, quando, in seguito alla sconfitta elettorale del 1919, il movimento e il suo fondatore finiscono per abbandonare progressivamente l’agone politico, non senza polemiche e divisioni interne. Grazie anche all’ausilio di numerosi documenti dell’epoca, Gentile descrive i caratteri fondamentali dell’ideologia politica propugnata dall’avanguardia futurista.
In linea di principio, Marinetti e sodali esaltano la modernità come epoca di lotta e di “espansione della potenza umana”, criticano le istituzioni politiche e le strutture ufficiali della cultura, proclamano il rifiuto del passato e si ribellano contro il moralismo dell’Europa liberale e dell’Italia giolittiana.
Dal punto di vista politico, sin dall’inizio e diversamente da altre avanguardie, i futuristi si orientano verso scelte nettamente nazionalistiche: non a caso, esaltano la campagna di Libia e sono aggressivamente interventisti in occasione della Prima Guerra Mondiale.
Negli anni che preparano il conflitto mondiale, artisti e intellettuali futuristi inneggiano alla violenza, all’eroismo, alla rivoluzione e alla guerra, quest’ultima intesa come “sola igiene del mondo”; avanzano istanze giovanilistiche, esprimendo la necessità di svecchiare la classe dirigente, considerata conservatrice e vile; propongono l’utopia di uno Stato nuovo ed esaltano il mito dell’italianità e del suo naturale primato sulle altre nazioni.
Nel 1918, mentre la Grande Guerra volge al termine, Marinetti e sodali approdano alla fondazione di un partito politico e si alleano con due movimenti a cui sono legati da numerose affinità: gli arditi di Ferruccio Vecchi e i Fasci di combattimento di Benito Mussolini.
Il programma politico del Partito Futurista, condensato nel volume marinettiano Democrazia futurista, pubblicato nel 1919, consiste in un insieme estremamente sincretico di idee e proposte, tra cui quelle di abolire gradualmente il matrimonio, i corpi di polizia e il Parlamento, di abbattere la monarchia, di liberare l’Italia dal clero e dal papato, di snellire la burocrazia attraverso il decentramento e di creare l’italiano nuovo e il “cittadino eroico”, individualista, perfettamente capace di difendersi da solo e patriota.
Agli inizi del 1920, la sofferta e controversa rottura con il fascismo e con l’arditismo pone in evidenza le numerose contraddizioni interne al movimento, che perde progressivamente coesione e ripiega su se stesso, tornando a dare la priorità a temi squisitamente culturali.
Ripercorrendo analiticamente le vicissitudini dell’avanguardia futurista e concentrandosi sui suoi momenti nodali, il saggio di Gentile ha il merito di documentare aspirazioni, conquiste, deformazioni e limiti di un movimento che, pur essendo nato con una vocazione prevalentemente artistica, aveva nutrito l'ambizione di realizzare una “rivoluzione totale”, che potesse investire ogni aspetto della vita: dall'arte, al costume, alla politica. Ciononostante, dopo il 1920, ”[…] l’abbandono della politica e l’esaltazione dell’antipolitica, da parte del fondatore del futurismo, segnavano la fine malinconica della grandiosa ambizione futurista: compiere una rivoluzione totale per creare l’uomo nuovo della modernità trionfante, sovrumana e disumana. Il trionfo della modernità totalitaria, nel regime fascista, fu la sconfitta della rivoluzione totale del modernismo futurista.” (p. 130)
Lisa Vagnozzi
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