ALBERTO AZZO

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 1 (1960)

di Margherita Giuliana Bertolini

ALBERTO AZZO. - Figlio di Oberto II e di Railenda, vedova d'un Sigifredo, forse conte del Seprio, è attestato nei documenti dal 1011 al 1026.

Appartenente a quella stirpe obertenga che sorse in potenza intorno alla metà del secolo X con Oberto I conte del Sacro Palazzo e marchese della Liguria Orientale, A. fu titolare, dopo la morte del padre (ca. 1014), dei comitati di Luni, Tortona, Genova e Milano solidalmente - è assai probabile - col fratello Ugo e, per quanto riguarda il primo, anche con i marchesi obertenghi del ramo adalbertino. Vasti erano in questi comitati i beni allodiali che A. aveva in comproprietà col padre e che ampliò con una personale attività d'espansione.

A. ebbe stretti legami di parentela con le principali grandi famiglie feudali dell'Italia settentrionale: con gli Anscarici d'Ivrea dal momento in cui una sua sorella, Berta, sposò il marchese Arduino, futuro re d'Italia; con il conte di Vercelli Uberto il Rufo per mezzo di un'altra sorella di nome, forse, "Jezabelis", più alla lontana con il marchese Olderico Manfredi conte di Torino. Ebbe in moglie Adelaide, di nazione salica, consanguinea di Lanfranco, conte d'Aucia.

Agli inizi del nuovo secolo gli Obertenghi, ed in particolare A., si trovarono in opposizione agli imperatori tedeschi nella speranza di recuperare l'autorità che la politica filoecclesiastica di alcuni re italici prima, degli Ottoni poi, aveva ridotto nell'ambito dei loro comitati (era stata loro sottratta praticamente la giurisdizione della città di Tortona a favore del vescovo di quella città [979], le vaste proprietà della Chiesa di Luni avevano fin dal 981 il privilegio dell'immunità; numerose furono le liti, per questioni patrimoniali, con la Chiesa di Luni ed altri enti ecclesiastici), opposizione in cui entravano anche fattori di rivalità con altre famiglie feudali cresciute nell'orbita del potere vescovile, come quella canossiana. Per quanto non se ne abbia testimonianza diretta, A. dovette infatti essere solidale con gli altri membri della famiglia obertenga nel riconoscere l'elezione a re d'Italia del marchese Arduino d'Ivrea (15 febbr. 1002), rappresentante degli interessi antiottoniani, dopo la morte di Ottone III. Probabilmente solo ragioni di opportunità portarono successivamente A., insieme con gli altri fautori di Arduino, a giurare fedeltà ad Enrico II, successore di Ottone III, quando questi venne in Italia per essere a sua volta incoronato re (1004).

Forse in relazione alla necessità che ebbe Enrico dopo il 1004 di ottenere il favore degli aderenti del marchese detronizzato Arduino, si può porre l'acquisizione della "iudiciaria" montesilicana da parte di A. e del fratello Ugo che, primi tra gli Obertenghi, esplicarono la loro attività giurisdizionale in quella zona, presiedendo un placito in Monselice a favore del monastero di S. Zaccaria di Venezia, il 10 maggio 1013. Il possesso di tale "iudiciaria" da parte del nostro marchese può forse gettar luce sul problema, legato a quello tuttora aperto della discendenza di Oberto I, dell'origine delle proprietà che A. ebbe nel comitato padovano, come la Scodosia di Montagnana. Se infatti Oberto I ebbe tra i suoi progenitori Adalberto II il Ricco marchese di Toscana (morto nel 915), la cui parentela con il marchese Almerico di Mantova proprietario della Scodosia di Montagnana pare- accertata, è assai probabile che la penetrazione obertenga nel territorio padovano risalga ad Oberto I per via di eredità. Ma se non si accetta la discendenza toscana di Oberto I, l'acquisto di beni nel territorio padovano si deve ritenere opera di A., appunto in relazione con il possesso della "iudiciaria"montesilicana. È tuttavia da notare che alcuni studiosi escludono la possibilità che la "iudiciaria" in questione sia rientrata nell'ambito di governo del marchese obertengo ed attribuiscono la presenza di A. a Monselice nel maggio del 1013 con la sua qualità di "missus" regio, che non risulta però dalla fonte.

In questi anni 1011-1013, nei quali A. agì attivamente in Lombardia e nel Parmense facendo, insieme con il fratello Ugo molti acquisti di beni e donazioni, queste ultime sempre col consenso del padre, nei confronti di elementi ed enti ecclesiastici, egli dovette essere in pieno accordo col re tedesco: ne è indizio evidente la sua partecipazione al placito che giudicò, sotto la presidenza di Adalpero, duca di Carinzia e marchese di Verona, il 3 maggio 1013, una controversia tra il monastero di S. Zaccaria di Venezia e la Chiesa di Vicenza.

L'atteggiamento politico di A. mutò dopo l'incoronazione imperiale di Enrico II (14 febbr. 1014). Se è dubbia la sua partecipazione, insieme con i fratelli, alla sommossa antitedesca avvenuta in Roma nella settimana successiva all'incoronazione, è certo che partecipò attivamente all'ultimo tentativo che fece Arduino per riprendere il controllo del Regno italico, dopo che Enrico II ebbe oltrepassato le Alpi (maggio 1014). Il diploma imperiale di confisca emanato, ai danni della famiglia obertenga ("Otbertum marchionem et filios eius et Albertum nepotem") da Solingen (dopo il luglio 1014) indica chiaramente che gli Obertenghi, e tra questi A., spalleggiarono in Lombardia, assalendo Pavia, l'azione che andava conducendo Arduino in Piemonte contro Vercelli e Novara. A questo periodo, marzo 1014, appartiene una testimonianza della tendenza degli Obertenghi ad appropriarsi dei beni degli enti ecclesiastici: i messi imperiali Bernardino e Mazzolino d'Arezzo pronunciavano in Arezzo una sentenza a favore del monastero di S. Fiora e Lucilla di quella città, contro le sopraffazioni dei "filii et nepotes Otberti marchionis".

Questa sconfitta influì grandemente sulla potenza obertenga e sulle sue successive possibilità, segnando il fallimento dello sforzo da lei compiuto per restaurare la sua antica autorità. Dopo il 1014, e forse anche in relazione alla diversa posizione politica assunta dai membri della famiglia obertenga, il cui ramo adalbertino non si schierò a fianco di Arduino, si verificò la divisione patrimoniale tra i due rami della famiglia obertenga discesi da Oberto I.

L'ultima attestazione di A., che certamente intorno al 1019 s'era riconciliato con l'imperatore, ce lo fa vedere ancora in armi contro l'autorità centrale; fu infatti tra coloro che difesero Pavia allorché Corrado II, successo ad Enrico II, scese in Italia per schiacciare la nuova opposizione rinata sotto la guida del marchese Olderico Manfredi (primavera 1026). Dopo tale epoca non abbiamo più notizie del marchese.

È infatti da escludere la sua identificazione, pur tentata da alcuni studiosi, con il marchese Adalberto, certo un obertengo, fondatore del monastero di S. Maria di Castiglione nel Piacentino (10 giugno 1033), mentre l'Alberto Azzo placitante nel gennaio 1044 a Rapallo, nel novembre 1045 a Milano, il 30 luglio 1047 a Broni è il figlio Alberto Azzo II.

Non risulta che A. abbia avuto altri figli oltre ad Alberto Azzo II che doveva dar vita alla stirpe dei marchesi estensi, spostando definitivamente ad Este, nel Padovano, la residenza di questo ramo della famiglia obertenga.

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Approfondimenti

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