Mussato, Albertino

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Mussato, Albertino. - Uomo politico, storico e letterato (Padova 1261 - Chioggia 1329); il più eminente tra quei letterati di Padova che si indicano con il titolo di preumanisti. È considerato, con Giovanni Villani e Dino Compagni, uno dei tre grandi storici del Trecento.

VitaNotaio, nel 1296 entrò nel pubblico consiglio della sua città, e da allora ebbe molti incarichi politici. Fece parte, probabilmente fra il 1302 e il 1303, d'una legazione padovana a Bonifazio VIII. Fu podestà di Lendinara, poi, nel 1309, dal 1° aprile al 30 settembre, esecutore degli Ordinamenti di giustizia in Firenze, dove condannò al bando un gonfaloniere e sei pennonieri della lega di S. Donato in Poggio per strascichi della congiura di Corso Donati. Fu dell'ambasceria padovana alla coronazione regia di Enrico VII (6 gennaio 1311). Si determinò in quel tempo il suo pensiero politico favorevole all'Impero nell'accordo con la Chiesa e col possibile rispetto dei reggimenti comunali. Tenace difensore della libertà comunale, partecipò eroicamente alla guerra contro Cangrande della Scala. Nel Natale del 1315 fu solennemente incoronato a Padova storiografo e poeta. Fu più volte esule per la libertà; quando Padova fu ceduta a Cangrande (1328) e fu proclamata la pace, M., contro ogni promessa spogliato degli ultimi suoi beni, invano sperò di poter lasciare l'esilio di Chioggia. 

OpereCome storico fu tra i maggiori del suo tempo: nel De gestis Henrici VII Caesaris, detta poi Historia Augusta, in 16 libri, nel De gestis Italicorum post Henricum VII Caesarem (ci sono pervenuti 14 libri comprendenti gli avvenimenti fino al luglio del 1321), se non nel Ludovicus Bavarus, che sa di appunti non organici, o nel De traditione Patavii ad Canem, operetta polemica contro i da Carrara, egli sa collegare i fatti, vagliarli e riviverli con una passione civica che vuole accordare la libertà comunale con gli ideali universalistici dell'Impero e della Chiesa. È il primo a svincolarsi dalla cronaca per ritornare alla concezione storica liviana precorrendo gli umanisti. È nelle idee uomo del Medioevo con molto di anticipazione sui tempi nuovi. Ha il culto dell'antichità classica, dà alla sua storia un esplicito carattere nazionale, è vicinissimo alla concezione politica di Dante, professa l'indipendenza dai partiti, è dominato da un civismo superiore. È veridico, informato e generalmente imparziale. Come poeta, la sua opera maggiore è la tragedia, in versi latini, intitolata Ecerinis, di stampo senechiano, nella quale sono drammatizzate la nascita, la tirannide, la strage di Ezzelino da Romano e dei suoi: di controluce, la minacciata tirannide scaligera. Fra le altre opere: in versi, il carme epico in tre canti De obsidione domini Canis, un Somnium in aegritudine, viaggio, in forma di visione, attraverso i tre regni di oltretomba che ha suggestive analogie con la Divina Commedia, 17 Epistolae, ecc.; in prosa, due dialoghi filosofico-morali (De lite inter Naturam et Fortunam e Contra casus fortuitos) e una Evidentia tragoediarum Senecae. La sua opera, in latino, dura talvolta nello sforzo di aderire ai suoi modelli, ma efficace sempre, è la più rappresentativa del grande movimento preumanistico padovano.