FANFANI, Amintore

FANFANI, Amintore

Dizionario Biografico degli Italiani (2017)
di Guido Formigoni

FANFANI, Amintore

Nacque a Pieve Santo Stefano (Arezzo), il 6 febbraio 1908, da Giuseppe e Annita Leo.

Il contesto familiare

La sua famiglia d'origine era piccolo borghese, con forti radici contadine e artigiane. Il padre Giuseppe (1878-1943), figlio di un falegname, era stato l’unico della famiglia a studiare, laureandosi ed esercitando la professione di avvocato e poi di notaio nella provincia toscana. Volontario nella prima guerra mondiale, fu poi esponente locale del Partito popolare italiano ad Anghiari e a Sansepolcro, dove i Fanfani si trasferirono fra il 1919 e i primi anni Venti. La madre Annita Leo (1884-1968), di padre calabrese impiegato alle poste e madre veneziana, era una donna decisa, di convinta fede cristiana.

Amintore fu il primo di una nidiata di nove figli (Giuseppe aveva avuto anche una figlia da una precedente unione), tutti battezzati con una certa originalità onomastica. Con l’eccezione di un anno trascorso dai nonni materni a Treviso, studiò alle elementari a Pieve, dove ebbe occasione di prendere anche lezioni di disegno alla locale scuola della società operaia. Continuò le scuole medie al collegio Raffaello di Urbino e completò quindi ad Arezzo il liceo scientifico (prodotto della riforma Gentile). Qui seguì lezioni di storia dell'arte e di disegno del professore e pittore Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori e primo maestro di Amedeo Modigliani. Nel 1920 si iscrisse all’Azione cattolica (AC), dove ebbe un percorso giovanile vivace, fino alla responsabilità di guida di una Unione studenti medi a Sansepolcro.

 

Il giovane studioso di storia economica

Il contatto con l’Azione cattolica aretina si diradò tuttavia negli anni, poiché dopo la maturità egli compì la scelta di trasferirsi a Milano per studiare alla giovane Università cattolica di padre Agostino Gemelli: si iscrisse nell’ottobre del 1926 alla Scuola di scienze politiche, economiche e sociali, dove nel luglio 1930 ottenne la laurea in scienze economiche e sociali. In un ambiente ancora molto influenzato dal pensiero di Giuseppe Toniolo, i suoi riferimenti furono il direttore dell’Istituto di scienze economiche Angelo Mauri, lo statistico Marcello Boldrini e soprattutto Jacopo Mazzei (docente a contratto di politica economica internazionale), che gli assegnò la tesi di laurea su Ripercussioni ed effetti economici dello scisma inglese. Svolse quindi il servizio militare e fu congedato nel settembre 1932 come sottotenente.

Padre Gemelli aveva già notato il giovane, ambizioso e intelligente, procurandogli prima ancora della laurea un incarico retribuito per l’assistenza agli studenti e iniziando a farlo collaborare alla Rivista internazionale di scienze sociali, da poco acquisita dalla Cattolica. Vincitore della borsa di studio ‘Lorenzo Ellero’ nel 1932, Fanfani si avviò quindi alla ricerca e all’insegnamento, bruciando le tappe di una carriera molto brillante. Si iscrisse al Partito nazionale fascista (PNF) proprio per non aver problemi accademici, data la sorveglianza sui concorsi esercitata dalle autorità, che avevano registrato sospettosamente la sua militanza nell’Azione cattolica. Libero docente nel marzo 1933, iniziò a insegnare storia delle dottrine economiche in Cattolica. Nello stesso anno, Gemelli gli affidò, appena venticinquenne, la direzione della Rivista internazionale di scienze sociali.

I suoi interessi di studio si mostrarono subito molto ampi, e vennero sostenuti anche da una rapidità notevole di scrittura e pubblicazione: studiò le dottrine economiche medievali, le attività di una serie di protagonisti della vita economica medievale e moderna toscana e lombarda, la storia dei prezzi, la storia del lavoro. Soprattutto, si dedicò all’indagine di una questione di prima grandezza, quale il dibattito sulle origini del capitalismo, nel rapporto con cultura, religione, mentalità collettive. Su questo tema pubblicò nel 1934 a Milano per Vita e pensiero il suo volume più importante: Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, tradotto anche all’estero. Era un’articolata contestazione della tesi di Max Weber: anche nei paesi cattolici si era dissolta l’unità medievale, con l’affermazione di un individualismo economico staccato dall’etica. Il giudizio sul capitalismo era comunque nel volume fortemente critico. Tale impostazione fu confermata nella successiva ricerca di uno schema storico dell’evoluzione della storia del pensiero. In Storia delle dottrine economiche, I, Il volontarismo (Como 1938), criticò l’idea che l’economia politica potesse essere limitata agli autori classici del «naturalismo razionalista» settecentesco, risalendo invece al pensiero medievale (soprattutto francescano), in cui il concetto di volontarismo identificava gli autori che «non credendo alla spontaneità di un ordine economico razionale e benefico, consigliavano la creazione di un ordine razionale riflesso» (ibid., p. 7). Già allora, egli pensava a uno schema in cui, dopo l’età del volontarismo, sarebbe succeduta l’età del naturalismo (su cui avrebbe scritto nell’esilio svizzero), fino all’ipotesi per cui dopo la Grande Depressione del decennio Trenta il mondo sarebbe tornato a dottrine «neo-volontariste».

 

L’intellettuale della Cattolica di fronte al fascismo

Nel 1936 intanto aveva partecipato a un concorso da ordinario di storia economica, bandito presso l’Università di Genova: la commissione riconobbe la sua «netta superiorità rispetto agli altri candidati»  [D. Parisi, «L'idea che genera il fatto e il fatto che si riverbera sull'idea». La storia del pensiero economico nella didattica dell'Università cattolica negli anni Venti e Trenta, in Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, XXXVI (2001), 2, p. 248.], inserendolo nella terna dei vincitori. Fu quindi chiamato il 16 dicembre 1936 in Cattolica, dove avrebbe insegnato fino al trasferimento all’Università di Roma nel febbraio 1955. Pertanto, a metà degli anni Trenta Fanfani era già una figura di studioso riconosciuto e autorevole, che Gemelli portava a simbolo della fecondità della scuola della Cattolica. Anzi, progressivamente il rettore avrebbe sempre più intravisto nella sua dinamicità un appoggio sostanziale e anche una speranza per la propria successione. In questa veste di consigliere privilegiato del rettore, si interessò anche molto al dibattito culturale sull’attualità, proprio nella logica gemelliana, che tentava di influenzare gli sviluppi del regime fascista, sottraendolo all’ideologia gentiliana e riconducendolo a un orizzonte cattolico e moderato. Il punto cruciale fu l’identificazione del corporativismo come terreno possibile di mediazione tra dottrina sociale cattolica e Stato autoritario (Il significato del corporativismo, Como 1937), sviluppando i cenni della Quadragesimo anno di Pio XI ben oltre le prudenze di chi nel mondo cattolico restava fermo all’ipotesi che le corporazioni fossero al massimo strumenti di auto-organizzazione sociale. Da una parte, si trattava di rivendicare la correzione del laissez faire tradizionale senza cadere nel collettivismo, dall’altra si evidenziava una fiducia tutta moderna nei nuovi compiti dello Stato in economia, da valorizzare per ottenere una società più giusta. Fanfani in questo rappresentava bene la novità dell’approccio allo Stato della giovane generazione cattolica che aveva studiato la crisi del 1929 e i suoi devastanti effetti sul capitalismo.

Le sue spiccate simpatie per il fascismo si estendevano ad altri aspetti politici, tra cui l’imperialismo etiopico e l’eugenetica, arrivando ad appoggiare con qualche passaggio nei suoi articoli la nuova politica razziale nel 1938-39. Collaborò al periodico Dottrina fascista e partecipò al comitato scientifico della rivista Geopolitica, mentre non risultano suoi interventi su La Difesa della razza (come talvolta è stato asserito). Certo, si trattava di una visione sempre ricondotta nei limiti della concezione cattolica, secondo cui lo Stato restava un mezzo e non un fine, e l’etica andava a costituire un limite alla politica. Ma era un orientamento che doveva rimanere duraturo, fino almeno al 1941, ben oltre l’alleanza con la Germania nazista e l’ingresso in guerra. Solo nel corso del 1942 ci furono i segni di un giudizio che diveniva sempre più critico.

In Cattolica conobbe alcuni dei più stretti amici della sua vita, tra i quali soprattutto Giorgio La Pira, che frequentava quell’Istituto dei missionari della Regalità di Cristo, sodalizio laicale di consacrazione, cui anche il giovane docente Fanfani aderì per qualche anno. Poi incontrò una studentessa della buona borghesia milanese, Bianca Rosa Provasoli (1914), che il 22 aprile 1939, dopo un breve fidanzamento, sarebbe diventata sua moglie.

Nell’autunno del 1940 egli prese parte agli incontri organizzati da Gemelli per studiare le novità della guerra e i loro possibili effetti, schierandosi su posizioni mediane, poco critiche delle scelte del regime. Dall’ottobre 1941, contattato da Giuseppe Dossetti, partecipò con Giuseppe Lazzati e altri docenti agli incontri di casa Padovani, più aperti a pensare un futuro postfascista. I primi contatti di questo gruppetto con gli ambienti che stavano pensando alla ricostituzione di un partito cattolico furono però piuttosto negativi. Intanto pubblicava a Milano nel 1941 i Colloqui sui poveri, un libretto animato da una forte repulsione della miseria moderna e da una genuina spinta etica all’impegno sociale per contrastare le povertà. Nel dicembre 1942 ebbe luogo una prima cooperazione con l’Azione cattolica nazionale, entrando nell’ufficio direttivo dell’Istituto cattolico attività sociali, che il Movimento dei Laureati cattolici stava tentando di rilanciare. Il Radiomessaggio di Pio XII del Natale di quell’anno fu uno stimolo forte a quella nuova riflessione: la tematica della giustizia sociale cominciava ad allargarsi verso un orizzonte politico pluralistico e democratico.

 

L’«esilio» svizzero e la costruzione di un ruolo politico

Richiamato alle armi nel luglio 1943, assistette alla caduta di Mussolini, sperando in «un po’ di libertà, onesta, generosa, costruttiva» (Diari, I, 30 aprile 1944, p. 300). Uscendo le attività degasperiane alla luce del sole, Fanfani e i suoi amici non vi presero parte, criticando l’idea di un partito dei cattolici, nonostante Gemelli si stesse invece convincendo dell’opportunità di una convergenza, per difendere le posizioni cattoliche. Gli amici di casa Padovani prepararono comunque una sorta di ‘programma politico’, poi andato perduto. L’8 settembre fu segnato dall’ordine tedesco a tutti i militari in servizio di presentarsi ai comandi: dopo alcuni giorni di angosciosa riflessione, Fanfani decise di espatriare in Svizzera, il 17 settembre. Lasciava la famiglia sfollata da Milano a Viggiù, vicino a Varese: gli erano già nate le prime due figlie, Anna Maria (1940) e Maria Grazia (1942), mentre la moglie era incinta della terza, Marina, che sarebbe nata nell’aprile 1944. Su tutto l’«esilio» del periodo che andò dal settembre 1943 al luglio del 1945 siamo ora molto informati da un dettagliatissimo diario da lui scritto. Dapprima internato a Rapperswill, nel Bernese, fu trasferito poi a Chexbres e a Vevey, vicino a Losanna; trascorse due periodi a Mürren e a Ginevra, e infine ottenne un posto in una pensione a Losanna. Alternando squarci di ottimismo a riflessioni cupe sul passato e sul futuro dell’Italia (aveva maturato un giudizio retrospettivo durissimo sul fascismo), il giovane docente diede prova della sua inflessibile volontà e del suo attivismo, pur frammisti a periodi di incertezza e depressione. Nei campi di internamento – dopo i primi mesi di forzosa inattività – cominciò ad animare attività religiose, a insegnare agli italiani espatriati in un campo universitario organizzato presso l’Università di Losanna, a organizzare corsi di varie materie, soprattutto economico-sociali. Si mise a lavorare per il secondo volume della Storia delle dottrine economiche e per una Summula sociale. Pubblicò parecchi articoli sulla stampa svizzera, anche grazie a conoscenze negli ambienti cattolici. Nel cerchio ristretto degli italiani espatriati, continuò per parecchi mesi una polemica contro i democristiani, verso i quali provava immutata diffidenza. Fu in contatto con Charles Journet e approfondì l’evoluzione democratica del pensiero di Jacques Maritain. Preparò e pubblicò un piccola rivista intitolata Civitas Humana. Solo negli ultimi mesi dell’esilio, dopo un lungo confronto, si avvicinò alla Democrazia cristiana.

Rientrato in Italia, fu raggiunto da una richiesta da parte di Dossetti, divenuto vicesegretario nazionale della DC, di recarsi a Roma per collaborare al servizio stampa e propaganda Spes: accettò, pur con qualche residuo dubbio, che – secondo la sua testimonianza – venne sciolto solo dall’incitamento personale del papa, qualche mese dopo. Muovendosi come pendolare da Milano, si dedicò a questo lavoro che gli permise di farsi conoscere nel partito. Così che nel congresso di aprile 1946 venne eletto in Consiglio nazionale e quindi in Direzione. L’elezione all’Assemblea costituente il 2 giugno, nella circoscrizione Arezzo-Siena-Grosseto, completava la sua crescita politica: nominato nella Commissione dei 75, avrebbe lavorato nella terza sottocommissione, dedicata ai principi economico-sociali. Vi ebbe un ruolo abbastanza importante: si riconduce alla sua mano – dopo una discussione tra Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Dossetti – l’emendamento al primo articolo che fissava il concetto di una «repubblica democratica fondata sul lavoro».

In questo impegno si consolidò il gruppo dossettiano, con la convergenza nella casa di via della Chiesa nuova (scherzosamente chiamata comunità ‘del Porcellino’). Fanfani fece venire a Roma anche Bianca Rosa e i figli, i quali nel frattempo aumentavano: nacquero Alberto (1947), poi Benedetta (1950), Giorgio (1952) e Cecilia (1955).

Nel giugno 1947 egli accettò – dopo aver superato qualche perplessità diffusa nel gruppo di Cronache sociali – l’offerta di De Gasperi e divenne ministro del Lavoro nel primo governo senza le sinistre. Tenne questo ruolo fino al febbraio 1950, elaborando il piano Ina-Casa per l’edilizia residenziale pubblica, finanziato in parte con il risparmio dei lavoratori. Fu uno degli aspetti della pressione riformista dei dossettiani, continuata anche in seguito, che chiedeva a De Gasperi una politica più decisa in vista della ‘piena occupazione’, contro le remore finanziarie di Giuseppe Pella. Sul piano degli studi, quella stagione coincise con la valorizzazione di nuove forme di «neovolontarismo», quali quelle dell’istituzionalismo di John Atkinson Hobson e Thorstein Bunde Veblen, John Maurice Clark e Rexford Guy Tugwell, al quale dedicò nel 1946 il volume Il neovolontarismo economico statunitense.

 

Segretario e leader emergente della DC

Rimasto fuori dal successivo sesto governo De Gasperi come tutti i dossettiani, nel luglio 1951, dopo un’ulteriore durissima crisi di governo, entrò invece come ministro dell’Agricoltura nel settimo esecutivo guidato dallo statista trentino; questo passaggio coincise con la rottura con Dossetti, ormai avviato a chiudere l’attività politica di corrente. A partire da quegli anni, egli tenne continuativamente dei diari – ora in corso di pubblicazione – che contrariamente a quelli dell’esilio sono spesso costruiti come sintetiche annotazioni di agenda, ma che rappresentano tuttavia una fonte decisiva per capire il suo atteggiamento, oltre che per uno studio articolato della storia politica nei periodi del suo protagonismo.

Avvicinatosi quindi progressivamente a De Gasperi, collaborò in modo prudente con la nuova corrente dei ‘giovani’ di Iniziativa democratica. Dopo le travagliate elezioni del 1953, con il mancato scatto del quorum previsto dalla legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, si aprì una fase di instabilità politica. De Gasperi gli affidò gli Interni nel suo ultimo ministero, che non ottenne però la fiducia del Parlamento. Mantenne questa carica nel dicastero Pella di transizione e al momento della sua crisi fu indicato come presidente del Consiglio. Tentò di formare un monocolore democristiano (18 gennaio 1954) che non riuscì a ottenere la fiducia del Parlamento (10 febbraio 1954). Erano comunque le premesse di una rapida ascesa ai vertici del partito: dopo il congresso di addio di De Gasperi, tenuto a Napoli, fu eletto segretario politico nazionale della DC (16 luglio 1954). Un carteggio con De Gasperi –  al quale restava un mese di vita – fu da lui abilmente usato per legittimare ancora più chiaramente il proprio ruolo di suo successore politico. La sua segreteria sarebbe durata quattro anni e mezzo: coincise con il rilancio e la modernizzazione organizzativa del partito, che assunse una dimensione pienamente di massa, indipendente dalla gerarchica ecclesiastica, semmai con qualche riferimento strutturale al sistema dell’impresa pubblica. Erano gli anni dell’affermazione dell’ENI di Enrico Mattei, che con il politico aretino mantenne buoni rapporti, curando peraltro la propria autonomia imprenditoriale e politica. Fanfani applicò rigidamente la disciplina di partito su alcuni casi interni delicati: la sua visione «monocratica» (Craveri, 2009, p. 61) della DC emerse con tutta evidenza, incontrando peraltro i primi limiti, come nelle elezioni presidenziali del 1955, quando la candidatura Gronchi emerse proprio da una resistenza composita contro la segreteria. Propose per i governi una linea politica centrista di segno via via più spregiudicato e ‘moderno’, tentando anche di tessere buoni rapporti internazionali con l’amministrazione Eisenhower, che aveva mandato a Roma l’ambasciatrice Clare Boothe Luce, a lui poco favorevole: temeva che avrebbe potuto diventare «il Kerensky italiano» (M. Del Pero, L’alleato scomodo, Roma 2001, p. 231), arrivando ad accordi con Nenni. Fanfani teneva discorsi impegnativi, un po’ enfatici ma sostanzialmente chiari: la politica estera democristiana e italiana doveva mettersi al servizio della costruzione della pace, sostenendo l’unità dell’Occidente, senza nessuno scivolamento neutralista. Fu accolto con un certo successo dal presidente Dwight David Eisenhower e dal segretario di Stato John Foster Dulles in una visita a Washington nell’agosto del 1956. I fatti di Budapest del novembre 1956 lo videro coordinare una decisa linea propagandistica anticomunista. Con la crisi del governo Segni nel giugno 1957, però, le prospettive del quadripartito centrista si fecero difficili, come lo stesso segretario della DC doveva sperimentare, fallendo ancora nel tentativo personale di ricostituire un governo.

 

La prospettiva riformatrice del centro-sinistra

Il successivo Consiglio nazionale di Vallombrosa del 1957 diede l’impressione di un mutamento: a Fanfani apparve necessario fornire una sponda alla riunificazione socialista «su basi di vera democrazia e di sostanziale autonomia dal comunismo» (Consiglio nazionale DC del 13-14 luglio 1957, Roma 1957, p. 13) – il che voleva dire soprattutto sostenere indirettamente l’iniziativa di Giuseppe Saragat – per realizzare un assetto più avanzato della politica italiana nel senso del «centro-sinistra» con PSDI e PRI nell’attesa di un’evoluzione o di una spaccatura del PSI, in cui Nenni aveva preso le distanze lentamente dal PCI. Ciò avrebbe comportato anche rompere con i liberali di Giovanni Malagodi. A seguito del relativo successo nelle elezioni politiche del 1958 in cui la DC recuperò due punti percentuali, Fanfani si trovò nella posizione di attuare in prima persona la sua politica. Giovanni Gronchi lo incaricò di formare un governo, entrato in carica il 1° luglio 1958 e retto sull’alleanza con il PSDI e l’appoggio esterno del PRI, in cui egli mantenne anche l’interim degli Esteri. Decise poi di non dimettersi subito da segretario della DC, volendosi portare dietro il partito, almeno fino a un nuovo congresso. Avviò una politica estera piuttosto originale, sulla linea del cosiddetto ‘neoatlantismo’, che al rapporto stretto con gli Stati Uniti voleva aggiungere una politica nazionale più autonoma, favorendo i fermenti rinnovatori dei popoli di nuova indipendenza nel Mediterraneo e accettandone la neutralità, purché non guardassero verso Mosca. Non riuscì a lasciare un segno marcato nella politica interna, nonostante la proposta di un «piano decennale» per lo sviluppo della scuola, che fu approvato ma non realizzato. Gli effetti del boom economico stavano ponendo il problema di indirizzare lo sviluppo del paese: iniziava un ciclo di aumento della spesa pubblica.

L’inedita concentrazione di potere che egli aveva realizzato fu il primo motivo della convergenza interna alla DC di un’opposizione nei suoi confronti, frutto della progressiva rottura della corrente di maggioranza, Iniziativa democratica. Il governo durò quindi poco più di sei mesi. Su una serie di provvedimenti iniziarono voti contrari dei franchi tiratori nelle aule parlamentari, che indussero Fanfani a dimettersi, il 26 gennaio 1959. Cinque giorni dopo, presentava anche le dimissioni da segretario del partito. In emergenza, la DC ricucì la crisi con un governo Segni, che continuava a mostrare un programma avanzato, ma che trovò la disponibilità a essere sostenuto in Parlamento anche da parte delle destre. Fanfani intendeva farsi respingere le dimissioni al Consiglio nazionale della DC, per tornare con un mandato rafforzato alla guida del partito. Ma gli scissionisti di Iniziativa democratica, riunitisi nel convento delle suore dorotee al Gianicolo (di qui il nome «dorotei») si opposero a rinnovargli il mandato, se non avesse accettato una segreteria collegiale e l’impegno a non lavorare contro il governo. Al consiglio nazionale della Domus Mariae (14-17 marzo 1959) una mozione per respingere le sue dimissioni fu così bocciata. Fu eletto segretario Moro, con un mandato di mediazione e allentamento dei conflitti, l’esatto contrario del decisionismo fanfaniano.

Fanfani fu spiazzato dall’operazione, e coltivò per qualche tempo una posizione di risentita estraneità. Fu tentato dalla proposta di Moro di ricompattare Iniziativa democratica, ma decise alla fine di lanciare una propria corrente (dal nome di Nuove cronache, dato che gli ambienti vicini a Dossetti gli impedirono di rilanciare la sigla Cronache sociali), per combattere una battaglia congressuale su posizioni di sinistra interna, contro la segreteria Moro. Nell’ottobre 1959, perse di misura il congresso di Firenze, solo grazie alla convergenza in extremis delle correnti di destra scelbiana e andreottiana sulle posizioni di Moro e dei dorotei. Ma subito dopo il segretario confermato lo convinse a ricostruire una direzione unitaria. Con la crisi del governo Segni, provocata dai liberali, Fanfani si ritrovò a collaborare con Moro, tentando di far nascere nel marzo 1960 un governo tripartito aperto a una benevola astensione socialista, che venne però osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e non trovò certezza di appoggio nei gruppi parlamentari: il leader aretino rassegnò quindi il mandato. Dopo la lunga crisi Tambroni, però, fu ancora a Fanfani che Moro chiese di presiedere un governo monocolore democristiano di «convergenza democratica» con i partiti centristi, completato dalle astensioni «parallele» di monarchici e socialisti: la stampa l’avrebbe battezzato il governo delle «convergenze parallele». Il terzo governo Fanfani entrò in carica quindi il 26 luglio 1960. La stagione che si apriva doveva godere anche di una nuova fiducia espressa da papa Roncalli verso il suo dicastero, che gli garantì una inedita tranquillità sul fronte ecclesiastico: «il papa gli ha detto che egli aiuta il mio esperimento con il suo silenzio e con fiduciosa preghiera» (Diari, IV, 27 marzo 1962, p. 410), gli riferiva padre Paolo Caresana. Questi quasi tre anni furono quelli in cui il suo attivismo si dispiegò al meglio, sullo sfondo di un’Italia in rapidissima crescita economica.

Il governo di «convergenza» era la premessa di un'alleanza di centro-sinistra ormai nelle cose, che si realizzò definitivamente dopo il congresso democristiano di Napoli del febbraio 1962. Fanfani investì molto su una visione della nuova fase politica come occasione strategica per realizzare il riformismo preparato dalla stagione dossettiana: un riequilibrio per via statuale dei rapporti sociali, favorito dalla crescita economica, che doveva sanare una serie di squilibri storici enfatizzati dalla fase del boom, inteso come crescita rapida e disordinata. Era una visione coerente con il riformismo del nuovo quadro internazionale, in cui era all’ordine del giorno la correzione delle asprezze della ricostruzione. Il quarto governo Fanfani, con l’astensione socialista, realizzò nel giro di pochi mesi una serie di riforme che comprendevano sostanzialmente le richieste del PSI: la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, la riforma della tassazione azionaria. Restarono in bilico, per una forte resistenza interna nella DC, solo l’attuazione delle regioni a statuto ordinario e la riforma urbanistica. Il nuovo clima internazionale segnato dalla presidenza Kennedy riportava del resto il mainstream della politica occidentale in senso favorevole al riformismo, per sconfiggere il comunismo. Durante la crisi di Cuba – secondo la testimonianza di Ettore Bernabei, che lascia però aperto qualche dubbio sulla tempistica – fu Fanfani a prospettare l’ipotesi di ritirare i missili statunitensi a medio raggio stanziati in Puglia, che poi entrò nella realizzazione del compromesso finale (Giovagnoli - Tosi, 2010, pp. 477-480).

 

La crisi del protagonismo riformista: il nuovo ruolo internazionale

Le elezioni del 1963 rappresentarono però una battuta d’arresto di questo assetto riformista: la perdita secca del 4% dei voti democristiani fu addossata da molti colleghi di partito e di governo alle responsabilità del presidente del Consiglio, accusato di accelerazioni improprie che avevano spaventato i moderati e abbassato la soglia di coerenza ideologica nel proprio mondo sociale e culturale. Fanfani ruppe anche con Saragat e si trovò ancora isolato ed escluso dal governo, che – dopo un monocolore Leone di decantazione – passò nelle mani di Moro. Egli annotava la percezione di «una nuova e più raffinata Domus Mariae» (Diari, IV, 24 maggio 1963, p. 573). In qualche modo, quel passaggio mise in crisi l’immagine di Fanfani come capo del riformismo e punto di riferimento della sinistra democristiana. Nel suo periodo di ritiro, oltre a tornare all’insegnamento e agli studi, coltivò con sempre maggior determinazione la pittura, seguendo un itinerario che dal realismo magico lo portò a sperimentare forme di astrattismo lirico.

Sembrò anche avviare una sorta di lento ripensamento della propria collocazione politica: cominciò con il proclamare la «non irreversibilità» (Il Popolo, 17 aprile 1964) dell’alleanza di centro-sinistra con un discorso dell’aprile 1964. Nelle sue intenzioni, si trattava di rivendicare una maggior libertà riformatrice per la DC, che non doveva farsi condizionare troppo dagli alleati: un difetto che egli rimproverava vistosamente a Moro. C’era anche il riflesso di una sua storica convinzione che più che le alleanze contassero i programmi politici. Inoltre, dando troppo spazio agli alleati dell’area socialista, egli pensava che si stessero ponendo le premesse di una pericolosa alternativa di sinistra alla DC. Tale riflessione – tacciata di ‘integralismo’ dai suoi critici – aveva il risvolto indubbio di incrinare il consenso sul futuro dell’alleanza. Comportava un curioso riavvicinamento alle remore dei dorotei (che fino a quel momento egli aveva considerato sprezzantemente come i complottatori della Domus Mariae) e finiva per favorire quindi indirettamente le manovre degli ambienti più conservatori e preoccupati, a partire dal presidente della Repubblica Antonio Segni, e radicalmente ostili all’assetto di centro-sinistra, come si sarebbe visto nella crisi del governo Moro nel luglio 1964.

Dopo l’emorragia cerebrale e le dimissioni di Segni, Fanfani tentò di inserirsi nel gioco per l’elezione del presidente della Repubblica alla fine del 1964, contro il candidato ufficiale della DC, Giovanni Leone. Ma la manovra suscitò timore per la sua indeterminatezza politica, mentre non ottenne consensi a sinistra: fu attribuita a Moro la battuta per cui con Fanfani «diventerebbe reversibile anche la repubblica» (La Nazione, 8 dicembre 1964). La sua infrazione alla disciplina di partito fu fortemente criticata dalla gerarchia ecclesiastica e dovette quindi lasciare il passo alla convergenza democristiana su Saragat. Fu Moro a chiedergli ancora di tornare al governo, come ministro degli Esteri, proprio al posto del leader socialdemocratico, dal 5 marzo 1965. Fanfani ricoprì tale carica per più di tre anni, pur con una crisi intermedia, causata da un’incauta uscita pubblica dell’amico La Pira. Un’intervista carpita da una giornalista de Il Borghese all’ex sindaco di Firenze, piena di critiche al governo italiano e agli Stati Uniti, si scoprì frutto di un incontro organizzato dalla moglie di Fanfani: il ministro si dimise il 30 dicembre 1965 (salvo tornare in quel ruolo due mesi dopo, a seguito della nuova crisi di governo, risolta con il reincarico a Moro). Nella dimensione internazionale, egli si muoveva ormai con una certa abilità: conferma ne fu la designazione a presidente dell’Assemblea generale dell’ONU per la sessione dell’autunno 1965, conseguenza di un intreccio di consensi trasversale ai blocchi ed esteso a molti paesi emergenti. Permaneva una marcata volontà di protagonismo personale e per conto del proprio paese. Talvolta questa esigenza lo portava a sopravvalutare le possibilità per l’Italia di svolgere operazioni di mediazione e pacificazione, come nel caso del Vietnam. Non sempre riuscì a tenersi in contatto con potenziali sponde diplomatiche, come quella vaticana. I suoi tentativi di allargare le compatibilità e i vincoli della politica estera italiana causarono nell’alleanza di governo qualche tensione, sempre mediata da Moro: nel caso vietnamita, spiccarono le sue prese di distanza dalla strategia dei bombardamenti di Washington dopo il 1966; nel caso mediorientale, elaborò una linea attenta alle ragioni dei paesi arabi, che scontentò soprattutto Nenni e Saragat; sul caso cinese, cercò di avvicinare il riconoscimento italiano della Repubblica popolare.

La vita di Fanfani fu segnata in quella fase anche dal lutto per la perdita della moglie Bianca Rosa, che si spense il 26 settembre 1968 per una complicazione successiva a un incidente d’auto. Dopo alcuni anni di vedovanza, egli conobbe Maria Pia Tavazzani (1922), anch’ella vedova, donna volitiva e impegnata in molteplici attività di volontariato, nazionale e internazionale: i due si sposarono il 3 agosto 1975.

 

La svolta moderata e la via istituzionale: dal Senato al tentativo di elezione presidenziale

Dopo le elezioni del 1968, in cui aveva accettato di farsi eleggere al Senato, ottenne la presidenza della Camera alta che, pur con parecchie interruzioni, averebbe ricoperto per molti anni. Nel frattempo, le fibrillazioni del centro-sinistra erano gestite da una segreteria democristiana sempre più fragile, prima affidata a Flaminio Piccoli e poi all’antico collaboratore del leader aretino, Arnaldo Forlani. Fanfani sembrò coltivare uno stato d’animo sempre più moderato, preoccupato per le agitazioni sindacali e studentesche, ostile a un dialogo con il PCI. Egli tentò di costruire buoni rapporti con l’ambasciata statunitense a Roma, affidata da Richard Nixon al ‘falco’ Graham Martin. Ma nella sostanza non volle o non trovò modo di assumere un ruolo di protagonista attivo per promuovere una svolta moderata di segno neocentrista o francamente conservatore. A fronte dei rischi che emersero con la strategia della tensione e delle pressioni americane per un ritorno indietro verso il centrismo, ricoprì piuttosto un ruolo prudente di stabilizzazione, rifiutando le sollecitazioni di Saragat a guidare un governo pre-elettorale dopo il trauma della strage di piazza Fontana a Milano (come emerge chiaramente dai suoi Diari: 14 novembre e 2 dicembre 1969, 8 febbraio e 1° marzo 1970). Nel marzo 1970 ebbe un incarico per ricostituire un governo di centro-sinistra, ma la sua proposta di far entrare tutti i segretari di partito non fu accettata, perché vista come un modo eccessivo per rafforzare il ministero, rispetto al sistema dei partiti e al Parlamento.

La moderazione dei suoi toni si spiegava anche come ulteriore preparazione di una candidatura alla presidenza della Repubblica, che la DC stavolta ufficialmente gli offrì alla fine del 1971. Ma ancora una volta l’operazione fallì, per la divisione del partito e la tenuta del blocco delle sinistre sulla candidatura di Francesco De Martino. Fanfani si ritirò dopo parecchi scrutini infruttuosi e la DC passò a ricandidare Leone, eletto alfine con una risicata maggioranza aperta a destra. Il neopresidente ricompensò il suo sacrificio con la nomina a senatore a vita (10 marzo 1972). Questa vicenda spaccò però ulteriormente l’intesa tra democristiani e socialisti, inducendo la maggioranza della DC a tentare un esperimento neocentrista con i liberali, nel governo Andreotti, dopo le elezioni anticipate convocate nel maggio 1972. La posizione di Fanfani fu interpretata da molti come favorevole alla svolta politica, e anzi fautrice di una possibile correzione istituzionale nel senso del rafforzamento dell’esecutivo, che egli in realtà non sostenne mai con chiarezza. La polemica contro il Fanfani ‘gollista’ fu senz’altro frutto di enfasi propagandistica.

Nella primavera del 1973, egli guidò un tentativo di ricomposizione degli assetti interni alla DC, mediando con Moro, con il quale si incontrò il 22 maggio: si arrivò quindi a un congresso unitario del partito, dopo il cosiddetto accordo di palazzo Giustiniani (sede della presidenza del Senato), che riaprì provvisoriamente la stagione del centro-sinistra e riportò Fanfani alla segreteria del partito, assunta appunto nel giugno 1973. Tentò un recupero ideologico della ‘centralità’ democristiana, che puntava al consolidamento del rapporto con la Chiesa, i ceti medi e la borghesia produttiva, nella competizione con gli alleati di governo più aperti a sinistra, e in particolare i socialisti. I due anni successivi sarebbero stati tuttavia fra i più difficili della storia democristiana. Il leader toscano, una volta fallito l’ultimo tentativo di emendare la legge sul divorzio approvata dal Parlamento nel 1970, si apprestò alla battaglia politica, sia pur con qualche tentennamento: si risolvette all’inizio del 1974 a portare la DC in modo molto forte nella campagna referendaria, promossa da una parte del mondo cattolico, per abrogare quella legge. Non è chiaro se ritenesse possibile un successo che avrebbe anche potuto rilanciare la sua leadership, oppure volesse comunque provocare una rottura, in cui risaltare come punto di riferimento politico in qualche modo al di sopra degli stessi partiti. La netta sconfitta del 12 maggio 1974, invece, indebolì decisamente le sue posizioni. Annotando a caldo le sue sensazioni, attribuì colpe alle fragilità del clero, all’«astensionismo» di dorotei e sinistre democristiane, oltre che alla tiepidezza missina a causa della ripresa dell’alleanza di centro-sinistra (Archivio storico del Senato della Repubblica, Fondo Fanfani, Diari, 13 maggio 1974). La sua segreteria  si trascinò stancamente – in un clima di dilagante «questione morale», alimentato anche da una stampa di opinione fino ad allora piuttosto succube verso il partito di maggioranza – fino alla tornata elettorale regionale del giugno 1975. Un ulteriore secco arretramento della DC e un’impetuosa avanzata del voto comunista portarono a un Consiglio nazionale durissimo del partito, in cui la sua relazione introduttiva ottenne un voto contrario. Diede le dimissioni, sostenendo peraltro la soluzione mediatoria e ‘istituzionale’ proposta da Moro, con la segreteria affidata al presidente del Consiglio nanzionale, Benigno Zaccagnini. Alleato quindi con i dorotei e gli andreottiani nel congresso del marzo 1976, fu nuovamente sconfitto dal cartello delle sinistre della cosiddetta ‘area Zac’, appoggiato anche da Mariano Rumor ed Emilio Colombo, sotto la tutela di Moro. Entrò in quella stagione su posizioni nettamente anticomuniste, critiche della proposta del compromesso storico avanzata da Enrico Berlinguer, ma anche dell’articolata strategia della «terza fase» proposta da Moro. Egli sperava ancora di poter ricoprire un ruolo di riserva della Repubblica, non «mescolando[si]» al «marasma» (Ibid., Diari, 2 gennaio 1976).

 

Un lungo ruolo notabiliare e istituzionale

Rieletto presidente del Senato nel luglio 1976, lo rimase fino al dicembre 1982. In quella nuova fase dovette ridurre decisamente le sue aspettative di ricoprire ruoli politici attivi, confinandosi in una posizione istituzionale sobria e defilata. Pubblicò un libro in cui rilanciò la tesi della partecipazione operaia agli utili e alla gestione delle imprese (Fanfani, 1976): apparentemente fuori tempo nell’epoca di un sindacalismo antagonista e rivendicativo, ma coerente con il suo lontano pensiero di integrazione sociale neocorporativa. Non a caso, si dedicò con più intensità alla pittura, partecipando a importanti mostre collettive, seguite dai successi degli anni Ottanta, con le prime personali in Italia, in Europa (Ginevra, Berlino, Vienna, Lubiana) e nel mondo (Los Angeles, Caracas); stagione che si sarebbe conclusa con la cospicua personale del 1993 a Hong Kong. Nel 1978 fu molto scosso dal rapimento di Moro e durante i cinquantacinque giorni sembrò uno dei dirigenti democristiani più flessibili nei confronti delle proposte di trattativa che il leader rapito aveva drammaticamente avanzato, pur coltivando parecchi dubbi e reticenze nel combattere il ‘fronte della fermezza’. Proprio il 9 maggio era atteso un suo intervento aperturista alla Direzione democristiana, quando le Brigate rosse fecero trovare il cadavere dello statista rapito.

Appoggiò quindi la posizione del «preambolo» che nel congresso DC del febbraio 1980 mise fine al periodo dei governi di «solidarietà nazionale» con il PCI nella maggioranza. Ma si spostò poi progressivamente a sostenere (con Piccoli e Andreotti) una nuova correzione di linea a sinistra della DC, con l’elezione a segretario di Ciriaco De Mita nel congresso del 1982. Si apriva la stagione della competizione con Bettino Craxi per l’egemonia della nuova ‘governabilità’. Il suo ruolo era comunque ormai quello di un notabile, come si vide nel dicembre 1982, quando fu incaricato di guidare un governo pre-elettorale fino al 4 agosto  1983. Il cattivo risultato del suo partito alle elezioni causò un’eclissi momentanea anche del suo personale ruolo pubblico: gli fu preferito Francesco Cossiga per la presidenza di palazzo Madama. Ma dopo l’elezione di quest’ultimo al Quirinale, Fanfani tornò a essere eletto con un ampio consenso alla presidenza del Senato (9 luglio 1985 - 7 aprile 1987). Nel 1987 ebbe occasione ancora una volta – sarebbe stata l’ultima – di guidare un governo di transizione pre-elettorale (17 aprile - 28 luglio). Nella successiva legislatura, Fanfani ricoprì gli incarichi di ministro dell'Interno nel governo Goria e di ministro del Bilancio e della programmazione economica nel governo De Mita, fino al 1989.

Fu presidente della commissione Esteri del Senato tra 1992 e 1994, ma anche come senatore a vita ridusse progressivamente i suoi impegni. Gli ultimi anni lo videro su posizioni ritirate assistere alla crisi finale della DC: appoggiò comunque convintamente la nascita del nuovo Partito popolare. Morì il 20 novembre 1999 nella sua abitazione romana.

Opere

Oltre ai testi citati, si segnalano: Le origini dello spirito capitalistico in Italia, Milano 1933; Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, Milano 1934, nuova ed. a cura di P. Roggi, Venezia 2005; Un mercante del Trecento, Milano 1935; Indagini sulla «rivoluzione dei prezzi», Milano 1940; Storia economica. Dalla crisi dell’impero romano al principio del secolo XVIII, Milano 1940; Colloqui sui poveri, Milano 1941, nuova ed. a cura di M. Tosti, Roma 2002;  Storia delle dottrine economiche, II, Il naturalismo, Milano 1946; Storia del lavoro in Italia dalla fine del secolo XV agli inizi del secolo XVIII, Milano 1943; Persona, beni, società in una rinnovata civiltà cristiana, Milano 1945; Summula sociale secondo l’insegnamento pontificio, Roma 1945; Centro-sinistra ’62, Milano 1963; Una Pieve in Italia, Milano 1964, nuova ed. Venezia 2008; Capitalismo, socialità, partecipazione, Milano 1976, nuova ed. a cura di P. Roggi, Venezia 2008; Giorgio La Pira. Un profilo e 24 lettere inedite, Milano 1978.

Fonti e Bibliografia

Fanfani ha lasciato un esteso archivio personale, che è stato organizzato dalla omonima Fondazione ed è attualmente depositato e consultabile presso l’Archivio storico del Senato della Repubblica. In questo lascito spiccano molti quaderni di diari, che partono dal periodo dell’esilio e seguono la sua vita politica: essi sono in via di pubblicazione (A. Fanfani, Diari, a cura della Fondazione Amintore Fanfani, I-IV, Soveria Mannelli 2011-12, relativi agli anni 1943-1963). Biografie e profili: P. Ottone, Fanfani, Milano 1966; G. Galli, Fanfani, Milano 1975; V. La Russa, Amintore Fanfani, Soveria Mannelli 2006; P. Roggi, Amintore Fanfani, imprenditore della politica, Firenze 2011. Studi e approfondimenti su vari aspetti della sua formazione, dei suoi studi e della sua attività politica: Fanfani e la casa. Gli anni Cinquanta e il modello italiano di Welfare State. Il piano Ina-Casa, a cura di Istituto Luigi Sturzo, Soveria Mannelli 2002; S. La Francesca, La linea riformista. La testimonianza dei diari di Amintore Fanfani (1943-1959), Firenze 2007; E. Martelli, L’altro atlantismo. Fanfani e la politica estera italiana (1958-1963), Milano 2008; Amintore Fanfani e la crisi del comunismo. Arezzo 1957, Congresso delle Nei, a cura di B. Bagnato, Firenze 2009; P. Craveri, Lo Stato e il partito nell’opera politica di Amintore Fanfani, in Annali dell'Università suor Orsola Benincasa, 2009, vol. 1, pp. 51-67; G. Michelagnoli, Amintore Fanfani. Dal corporativismo al neovolontarismo statunitense, Soveria Mannelli 2010; Amintore Fanfani e la politica estera italiana, a cura di A. Giovagnoli - L. Tosi, Venezia 2010; Amintore Fanfani. Storico dell’economia e statista. Economic Historian and Statesman, a cura di A.M. Bocci Girelli, Milano 2013; Dall’osservatorio più alto. Amintore Fanfani alla presidenza dell’Onu, a cura di P. Roggi, Firenze 2013; Amintore Fanfani. Formazione culturale, identità e responsabilità politica, a cura di A. Cova - C. Besana, Milano 2014. Una testimonianza della seconda moglie: M.P. Fanfani (con R. Ottomaniello), Una vita, due vite. I miei anni con Amintore, Milano 2002. Sull’opera pittorica: F. De Santi, Amintore Fanfani. Dipinti e opere su carta 1924-1996. Tra sogno e realtà. Catalogo, Milano 2006.

 

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