Indefiniti, aggettivi e pronomi

    Enciclopedia dell'Italiano (2010)

di Cristiana De Santis

indefiniti, aggettivi e pronomi

1. Definizione e proprietà

Sotto l’etichetta di indefiniti si raggruppano una serie di determinanti o sostituti del nome che danno informazioni quantitative sul referente del nome a cui si collegano. È una classe che comprende elementi eterogenei: alcuni indefiniti, come ogni, si possono usare solo col nome, con funzione di modificatori e più precisamente di determinanti (si tratta di quello che la maggior parte delle grammatiche definisce uso aggettivale); altri, come niente, hanno solo funzione di sostituti pronominali (uso pronominale); altri ancora, come tanto, possono essere usati sia come determinanti che come pronomi. Alcuni indefiniti, come qualche, sono invariabili; altri, come alcuno, sono variabili sia nel genere che nel numero; altri ancora, come tale, sono variabili nel numero ma non nel genere; quelli come nessuno, infine, variano nel genere ma non nel numero. Anche dal punto di vista del significato, gli indefiniti sono una categoria composita: l’elemento che li accomuna non è tanto l’indefinitezza semantica (che non vale per elementi a interpretazione definita come tutto o nessuno), quanto la tendenza a esprimere relazioni quantitative. Gli indefiniti sono infatti quasi tutti ➔ quantificatori: danno informazioni sulla quantità del referente cui il nome rimanda; a differenza dei quantificatori definiti (i ➔ numerali), che quantificano in modo esatto il referente, gli indefiniti esprimono una quantità approssimata, che può coincidere con una parte del referente (per es. alcuni, qualche, molti, pochi) oppure con la totalità (ad es., tutti, ogni) ovvero con la sua negazione (ad es., nessuno). In alcuni casi, la quantificazione può fare riferimento a un limite (ad es., troppo). In altri casi, infine, il quantificatore indefinito può dare informazioni sull’identità del referente (ad es., altro).

Di qui la molteplicità di classificazioni, più meno consolidate, proposte nelle grammatiche per descrivere i valori fondamentali degli indefiniti.

2. Classi di indefiniti

2.1 Proposte classificatorie

Secondo una distinzione mutuata dalla logica formale, i quantificatori indefiniti come tutti e ogni sono chiamati anche «universali», perché si riferiscono a tutti gli elementi dell’insieme cui il nome fa riferimento; quelli come alcuni e qualche vengono definiti «esistenziali», perché presuppongono l’esistenza di almeno un elemento dell’insieme per cui valga quanto si predica del nome (questa distinzione è adottata per es. da Andorno 2003: 23 segg.). Serianni (1988: 286 segg.) chiama «quantitativi» solo gli indefiniti che esprimono un apprezzamento sulla quantità (molto, poco, troppo) e che sono usati al sing. con nomi di massa, al plur. con nomi di oggetti individuali; ai restanti elementi sono riservate le etichette di «singolativo» (che coincide all’incirca con quella di «esistenziale», ma comprende anche certo, altro e tale), «collettivo» (corrispondente a «universale») e «negativo».

Andorno (2003: 25) introduce per gli indefiniti certo, tale e altro, insieme con gli indefiniti stesso e medesimo, che le grammatiche tradizionalmente annoverano tra i dimostrativi (cfr. Serianni 1988: 285, che li chiama «dimostrativi di identità»), l’etichetta di «identificativi», per distinguerli dai quantitativi: si tratta infatti di elementi che danno informazioni sul referente non tanto in termini di quantità quanto di identità / differenza e, diversamente dai quantificatori, possono essere preceduti dall’articolo. Questi stessi elementi, per il loro valore testuale, sono stati chiamati «indefiniti anaforici» (Salvi & Vanelli 1992: 72).

Prandi (2006: 298 segg.) separa invece gli «indefiniti di quantità» dagli «indefiniti di qualità»; questi ultimi sono rappresentati da elementi come qualsiasi, qualunque, certo, tale e qualsivoglia, che esprimono l’indifferenza alla qualità dal punto di vista del parlante. Si rinuncia invece a qualsiasi classificazione semantica in Dardano & Trifone (1997: 215).

2.2 Classi

Nelle tabb. 1, 2, 3 e 4 si dà un prospetto della flessione dei vari indefiniti, a seconda che abbiano valore di determinante del nome (generalmente collocato in posizione prenominale) e/o di sostituto del nome (➔ pronomi).

2.3 Varianti

Alcuni indefiniti possono avere varianti posizionali con apocope. Si tratta di uno e dei suoi composti (alcuno, taluno, certuno, ognuno, ciascuno, nessuno) usati come determinanti (nessun’altra, nessun uomo, nessun posto). Non si apocopano più i rispettivi pronomi (come nel letterario nessun dorma). Anche tale e quale possono essere apocopati in tal e qual sia davanti a vocale che davanti a consonante, specialmente nelle locuzioni (per es. in tal modo, in certo qual modo). Si apocopa infine poco quando è usato come pronome neutro seguito da un partitivo (un po’ di) o preceduto dal clitico ne (ne voglio un po’).

Molti degli indefiniti elencati in tab. 1, che sono variabili rispetto al numero, si usano prevalentemente al plurale: alcuni/e, tutti/e, pochi/e, molti/e, certi/e, vari/e, diversi/e, svariati/e, ecc. Alcuno (così come il desueto veruno) al singolare si usa solo in frasi negative come sinonimo di nessuno (ad es. senza alcun motivo), anche posposto al nome (senza motivo alcuno).

Qualche, invariabile, si usa solo con nomi numerabili (qualche soldo; ➔ nomi); rispetto ad alcuni, con cui è spesso intercambiabile, è più colloquiale; sinonimi meno comuni sono certuni e taluni (usati sia come determinanti che come pronomi). Più frequente certi (sempre anteposto al nome quando ha valore di indefinito).

Al determinante qualche corrispondono il pronome qualcuno (con la variante meno comune qualcheduno), usato soprattutto con riferimento a persone, e qualcosa (anche in forma non univerbata: qualche cosa), usato solo con riferimento a cose (neutro). Come neutro si usa anche, soprattutto nello scritto e solitamente in frasi negative, il pronome alcunché (ad es. non c’è alcunché da temere).

Il pronome singolare altri, equivalente a uno, è usato nella lingua scritta prevalentemente in funzione di soggetto (Dar mi potete ciò ch’altri non m’osa: Dante, Rime L, 46), più raramente con reggenza preposizionale (non desiderare la donna d’altri) o in frasi negative (non altri che).

Qualunque e qualsiasi sono sinonimi e ricorrono con la stessa frequenza in testi di ogni tipo e livello. Ai due determinanti corrisponde il pronome chiunque, riferito a persone, a cui possono affiancarsi altri due pronomi, di registro letterario: chicchessia per le persone e checchessia per le cose. Come neutro è attestato anche il raro checché.

Ciascuno (con la variante meno frequente ciascheduno) è sinonimo come determinante di ogni, come pronome di ognuno. Ogni è indeclinabile e si usa al singolare con valore plurale in alternativa a tutti, con la differenza che ogni ha un valore moltiplicativo o distributivo (guarda cioè alle parti costitutive di un insieme), tutti ha un valore collettivo (si riferisce cioè al complesso delle parti). Tutto può essere usato al singolare con significato di integrità (ad es. tutta la torta ha valore di «tutta intera»).

A tale e tanto si possono affiancare le forme, oggi desuete, cotale e cotanto.

Altro è usato, come pronome e determinante, per indicare diversità rispetto a una persona o a una cosa nota (ad es. dammi un altro libro, dillo agli altri); in alcuni contesti, può avere valore di quantificatore (ad es. dammi altri cioccolatini, metti altro sale); può anche essere usato per rafforzare chiunque (chiunque altro).

Tra gli indefiniti con significato negativo troviamo, oltre a nessuno e alcuno (quest’ultimo usato solo in frase negativa), i pronomi neutri nulla e niente. Si noti che nessuno può essere alterato (nessunissimo); ammettono alterazione anche molto, poco, tanto (ad es. pochino, moltissimo, ecc.).

Sono usati come pronomi indefiniti anche meno e più, comparativi rispettivamente di poco e molto (ad es., i più, il meno, di più, di meno). Più può essere usato anche come determinante con valore di «parecchi» (per più giorni).

Altrettanto esprime uguaglianza nella comparazione (ad es. cinque cani e altrettanti gatti). Alquanto è poco usato e spesso sostituito da parecchio o dalla locuzione più d’uno: alquanto ha anche un raro uso aggettivale (ne ho visti alquanti).

2.4 Altri indefiniti

Tra gli altri indefiniti usati in italiano contemporaneo che non compaiono nelle tabelle si possono citare: tot, usato sia come determinante che come pronome per indicare una quantità imprecisata (ogni tot giorni, un tot al mese); il pronome granché, usato in frasi negative (ad es. non è un granché); tizio, usato come pronome al posto di tale, con leggera sfumatura spregiativa (c’è un tizio che ti cerca); che, usato come indefinito soprattutto in formule cristallizzate (un non so che o un nonsoché). Anche il pronome interrogativo chi può essere usato come indefinito nelle correlazioni: c’è chi lavora e chi sciopera. Quale pleonastico, usato per rafforzare gli indefiniti tale (ad es. in tale e quale o tal quale per esprimere un rapporto di identità: è tale e quale il figlio) o certo (in un certo qual modo); entra inoltre nelle espressioni quale che sia / fosse, quali che siano / fossero, equivalenti a qualsiasi, e non so quale, equivalente a certo (per un non so quale motivo).

Per le forme cadute in disuso si rimanda al § 4. Citiamo qui il regionale punto, usato in Toscana come aggettivo (non ne ho punta voglia) e come intensificatore del pronome negativo (non ho mangiato punto; ➔ negazione; ➔ intensificatori) e una serie di espressioni familiari usate in frasi negative con significato di «niente»: un’acca, una cicca, un cazzo, un fico, un cavolo, un piffero, un tubo, ecc.

3. Aspetti della sintassi degli indefiniti

3.1 Articolo

Gli indefiniti con valore di quantificatori di solito non sono accompagnati dall’➔articolo; possono prendere l’articolo determinativo quando accompagnano un nome a referenza determinata: ti mostro i molti libri che ho.

Fa eccezione tutto che, in funzione di determinante, è sempre accompagnato da un articolo o da un dimostrativo posposto (tutto il giorno, tutti quei libri) e può essere rafforzato da quanto (al singolare anche da intero); l’articolo, che era facoltativo in italiano antico, può mancare in espressioni cristallizzate come l’avverbio tuttora o le locuzioni di tutto punto, a tutto campo, con tutto comodo, ecc.

Quando qualunque e qualsiasi sono accompagnati dall’articolo indeterminativo e posposti al nome, possono perdere il loro valore di determinanti indefiniti per assumere quello di aggettivi qualificativi: un giorno qualunque / qualsiasi (non nel senso di «comunque sia», ma nel senso di «ordinario»). Anche qualche può perdere la sua implicazione di pluralità in alcuni contesti, specie quando è accompagnato dall’articolo indeterminativo (trovale un qualche difetto, nel senso di «un difetto di qualche tipo»).

Possono prendere l’articolo gli indefiniti con valore qualitativo-identificativo: tale e altro possono essere preceduti sia dall’articolo determinativo che dall’indeterminativo; quando hanno valore di pronome sono sempre preceduti dall’articolo o da un dimostrativo (un / il / quel tale; un / l’ / quell’altro).

Gli indefiniti possono essere seguiti da complementi partitivi (ciascuno dei due, molti di loro) e, in alcuni casi, possono essere preceduti dalla preposizione per con valore distributivo (uno per ciascuno).

3.2 Accordo

Con ciascuno e ognuno il verbo si accorda normalmente al singolare (ciascuno può dire la sua), ma può accordarsi al plurale se il verbo precede il soggetto (comperiamo ognuno qualcosa).

Con qualcosa l’uso oscilla tra l’➔accordo con il genere maschile del pronome (qualcosa è accaduto) e quello, meno frequente, col genere femminile del sostantivo integrato nel pronome (qualcosa è accaduta); quando è seguito dal complemento partitivo, l’accordo è sempre al maschile (qualcosa di buono).

Niente e nulla si accordano al maschile singolare.

3.3 Posizione

Alcuni indefiniti hanno una posizione fluttuante: oltre al già citato alcuno (che può precedere o seguire il nome), si veda il comportamento di tutti nelle sequenze noi tutti / tutti noi e nelle frasi tutti i bambini amano la cioccolata / i bambini amano tutti la cioccolata.

Va ricordato che la posposizione dell’indefinito può in molti casi portare a un cambiamento di funzione e di significato: oltre ai citati qualunque e qualsiasi, si ricordi il caso di diverso e vario, che hanno valore di determinanti quantificatori quando sono anteposti (ad es. varie persone, diversa gente, nel senso di «una moltitudine»), di aggettivi qualificativi quando seguono il nome (ad es. persone varie, gente diversa, nel senso di «di diverso tipo»); anche certo posposto assume valore qualificativo (ad es. certe fonti, nel senso di «alcune» ~ fonti certe, nel senso di «sicure»).

I negativi richiedono di norma un’altra negazione nella frase quando seguano il verbo: nessuno è venuto ma non è venuto nessuno. La presenza di una negazione è sempre obbligatoria con il negativo alcuno. Si noti che nessuno perde il suo valore negativo quando è usato nelle interrogative (per es. ha chiamato nessuno?, nel senso di «qualcuno»).

Alcuni indefiniti possono essere usati in serie correlative: alcuni ... altri ..., certuni ... cert’altri, taluni ... talaltri, altro ... altro ..., l’uno ... l’altro, gli uni ... gli altri ..., tale ... quale (nelle comparazioni).

3.4 Subordinate

Chiunque e qualunque nella lingua scritta possono essere usati come introduttori di subordinate relative all’indicativo o al congiuntivo: chiunque voglia/vuole può presentare domanda.

Possono avere il verbo al congiuntivo anche le relative che abbiano come antecedente un sintagma nominale contenente un indefinito del tipo ogni, tutto, qualsiasi, qualunque: qualunque / qualsiasi cosa ti dica, tu non rispondere.

4. Cenni diacronici

Il sistema degli indefiniti ha subito numerose modifiche nel passaggio dal latino all’italiano (cfr. Rohlfs 1968: 213 segg.; Tekavčić 1972: 204 segg.). Andrà del resto ricordato che in latino, mancando gli articoli, l’uso dei determinanti indefiniti era molto più frequente che in italiano e la gamma assai ampia. Come si vedrà, accanto a indefiniti che si sono conservati con un significato equivalente – ad es. molto < lat. mŭltu(m), poco < lat. paucu(m), alquanto < lat. al(ĭ)quantu(m), checché < lat. quĭdquĭd –, troviamo elementi latini non hanno avuto continuatori (come quidam o alius), altri che hanno esteso il loro significato (come certus), altri ancora che sono entrati in combinazioni varie. Tra questi ultimi, esemplare è il caso di uno < lat. ūnu(m), che in latino poteva avere valore di indefinito, oltre che di numerale cardinale, e si ritrova in composizione con altri pronomi in molte locuzioni che hanno dato luogo a indefiniti italiani: ognuno < ogn(i) uno < lat. ŏmne(m) ūnu(m). Diamo in quel che segue qualche cenno sulla diacronia dei principali indefiniti:

(a) Alcuno < lat. aliquem unum, attraverso il latino volgare *al(i)cūnŭ(m), con sincope della vocale intertonica.

(b) Cadauno < lat. mediev. cata unu(m), dove cata riproduce il gr. katá «per» con valore distributivo (elemento che ritroviamo nell’etimo dello spagnolo cada «ogni»); usato come determinante e come pronome nell’italiano antico (anche nelle varianti catauno o catuno), sopravvive oggi solo in formule commerciali e burocratiche (costano un euro cadauno).

(c) Ciascheduno < lat. *cisque (et) unus, dove cisque è una variante di quisque «ciascuno», con sovrapposizione dell’elemento cata già citato; lo stesso dicasi per ciascuno < lat. *cisque unus.

(d) Nessuno < lat. n(e) ĭpsu(m) ūnu(m) «neppure uno», perifrasi che soppianta il classico nemo. Oggi usato solo al singolare, nell’italiano antico aveva anche forma plurale (nessuni/e); deriva da una perifrasi anche la forma poetica niuno < lat. nē ūnu(m).

(e) Veruno < lat. vēre ūnu(m) «in verità uno solo», poi «nessuno» (con passaggio dell’avverbio vere da rafforzativo a focalizzatore in frasi negative).

(f) Niente: di origine discussa, forse derivante dal lat. medievale nec ente(m) «neppure una cosa» o da analoga perifrasi subentrata al classico nihil, debole sia sul piano fonetico che su quello espressivo.

(g) Nulla < lat. nūlla, neutro plurale di nullus «nessuno» (composto di ne negativo e ullus, diminutivo di unus); si noti anche nullo < lat. nūllu(m) «nessuno», che nella lingua antica poteva essere usato come pronome o determinante indefinito alla stregua di nessuno (ad es. «a nullo amato»: Dante, Inf. V, 103) ed è oggi usato solo come aggettivo qualificativo (con significato di «senza valore»: esame nullo).

(h) Covelle («un nonnulla») < lat. quod vĕlles «ciò che tu voglia», e cavelle («qualche cosa, un po’», con valore negativo se preceduto da negazione) < lat. quam vĕlles «quanto tu voglia»: sono antichi pronomi neutri usciti completamente dall’uso.

(i) Tutto < lat. tōtŭ(m) «tutto intero, tutto insieme» (attraverso il lat. parlato *tūctu), con estensione del significato per indicare la quantità in senso numerico. Va ricordato che il latino aveva due indefiniti per indicare la totalità: totus, che indicava la grandezza o la continuità, e omnis, che indicava la numerosità. L’italiano è l’unica tra le lingue romanze ad aver continuato entrambi gli indefiniti: lat. ŏmne(m) > ogni, attraverso la forma ŏmni(m) con assimilazione e successiva palatalizzazione del nesso consonantico. Nell’italiano antico, prima che si affermasse la forma ogni, era usato ogne (per es. «per ogne calle»: Dante, Inf. I, 18).

(j) Altro < lat. ălt(e)ru(m) «l’altro tra due», con sincope della vocale post-tonica e cumulo dei significati del lat. ălius «diverso, altro tra più di due», che non ha continuatori nelle lingue romanze. Dal latino volgare *ălt(e)ri (in luogo del nominativo alter, modificato per analogia con il relativo qui) si è formato il pronome singolare altri. Nell’italiano antico era usata anche la forma altrui < ălt(e)rui (rifatta sul dativo del relativo cui) con valore di oggetto diretto (ad es. «et amo altrui»: Petrarca, Canz. CXXIV, 11) o indiretto (ad es. «piacere altrui»: Boccaccio, Dec. VII, 5; «dar [...] ragione altrui» sopravvive ancora nella ventisettana dei Promessi sposi, cap. I), oltre che di possessivo, come in italiano contemporaneo (le cose altrui, cioè «di altri»).

(k) Parecchio < lat. parlato *parĭculu(m) «dello stesso genere», diminutivo di par (genitivo paris) «pari».

(l) Tanto < lat. tăntu(m), propriamente «così grande» (usato in correlazione con quantum), con progressivo slittamento semantico dal concetto della grandezza a quello della quantità. Il significato di «così grande» è passato a cotanto < locuzione lat. *(ĕc)cŭ(m) tantu(m), oggi disusato ma ben attestato nella nostra tradizione letteraria (ad es. «cotanta speme»: Leopardi, “A Silvia”, v. 32; “Le ricordanze”, v. 92).

(m) Assai < lat. ad satis, oggi solo avverbio, nei secoli scorsi (e in alcune zone dell’Italia d’oggi, come la Campania) poteva essere usato anche come determinante («assai cose», ediz. ventisettana dei Promessi sposi, cap. XXXIII).

(n) Certo < certu(m), propriamente «sicuro, determinato», con generalizzazione del significato.

(o) Tale < tale(m), propriamente «siffatto, tale», con successivo sviluppo del significato di indefinito. Si noti che tale in italiano antico ammetteva un plurale tai (lo stesso dicasi per quale, cui corrispondeva quai). Cotale < locuz. lat. *(ĕc)cŭ(m) tale(m). Di formazione italiana taluno < tal(e) uno, come anche certuno < cert(o) uno.

(p) Qualche: deriva dalla locuzione qual che (sia), con caduta del sia e ➔ univerbazione di qual e che.

(q) Qualsiasi: può essere analizzato come composto di qual, sia e si; fino all’Ottocento era diffusa la variante oggi desueta qualsisia. Derivano da frasi univerbate con un verbo al congiuntivo con valore concessivo anche chicchessia, checchessia e qualsivoglia.

(r) Qualcosaqual(che) cosa (con apocope del che e univerbazione) e qualcunoqualche uno(con caduta della vocale finale nel che e univerbazione), che nell’italiano antico poteva avere anche valore di determinante.

(s) Si sono formati in italiano, ma sulla base di elementi di derivazione latina, chiunque (cfr. lat. quicumque) e qualunque (cfr. lat. qualiscumque), nei quali ritroviamo il suffisso -unque < lat. -cumque, confusosi nel latino volgare con l’avverbio unquam «mai».

(t) Abbiamo infine una manciata di indefiniti di diversa provenienza. Citiamo innanzitutto troppo ← fr. trop «molto, eccessivo» (a sua volta dal francone *throp «mucchio, branco», che si ritrova anche nell’etimo di truppa, e che sostituisce il latino nimis). Nei testi antichi è diffuso inoltre l’aggettivo manto ← fr. maint, forse derivante dall’incrocio di magnus con tantus (ad es. mante volte «tante volte»). Nell’italiano antico sono attestate infine le forme tronche om e uom (< homo), con valore a metà tra l’indefinito ognuno e il pronome impersonale si, parallele al pronome francese on.

Studi

Andorno, Cecilia (2003), La grammatica italiana, Milano, Bruno Mondadori.

Dardano, Maurizio & Trifone, Pietro (1997), La nuova grammatica della lingua italiana, Bologna, Zanichelli.

Prandi, Michele (2006), Le regole e le scelte. Introduzione alla grammatica italiana, Torino, UTET Università.

Rohlfs, Gerhard (1968), Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti,Torino, Einaudi, 1966-1969, 3 voll., vol. 2° (Morfologia) (1a ed. Historische Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten, Bern, A. Francke, 1949-1954, 3 voll., vol. 2º, Formenlehre und Syntax).

Salvi, Giampaolo & Vanelli, Laura (1992), Grammatica essenziale di riferimento della lingua italiana, Novara, Istituto geografico De Agostini; Bagno a Ripoli, Le Monnier.

Serianni, Luca (1988), Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria. Suoni, forme, costrutti, con la collaborazione di A. Castelvecchi, Torino, UTET.

Tekavčić, Pavao (1972), Grammatica storica dell’italiano, Bologna, il Mulino, 3 voll., vol. 2º (Morfosintassi).

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