Contro il pensiero comune Da più di vent'anni dedico la mia vita alla costruzione di un teatro e di una compagnia stabile nel carcere di Volterra. Una fortezza Medicea che è sempre stata adibita a carcere. La mia idea di teatro, o meglio la mia reazione al teatro, mi ha portato lì. È stato un approdo naturale, quasi obbligato. Nessuno aveva mai pensato prima di trasformare un carcere in un teatro. Nessuno ci aveva mai pensato in una forma così compiuta, immaginando in modo strutturato che la fabbrica del male, la fossa dei serpenti, il pozzo infernale, la galera, o comunque si voglia definire un carcere, potesse avere un'altra faccia che contraddicesse e mettesse in discussione il pensiero comune sulla funzione e le finalità di un istituto di pena.
Promuovere l'innovazione E qui si apre la prima intuizione pratica, che può dar fastidio a molti trattandosi di carcere: un'Istituzione non è immutabile e, come una persona, può cambiare, mutare, trasformarsi, crescere, evolvere. Può non essere sempre uguale a se stessa, può non ripetersi all'infinito, può felicemente tradire la concezione comune e migliorarsi. Farsi promotrice di innovazione. Per far questo non deve arroccarsi su posizioni conservatrici, deve attuare un processo di minor-azione, deve crescere riducendo in sé quelle parti che impedirebbero questo processo, deve dialogare con l'altro da sé. Gli uomini che la abitano, la reggono e la giustificano, devono mettere in atto questo processo virtuoso. Questo è quello che è accaduto a Volterra, in fase sperimentale, con l'arrivo del teatro. Un percorso molto difficile e lungo, ma che una volta avviato non si è più potuto arrestare.
Il palcoscenico di un mondo imprigionato Per capire la portata di questo progetto, bisogna pensare a una vera e propria trasformazione del carcere in un teatro. Un teatro che sia il palcoscenico (privilegiato) di un mondo imprigionato e che ci racconti le contraddizioni della nostra realtà. Uno straordinario punto di osservazione sull'uomo e sulle sue azioni. Penso a quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire e vivere il carcere e il teatro. Penso, come nella cel animation (la tecnica di animazione secondo la quale gli animatori disegnano i personaggi e gli oggetti da animare su una carta speciale in acetato trasparente), al carcere che sarebbe lo sfondo su cui far vivere e animare il teatro con tutte le sue attività e potenzialità.
Uscire fuori dal mondo Io penso alla costruzione di un teatro in un carcere, Genet pensava e auspicava che i teatri dovessero essere costruiti nei cimiteri. Due luoghi accomunati, per diversi motivi, da un destino di estraneità e dalla rimozione dal contesto sociale.
Il tutto potrebbe essere riassunto nell'azione e nella necessità di uscire fuori dal mondo così come è immaginato, in un momento storico dove invece tutti cercano di starci dentro, trovare il proprio posto, di avere protezione e rassicurazione, questo movimento contrario può solo aiutare ad aprire gli occhi sulla realtà che viviamo.
Il carcere e la prigione velata Il carcere è per me luogo del reale e allo stesso tempo metafora della prigione velata in cui siamo rinchiusi. Il luogo in cui 'edificare' questo teatro d'eccezione, in questo senso, non sarebbe un aspetto secondario o insignificante. Basti pensare alla funzione acritica, conservatrice e di intrattenimento in cui si sono attualmente ridotti la maggior parte dei teatri.
Il carcere, come comunemente inteso, è solo un luogo inutile e distruttivo per le persone recluse e per tutti noi. Il mio ruolo è stato anche quello di stimolare, promuovere e accompagnare la sua quotidiana trasformazione. La stragrande maggioranza di queste persone viene dal Sud dell'Italia e del mondo, proviene da storie di povertà e ignoranza. La violenza, la coercizione non combattono la violenza, l'ignoranza e l'esclusione. Le alimentano.
Le persone comuni, indotte alla paura, chiedono più sicurezza, carcere più duro, senza capire invece che è proprio aiutando queste persone a fare un'esperienza diversa che c'è la possibilità di aiutarli a scegliere una vita migliore, mai conosciuta, a trovare una alternativa.
Una scuola di teatro aperta all'esterno Volterra, per la sua storia recente, dovrebbe diventare un istituto sperimentale dedicato al teatro e alla cultura. Dal 1988 lavoriamo tutti i giorni lì dentro per produrre spettacoli, mostrarli al pubblico. Formiamo attori e tecnici e la nostra è diventata una scuola di teatro per i detenuti e per persone esterne. Sempre di più gli attori della nostra compagnia sono richiesti in altre produzioni teatrali e cinematografiche, ma sembra ancora che, per la pubblica opinione, si possa uscire dal carcere solo per fare i camerieri e gli operai.
Successi ottenuti e progetti futuri La nostra esperienza ha una funzione pubblica. Ha prodotto spettacoli premiati più volte, eventi culturali di livello internazionale, ha creato un rapporto con il territorio come dovrebbe fare un teatro stabile, fa formazione, promuove il Festival Volterra Teatro che è cresciuto intorno a questi temi. I nostri spettacoli vanno in tournée in Italia e all'estero nei teatri e nei festival più importanti. Si tratterebbe di realizzare con più mezzi e con una prospettiva più solida, organizzata e visibile quello che abbiamo fatto in modo del tutto pionieristico. Si potrebbe arrivare a selezionare, tra la popolazione detenuta nazionale, i più dotati come attori, cantanti, ballerini, musicisti, drammaturghi, quelli interessati alla regia, quelli a cui interessano le altre arti legate alla scena come scenografia, illuminotecnica, costumi, quelli con propensione verso i lavori tecnici, organizzativi, amministrativi, di promozione. Una compagnia formata in questo modo potrebbe lavorare tutto l'anno e produrre più spettacoli. Oggi, a vent'anni di distanza, si sono fatti molti importanti passi avanti, ma non sono ancora sufficienti. Io continuo a sperare che qualcuno arrivi a vedere, ad avere una visione chiara e consapevole di questa possibilità e che mi aiuti a realizzarla. In fondo è solo una questione di investimenti economici e di volontà. Non penso ci sia qualcuno disposto a credere che il teatro e la cultura non possono cambiare le persone e la nostra vita solo in meglio. Ci sono tanti teatri stabili in Italia, perché non pensare che se ne possa fare nascere uno in un carcere? Perché sembra impossibile? Con la Compagnia della Fortezza ho dimostrato che questa è una strada concreta e percorribile.
*Regista, lavora con i più prestigiosi teatri italiani ed europei. Fondatore della Compagnia della Fortezza, ne è regista e direttore artistico. Le foto sono di Stefano Vaja
Pubblicato il 4/11/2009
di Armando Punzo*
Contro il pensiero comune Da più di vent'anni dedico la mia vita alla costruzione di un teatro e di una compagnia stabile nel carcere di Volterra. Una fortezza Medicea che è sempre stata adibita a carcere. La mia idea di teatro, o meglio la mia reazione al teatro, mi ha portato lì. È stato un approdo naturale, quasi obbligato. Nessuno aveva mai pensato prima di trasformare un carcere in un teatro. Nessuno ci aveva mai pensato in una forma così compiuta, immaginando in modo strutturato che la fabbrica del male, la fossa dei serpenti, il pozzo infernale, la galera, o comunque si voglia definire un carcere, potesse avere un'altra faccia che contraddicesse e mettesse in discussione il pensiero comune sulla funzione e le finalità di un istituto di pena.
Promuovere l'innovazione E qui si apre la prima intuizione pratica, che può dar fastidio a molti trattandosi di carcere: un'Istituzione non è immutabile e, come una persona, può cambiare, mutare, trasformarsi, crescere, evolvere. Può non essere sempre uguale a se stessa, può non ripetersi all'infinito, può felicemente tradire la concezione comune e migliorarsi. Farsi promotrice di innovazione. Per far questo non deve arroccarsi su posizioni conservatrici, deve attuare un processo di minor-azione, deve crescere riducendo in sé quelle parti che impedirebbero questo processo, deve dialogare con l'altro...