Alfònso V il Magnanimo re di Aragona, IV come conte di Catalogna, I come re di Napoli

Alfònso V il Magnanimo re di Aragona, IV come conte di Catalogna, I come re di Napoli

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Alfònso V il Magnanimo (sp. el Magnánimo) re di Aragona, IV come conte di Catalogna, I come re di Napoli. -  Lottò a lungo contro la dinastia francese degli Angiò per la successione al trono di Napoli, e infine prevalse (1442). Intenzionato a perseguire una politica di espansione mediterranea, fu assai attento nei confronti degli assetti fiscali e finanziari, e sia a Napoli sia in Spagna fu promotore di una notevole rinascita culturale.

Vita e attivitàFiglio (n. 1396 - m. Napoli 1458) di Ferdinando I, gli succedette nel 1416 nei regni di Aragona, Valenza, Maiorca, Sardegna, Sicilia e nella contea di Barcellona. Assicuratasi la Sardegna mediante un accordo col visconte di Narbona (1420), tentò la conquista della Corsica, ma fu respinto dai Genovesi (1421). Chiamato a Napoli dalla regina Giovanna II, che, adottatolo come figlio, lo oppose al pretendente Luigi III d'Angiò, riconquistò gran parte del regno: ma, sconfessato per la sua invadenza, fu costretto a ritornare in Aragona (1423). Ritentò invano, prima nel 1432, poi alla morte di Giovanna (1435) contro Renato d'Angiò, fratello ed erede di Luigi III, aiutato dal papa, da Filippo Maria Visconti, da Genova, da Venezia, da Firenze. Battuto nella battaglia navale di Ponza (5 ag. 1435) e fatto prigioniero, A. fu consegnato al Visconti che, con un brusco voltafaccia, stretto un trattato segreto di mutuo appoggio (l'8 sett. 1435, rinnovato il 15 sett. 1442), lo liberò. A., che nel 1436 aveva nominato il fratello Giovanni luogotenente in Aragona e Valenza, riuscì così a imporsi come re di Napoli, occupando la città il 12 giugno 1442. L'anno seguente ottenne anche l'investitura pontificia. Alla morte di Filippo Maria Visconti (1447) tentò di succedergli, ostacolato da Firenze, che lo batté presso Piombino (1447), e poi (1448) dai Veneziani; la pace di Lodi (1454), cui egli aderì solo nel 1455, gli tolse ogni vantaggio. Poi si riavvicinò allo Sforza e accedette alla lega italica, conservando una certa libertà. Alla sua morte lasciò come erede del regno di Napoli il figlio illegittimo Ferdinando duca di Calabria (legittimato nel 1443) e come erede delle altre corone il fratello Giovanni.

Accarezzò vasti piani mediterranei, sostenendo lo Scanderbeg in Albania contro i Turchi, e stringendo relazioni con gli stati delle coste africane e con l'Abissinia. Premuto da gravi necessità finanziarie per le sue continue guerre, creò un sistema di severo controllo finanziario, rafforzando comunque il principio, già scosso, dell'autorità della corona; valorizzò il Tavoliere pugliese, regolando la dogana o mena delle pecore e facendone una copiosa fonte di entrate; si circondò di Spagnoli, che occuparono cariche maggiori e minori, impadronendosi del commercio, anche se in questo periodo comincia ad affermarsi una burocrazia indigena. Introdusse in Napoli istituzioni e costumi di Spagna (e, nella corte, la lingua); fu perciò assai malvisto come straniero. Ma fece di Napoli un centro artistico e culturale, cercando di dare al suo regno il primato nella penisola; in Spagna promosse una rinascita culturale, si sforzò di fondere Catalani e Castigliani e, continuando la tradizione catalana di espansione nel Mediterraneo e in Italia, gettò le basi della politica seguita poi da Ferdinando il Cattolico.

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