CHACON (Ciaconius), Alonso (Alfonso)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 24 (1980)

di Silvia Grassi Fiorentino

CHACÓN (Ciaconius), Alonso (Alfonso). - Nacque a Baeza nella provincia di Jaén (Andalusia). L'atto di battesimo, conservato nell'archivio della parrocchia di El Salvador di Baeza e datato 15 dic. 1530, consente di smentire l'ipotesi avanzata da Thou e poi largamente seguita che lo vuole nato nel 1540.

I suoi genitori, Alonso Quemado e Maria Sánchez Chacón, appartenevano a quel gruppo sociale andaluso definito da Gongora di "cristianos viejos ... y caballeros" (Historia, II, p. 107), le cui origini furono studiate da A. de Montesinos e G. Argote de Molina, storici del regno di Granada. Nei loro studi, trattando della famiglia Chacón, la fecero discendere da Pedro Chacón, uno dei trecento cavalieri che ripopolarono Baeza dopo la reconquista, ne ricostruirono le armi, la hidalguia e la limpieza de sangre (Montesinos, Commentario, pp. 22 s., 148 cit. in Recio, La "Historica descriptio...", pp. 49 ss.; G. Argote de Molina, La nobleza, pp. 253 s.).

La prima formazione culturale del C. è legata alla fondazione nella sua città del convento di S. Domenico (1529-31), che, con l'annesso collegio, fu il germe di quella università baecianense alla quale il C. si immatricolò precocemente nel 1544 (Gongora, Historia, II, pp. 107 s.). Nello stesso convento dei predicatori l'11 nov. del 1548 professò i voti prima di recarsi al collegio universitario di S. Catalina di Jaén per studiare teologia. Qui rimase fino al 1553 quando, ricevuta una prebenda di collegiale per un decennio nel collegio di S. Tomás, si trasferì a Siviglia.

In questa città si fermò quattordici anni: nel 1556 aveva ottenuto la nomina a collegiale perpetuo e nel 1566 si addottorò in teologia nella categoria di "maestro en Artes". Furono questi gli anni in cui meglio si precisarono gli interessi culturali del Chacón. L'attività espletata all'interno del collegio è da lui stesso così riassunta: "bis illud rexi, et quadriennium ingenuas disciplinas, quadriennium aliud Sacram Teologiam publice professus sum"(Bibliotheca, col. 682). Inoltre, egli comincia a tessere una rete di rapporti e di scambi con storici ed antiquari spagnoli del cui ricordo si ritroverà il segno in alcuni degli schizzi biografici da lui tracciati nella Bibliotheca.

Chi più di tutti contribuì allo sviluppo della sua attività di ricerca sul terreno dell'antiquaria e dell'archeologia fu certamente Ambrosio de Morales. A lui il C. inviò relazioni e memorie su reperti epigrafici ed archeologici andalusi che Morales utilizzò poi per la stesura de Las antigüedades de las ciudades de España. Ciò si deduce dalla menzione che lo stesso Morales fa, in inizio dell'opera, mettendo in evidenza la competenza del C. in materia archeologica, nonostante la sua formazione di teologo, e sottolineando il contributo precipuo dato al proprio lavoro. Le relazioni per Morales del C. non ci sono pervenute, ma come segno della ricchezza e vivacità della loro corrispondenza ci restano le lettere del secondo pubblicate negli Opúsculos castellanos de Morales, Madrid 1793, pp. 290-299, di natura prevalentemente antiquario-archeologica. Dal periodo sivigliano del C. data l'inizio della sua prima raccolta di reperti archeologici, iscrizioni, monete, sigilli e pietre. A questa si affianca un lavoro di raccolta di materiale bibliografico e di manoscritti che destinò in parte ad arricchire la biblioteca del collegio, in parte alla costituzione di una biblioteca personale integrata da una collezione di antichità secondo quel modello che sarà poi delle Wunderkammer. Quanto alla produzione letteraria di questi quattordici anni resta solo la menzione, da lui stesso fatta nella Bibliotheca (col. 99), di due commentari "quae in publica Collegi S. Thomae Hispalensis Academia prelegi" uno in priora vigintiquinque Geneseos capita, l'altro in septem priores Davidicos Psalmos.

Chiamato a Roma da Pio V nell'ottobre del 1566 come penitenziere minore della basilica di S. Pietro per la lingua spagnola, lasciò la Spagna nell'aprile dell'anno seguente, compiendo un lungo viaggio culturale prima di raggiungere l'urbe.

Poco dopo il suo arrivo i penitenzieri minori venivano riformati dal pontefice, con una completa ristrutturazione di questo ufficio destinando i tre collegi delle basiliche maggiori a tre Ordini religiosi: la Laterana ai francescani, la Vaticana ai gesuiti e la Liberiana ai domenicani. A questa riforma seguiva il motu proprio del 1570 con cui il C. e gli altri tre penitenzieri "qui de veteri Collegi reliqui erant" venivano collocati in pensione continuando a godere del beneficio che con la carica era stato loro assegnato. Proprio questo atto, che nomina il C. tra i quattro penitenzieri vaticani rimasti a S. Pietro, smentisce la tesi a lungo sostenuta dai suoi biografi che egli appartenesse al collegio di S. Maria Maggiore, e spiega il motivo della residenza fuori dalla "casa" assegnata ed imposta a quel collegio (Sacchini).

L'esperienza e l'itinerario culturale del viaggio da Siviglia a Roma fu oggetto di un Itineraria varia ab Hispali Olyssiponem ab eadem in Urbem Romam,ab Urbe Roma Neapolim et Lauretanam Deiparae Virginis Aedem, da lui stesso incluso nel catalogo delle proprie opere (Bibliotheca, col. 99) e di cui ci sono pervenute cinque carte conservate nella Biblioteca nazionale di Madrid. Tuttavia da altre fonti sappiamo che fece tappa ad Evora, Lisbona, Madrid, Alcalá (dove visitò Morales), Monserrat e Barcellona. Ignoriamo la data precisa del suo arrivo a Roma, ma si può ipotizzare che ciò avvenne alla fine del 1567.

Da questo momento, mentre la sua produzione diviene assai più consistente, le informazioni biografiche divengono assai più rare. Nel 1569 ottenne ufficialmente dal capitolo generale dell'Ordine dei predicatori il titolo di maestro (Acta cap. gener. Ord. praed., V, p. 107) mentre appare priva di fondamento l'informazione data dai suoi primi biografi sulla sua presunta nomina a patriarca di Alessandria.

Nei primi anni di soggiorno romano, grazie anche alle incitazioni del cardinal Francesco Pacheco, nel cui palazzo egli abitava, il C. fu - come scrive egli stesso - "in revisendis et examinandis scriptis aliquorum, qui in carceribus sanctae Inquisitionis detinentur, fructuenter occupatur" (Martène-Durand, coll. 1325-26). Egli si riferisce alle prime due censure, perdute, che dovettero essere già pronte nel 1572, indicate anche nel suo catalogo con il titolo: Castigationes et animadversiones in sententias aliquot partim erroneas partim suspectas Hieronymi Cardani medici Mediolanensis in libris De subtilitate et varietate rerum contestas,et in locos aliquot Hieronymi Osorii eps. Sylventis Lusitani in libris de Iustitia,non omnino pietati et doctrinae coherentes (Bibliotheca, col. 98). Risale ai primi anni Settanta ed è originariamente dedicato al suo ospite il Tractatus quod divus Hieronimus,Stridonensis S. R. E. presbiter fuerit cardinalis, nel quale, basandosi essenzialmente sulla iconografia, il C. sostiene la tesi del cardinalato di Gerolamo. L'opera fu stampata a Roma alcuni anni dopo, nel 1581, ed alle due ristampe veneziane seguì una nuova edizione romana nel 1591. Di poco posteriore è la Historia seu verissima a calumniis multorum vindicata,quae refert M. Ulpii Traiani Augusti animam precibus Divi Gregorii pontificis Romani a Tartareis cruciatibus ereptam, edita sempre a Roma nel 1576 e dedicata anch'essa, come la precedente, al papa Gregorio XIII.

Entrambe le opere ricevettero dure critiche di Melchor Cano, di Baronio, che giudicò le tesi del C. prive di prove documentarie, e di Bellarmino che definì la seconda addirittura "fabulosa".

Sempre del 1576, e per certi versi legata alla precedente, è la Historia utriusque belli Dacici a Traiano Caesare gesti ex simulacris,quae in eiusdem columna Romae visuntur collecta, edita da Zanetti e Tosi e dedicata a Filippo II. Le tavole illustrative erano di G. Muziano da cui, come si legge nel proemio, era partita l'iniziativa. Questo lavoro ebbe tra i secc. XVI e XVII cinque edizioni di cui una in traduzione italiana a cura di G. P. Bellori. Ma l'ambito di studio certamente più fertile che lo situa nel clima della riforma cattolica dell'Oratorio, della archeologia di Panvinio, del Borromeo e dello stesso Baronio fu quella dell'antiquaria e dell'archeologia, cristiana, praticate non solo come fonti per la ricerca storico-ecclesiastica e agiografica, ma anche come autonoma disciplina storico-artistica. Inserito in un ambiente ancora assai vitale - Panvinio era morto nel 1568 - fu in questo campo che il C. produsse le sue cose migliori, anche se nonostante le pressioni presso pontefici e re di Spagna non riuscì a pubblicarle.

La sua vicenda testimonia alcuni aspetti della politica culturale pontificia, interessata ormai prevalentemente a imprese editoriali che ne legittimassero storicamente le scelte dogmatiche e, sul piano artistico, tesa al compimento di esempi che ne testimoniassero la nuova, moderna religiosità (si pensi alla costruzione della chiesa del Gesù) in un contesto in cui, come scrive A. Caracciolo, "modernità significava richiamo a stili o a composizioni o a materiali della Roma classica" mentre "antichità significava spesso ritrovamento delle rovine paleocristiane e non pagane" (M. Caravale-A. Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino 1978, p. 406). Già in una lettera di supplica a Pio V il C. dice di aver preparato un libro che "res sacras huius Urbis trecentorum templorum origines, progressus et res notatu digniores complictitur ad exercitandum omnium fidelium Orbis affectum et desiderium haec sacriora loca visendi et frequentandi" (Roma, Arch. di S. Isidoro degli Irlandesi, ms. 2/49). E ancora, nel 1576, nella dedicatoria a Gregorio XIII, dopo aver lamentato il tragico stato di abbandono dei monumenti paleocristiani ed averne ascritto le responsabilità anche al disinteresse degli eruditi, quasi interamente dediti allo studio dei reperti pagani, ripropone la sua opera sulle trecento chiese precisandone ulteriormente il contenuto ed il metodo di indagine. Ma l'opera non fu mai stampata.

Il lungo lavoro di spoglio fatto per la preparazione di questa Historica descriptio Urbis Romae costituì sicuramente il materiale di base per la preparazione della più nota delle opere del C., ovvero le Vitae et gesta summorum Pontificum a Christo Domino usque ad Clementem VIII,nec non S. R. E. Cardinalium cum eorumdem insignibus, stampatepostume dal nipote a Roma presso S. Paolino nel 1601.

F. Morales Cabrera aveva terminato (da Alessandro VI a Clemente VIII) e limato l'incompiuto manoscritto ciaconiano. Quest'opera, la cui fonte principale era il Liber pontificalis allora ancora inedito, riscosse, nonostante il carattere prevalentemente compilativo e lo scarso apparato critico; un notevole successo. Fu ristampata, nel 1630 per i tipi vaticani, aggiornata fino a Urbano VIII con le correzioni ed addizioni di A. Vittorello, G. Aleandro, F. Ughelli e L. Wadding; nel 1677 presso F. e S. de Rubeis, in quattro tomi a cura di A. Oldoini, che oltre a continuare l'opera fino a Clemente IX innovò completamente la parte dedicata ai cardinali; M. Guarnacci nel 1751 la prolungò fino a Clemente XII.

Né riuscì il C. a stampare l'altro suo lavoro sicuramente già pronto alla fine degli anni '70 e di cui aveva dato notizia nella dedicatoria a Filippo II. Si tratta della Bibliotheca libros et scriptores fere cunctos,ab initio mundi ad annum 1583,ordine alphabetico complectens, pubblicata nel 1731 a Parigi da F. D. Camusat.

Le difficoltà furono in questo caso di natura differente: ci vengono spiegate in una lettera al cardinal Sirleto, dell'aprile 1581, in cui il C. narra che gli era stato negato il permesso di stampare la Bibliotheca perché si supponeva che egli si fosse servito, nella stesura del lavoro, dell'opera di Gesner e dei suoi prosecutori posti all'Indice da Pio IV. Egli afferma di aver soltanto consultato il sommario di Simler, essendo suo intendimento sostituire nell'uso cattolico il lavoro di Gesner. La Bibliotheca, giunta fino alla voce "Epimeride", includeva tra gli autori ecclesiastici i rabbini (altro motivo di difficoltà all'ottenimento dell'imprimatur). La prima edizione dell'opera, mutilata delle prime pagine, con un nuovo frontespizio e con una prefazione di Kappius fu fatta circolare da Arkstée e Merkus come nuova edizione.

Nell'ultimo decennio della sua vita il C. diede alle stampe due trattati: De signis sanctissimae Crucis quae diversis olim orbis regionibus et nuper hoc anno 1591 in Gallia et Anglia divinitus ostenta sunt et eorum explicatione, Roma, A. e G. Donangelo, 1591; e De ieiunis et varia eorum apud antiquos observantia, ibid., S. Paolino 1599, ed un commentario dal titolo De martirio ducentorum monachorum S. Petri a Cardegna, ibid., B. Bonfandini, 1594.

Questi lavori hanno un carattere prevalentemente compilativo ed appaiono, per certi aspetti, frutto di una operazione di recupero di vecchio materiale ormai quasi completamente estraneo agli interessi archeologici che il C. perseguiva in quegli anni. Data al 1578, infatti, la scoperta della rete di gallerie cimiteriali dei Giordani, allora credute di Priscilla, in una cava di pozzolana sulla Salaria. A dieci anni dall'opera di Panvinio sui cimiteri, il ritrovamento destò una enorme impressione soprattutto per la ricchezza di reperti pittorici, scultorei ed epigrafici di queste catacombe enfaticamente vissute come una "subterranea civitas". Il lungo lavoro di rilevazione e trascrizione delle iscrizioni e dei dipinti di queste e di altre catacombe che il C. intraprese in quegli anni non solo contribuì a precisare meglio i suoi interessi archeologico-cristiani, aprendo anche la questione del metodo, ma costituì il materiale di base per i successivi lavori in questo campo. Valga ad esempio il fatto che a cinquanta anni di distanza Bosio, nella Roma sotterranea, parlando del cimitero dei Giordani, che si riteneva andato distrutto, dichiarava sue fonti le copie "all'hora copiate da Filippo Vinghio Fiammengo e dal Ciaconio ancora, da' quali noi l'habbiamo havute". Questo importante materiale, sia pure segnato da errori e, talvolta, da una limitata fedeltà delle copie, divenuto esso stesso fonte di documentazione iconografica, è rimasto tuttavia inedito nella sua forma originale, nonostante il suo valore di testimonianza dell'interpretazione cinquecentesca di dipinti paleocristiani.

Il C. morì a Roma il 14 febbr. 1599. La data (in Thou) appare la più verosimile (Mercati, La data...) se si considera che l'inventario dei suoi beni è datato maggio 1599 (Bibl. Apost. Vaticana, Vat. lat. 8185, ff. 379 ss.). Inoltre un esame dei frontespizi e delle dedicatorie delle due opere (Raccolta di devotioni varie..., Roma 1601, e Elegantiarum ex M. Tullii Ciceronis epistolis..., ibid. 1601) che farebbero postdatare di due anni la sua morte (Antonio e Quétif-Echard) ne assegna inequivocabilmente la paternità all'omonimo nipote.

Il destino delle opere inedite del C. è legato alle vicende del suo lascito testamentario. Per disposizione pontificia tutti i beni del C., poiché egli viveva fuori dalla religione, sarebbero dovuti passare alla S. Sede, mentre egli stesso aveva previsto la donazione a Filippo II di Spagna della sua biblioteca e della collezione di antichità raccolte nella sua casa "ad radices Pincii". Alla morte del C. l'omonimo nipote, anch'egli trasferitosi a Roma, ottenne però da Clemente VIII l'atto di nomina ad erede universale dei beni dello zio (Lanciani, Storia degli scavi, IV, p. 367). Subito dopo la biblioteca ciaconiana venne smembrata. Degli inediti ereditati il nipote del C. si apprestò a pubblicare quegli editorialmente meno complessi e cedette gli altri. Acquirente di una buona parte di libri e manoscritti ciaconiani fu il giurista aragonese, uditore della Rota a Roma, Francesco Pegna, nei cui fondi, lasciati nel 1612 alla Biblioteca Vaticana, vanno ora cercati alcuni manoscritti del Chacón. Nasce da qui una incertezza di attribuzione: per tutto il Seicento opere del C. furono attribuite a Pegna (Ciampini). La consistenza reale dell'opera del C., già in parte intuita da Mabillon, fu definitivamente accertata dalla pubblicazione della Bibliotheca, in cui è contenuto il catalogo autobiografico delle opere edite ed inedite. Da allora prima Fontanini, poi De Rossi ed infine A. Recio hanno tentato di ricostruire il corpus dell'opera manoscritta.

Fonti e Bibl.: La Bibl. Apost. Vaticana conserva alcuni mss. ciaconiani, in qualche parte autografi; vedi: nel fondo Vat. lat. il ms. 5409 (contiene prevalentemente copie di pitture e lapidi catacombali e disegni di sarcofagi paleocristiani; ai ff. 67-71 lettera del C. a F. Borromeo con descrizione del carcere Tulliano: vedi il ms. il 71 inf. n. 7 e i nn. F 227-8-9 inf. della Bibl. Ambrosiana di Milano che contengono copie del ms. vaticano fatte eseguire da F. Borromeo); i mss. 5407 e 5408 (che, con il Chigi I. V. 167, il ms. n. 1564 della Bibl. Angelica di Roma e i mss. 2007-2005 della Bibl. naz. di Madrid, contengono la Historica descriptio); inoltre i Vat. lat. 5511, 5515, 5681, 6168, 7398, 9063; ancora nella Bibl. Apost. Vat., Chigi R. II. 62 (tra l'altro lettere del C. edite da Martène-Durand, Veterum scriptorum); Roma, Arch. franc. di S. Isidoro degli Irlandesi, ms. 2/49 (usato, forse, da Wadding, contiene vari inediti ciaconiani); Napoli, Bibl. naz., ms. IX. G. 33 (Bibliotheca); Pesaro, Bibl. Oliveriana, ms. 59 e ms. 429, fasc. XXI (Mazzatinti, XXIX, pp. 24 s.; XXXIX, p. 49); Fano, Bibl. Federiciana, codd. 80-81 (Mazzatinti, LI, pp. 59-64). Il più recente ed informato studioso del C. è A. Recio Veganzones a cui si deve, oltre che una compiuta raccolta di notizie biografiche, anche una accurata ricerca dei mss. ciaconiani. Di lui segnaliamo: La "Historica descriptio Urbis Romae", obra manuscrita de Fr. Alonso Chacón O. P. (1530-1566), in Anthológica Annua, XVI (1968), pp. 44-102; Los primeros diseños de sarcofagos cristianos de Roma y el nuevo "Repertorium" de los mismos, in Antonianum, XLIV (1969), pp. 485-511; A. Ch., primer estudioso del mosaico cristiano de Roma y algunos diseños chaconianos poco conocidos, in Rivista di archeologia cristiana, LI (1974), pp. 295-329. Per le notizie bio-bibliografiche vedi inoltre: G. Argote, La nobleza del Andaluzia, Sevilla 1588, cc. 32v-33r, 254r, 273v, 276rv, 278rv; J. Thou, Historiarum sui temporis…, V, Parisiis 1604, p. 866; G. Ghilini, Teatro d'huomini letterati, II, Venezia 1647, p. 12; A. Teissier, Les eloges des hommes savans, II, Utrecht 1672, pp. 359-361; N. Antonio, Bibliotheca Hispana sive Hispanorum, II, Romae 1672, pp. 13 s.; L.-E. Du Pin, Bibliothèque des auteurs ecclés., XIV, Paris 1703, pp. 568-570; J. Quétif-J. Echard, Scriptores Ordinis praedicatorum, II, Lutetiae Parisiorum 1721, pp. 344-346; J. Mabillon, Museum Italicum, I, Lutetiae Parisiorum 1724, p. 94; E. Martène-U. Durand, Veterum scriptorum historicorum,dogmatorum,moralium amplissima collectio, III, Parisiis 1724, coll. 1311-1329; Bullarium Ordinis Praedicatorum, VI, Romae 1733, pp. 199-202; J. Niceron, Mémoires pour servir à l'histoire des hommes illustres, XXXIV, Paris 1736, pp. 171-180; A. Touron, Histoire des hommes illustres de l'Ordre de S. Dominique, IV, Paris 1747-49, pp. 745-749; F. Sacchini, De poenitentiariis minoribus apostolicis Basilicae Vaticanae, Romae 1873, p. 8; I. Gongora, Historia del colegio mayor de Sto. Tomás de Sevilla, II, Sevilla 1890, pp. 107-109; A. Fruehwirth, Acta capitulorum generalium Ordinis praedicatorum, Romae 1907, V, p. 107; VI, p. 55; G. Mercati, La data della morte di P. Ciaconio, in Studi romani, II (1914), pp. 354-356; L. Serrano, Archivo de la embajada de España cerca de la S. Sede, I, Roma 1915, p. 122; A. Videma, Un inmortal baezano,A. C., in Don Lope de Sosa, IV (1918), 16, pp. 21-25; E. Toda-Güell, Bibliografia Espanyola d'Italia, I, Escornalbou 1927, pp. 392-394; A. Zucchi, Roma domenicana,note historiche, IV, Firenze 1938, pp. 66 s., 103, 130, 195-199. Per i problemi connessi all'attività erudita ed antiquaria del C.: I. Lipsius, Epistolae, III, Antverpiae 1601, pp. 5 s.; D. Magro, Latino Latinii Viterbiensis epist., II, Viterbii 1667, pp. 194 s.; J. L'Heureux Macarius, Hagioglypta sive picturae et sculpturae sacrae antiquiores, a cura di R. Garrucci, Parisiis 1856, p. 1-4; A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632, pp. 512 s.; I. Ciampini, Vetera monumenta,in quibus praecipue musiva opera... illustrantur, Romae 1691, I, p. 271; II, pp. 118, 140; R. Fabretti, Iscriptionum antiq. quae in aedibus paternisasservantur explicatio et addit., Romae 1702, pp. 162 s.; G. B. De Rossi, La Roma sotterr. cristiana…, I, Roma 1857, pp. 14-26; Id., L'autografo delCiacconio, in Bull. di arch. cristiana, II (1864), p. 88; L. Duchesne, Le "Liber Pontificalis"…, Paris 1955-1957, I, p. 126 n. 4; II, pp. 451-457, 466, 478 n. 1; P. Tonini, La Roma sotterranea cristiana descritta e illustr. dal comm. G. B. De Rossi, in Arch. stor. ital., s. 4, II (1879), pp. 35-62, 216-250; G. Wilpert, Die Katakombengemälde undihre alten Copien, Freiburg 1891, pp. 4-45, tavv. I-XX; A. Valeri, Cenni biogr. di A. Bosio condocumenti inediti, Roma 1900, pp. 21-30; R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intornoalle collezioni romane di antichità, IV, Roma 1912, pp. 85 s., 197, 206, 211; Ch. Hülsen, Le chiese di Roma nel Medioevo. Catal. ed appunti, Firenze 1927, pp. 106-114, 527-543; E. Josi, Le pitture rinvenute nel cimitero de Giordani, in Riv. di arch. cristiana, V (1928), pp. 167-227; L. von Pastor, Storia dei papi, Roma 1925-29, IX, p. 194; XI, pp. 645, 685, 701; P. Paschini, Letterati ed Indicenella Controriforma, in Arch. della R. Dep. distoria patria, LXI (1936), pp. 37-62; C. Cecchelli, Il cenacolo filippino e l'archeologia cristiana, in Quaderni di studi romani, 1938, pp. 1-26; E. Tormo, El padre A. C. el indiscutible iniciador de la arquelogia de la arte cristiana, in Boletín de la Real Academia de la Historia, CXI (1942), pp. 151-199; G. Ferretto, Note storico-bibliogr. di archeol. cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 104-119; H. Leclercq, Copies des peintures des catacombes, in Dictionn. d'archeol. chrétienne et de liturgie, III, 2, Paris 1948, coll. 2801-2819; A. Ferruà, Il cardinal F. Borromeo e le pitture delle catacombe, in La Civiltà cattolica, CXIII (1962), pp. 244-250; G. Marcora, Il cardinal F. Borromeo e l'archeol. cristiana, in Mélanges Eugène Tisserant, V, Città del Vaticano 1964, pp. 115-154; G. Previtali, La fortuna dei primitivi…, Torino 1964, pp. 23, 30, 33 s., 47; E. Ruiz, Losaños romanos de P. Chacón..., in Quad. de filol. clás. (Madrid), X (1976), pp. 189-247.

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