Anatomia

    Universo del Corpo (1999)

di Andrea Carlino

Anatomia

È la scienza biologica che studia la forma e la struttura degli esseri viventi. Il suo nome (dal latino tardo anatomía, a sua volta derivato dal greco ἀνατέμνω, "tagliare, sezionare") è legato alla pratica della dissezione, che fin dall'antichità ha costituito il principale metodo di indagine di questa disciplina, oggi affiancato da altri più moderni e sofisticati, come le indagini strutturali e ultrastrutturali. Per anatomia umana in senso stretto si intendono oggi l'anatomia sistematica e l'anatomia topografica. La prima descrive i singoli apparati e gli organi che li costituiscono, esaminandoli dal punto di vista sia macroscopico sia microscopico; la seconda studia la morfologia macroscopica, la posizione e i rapporti dei diversi organi, compresa la loro proiezione sulla superficie corporea. L'anatomia topografica è una scienza di interesse prevalentemente clinico e chirurgico, che nasce dall'esigenza di operare una sintesi dei dati forniti dall'anatomia sistematica; in questo senso essa è stata indicata anche con i nomi di anatomia applicata o di anatomia clinica. Il rilievo che l'anatomia in generale ha assunto nell'ambito delle discipline mediche è un'acquisizione relativamente recente: essa, intesa come base scientifica su cui ogni pratica corporale è fondata, è diventata patrimonio specifico della medicina solo alla fine di un processo durato molti secoli.

Nelle civiltà arcaiche le principali fonti di conoscenze anatomiche, oltre all'osservazione delle parti esterne del corpo, erano costituite dalla preparazione dei cibi e dai riti sacrificali. Attraverso le pratiche culinarie e quelle cultuali gli antichi poterono inferire i primi elementi di anatomo-fisiologia umana, sulla base del riscontro oggettivo di alcune analogie strutturali e funzionali tra il corpo umano e quello degli animali che cuochi e sacerdoti manipolavano.

L'anatomia come osservazione sistematica delle parti interne di un essere vivente nasce come anatomia animale e in campi che hanno ben poco a che fare con la medicina. Il sacerdote, come il cuoco, doveva possedere l'abilità manuale e le conoscenze necessarie al fine di una corretta separazione delle parti del corpo dell'animale; entrambi dovevano saper distinguere le parti commestibili da quelle che non lo erano, quelle più prelibate da quelle meno gustose. Il cuoco sapeva bene, per es., con quanta delicatezza bisognasse rimuovere la cistifellea dall'animale per evitare che la bile, il liquido amaro in essa contenuto, si riversasse sulle carni, e sapeva anche quanto accuratamente andassero sciacquati i reni affinché perdessero l'aspro sapore di urina. Il sacerdote, dal canto proprio, sapeva invece da dove far fluire il sangue dell'animale sacrificale, mentre l'aruspice, presso babilonesi, assiri, ittiti, etruschi e romani, nel praticare l'epatoscopia acquisiva cognizioni precise sulla localizzazione di molti organi. Proprio l'epatoscopia può essere considerata come la prima attività che presuppone l'esercizio dell'osservazione di parti anatomiche, anche minute, e una loro interpretazione.

L'imbalsamazione dei cadaveri nell'Antico Egitto è un'altra pratica afferente alla sfera religiosa che è stata sovente messa in relazione con l'anatomia. Tuttavia, sembra che nessuna nozione specifica di morfologia umana e degli organi interni fosse veramente necessaria per l'eviscerazione dei corpi: dalle fonti disponibili si può supporre anzi che tale operazione fosse svolta in modo alquanto brutale e grossolano, senza alcuna particolare accortezza nella separazione degli organi tra di loro e dal corpo. Di fatto, comunque, l'imbalsamazione costituì un precedente importante: le prime dissezioni di cui esiste documentazione furono infatti praticate proprio in Egitto, ad Alessandria, presso la scuola medica fondata da Erofilo nel 3° secolo a.C. Questi ebbe la possibilità di operare non soltanto su cadaveri, ma addirittura sembra gli fosse consentito dai sovrani Tolomei di vivisezionare alcuni corpi di condannati a morte.

La dissezione è la tecnica più diretta per accedere alla conoscenza dell'anatomia umana; ciò nonostante, la sua pratica sul corpo umano, e tanto più la vivisezione, restarono un momento isolato nella storia dell'anatomia: a eccezione della scuola di Alessandria, tra il 3° secolo a.C. e il 2° secolo d.C., mai più fu praticata la vivisezione, mentre le dissezioni anatomiche di cadaveri sono certamente documentabili soltanto a partire dal 14° secolo. Questa lenta affermazione di una pratica decisiva per l'acquisizione di conoscenze sul corpo umano fu dovuta tanto a motivi di carattere religioso e antropologico (la repulsione e il disagio provocati dall'apertura dei cadaveri), quanto a ragioni epistemologiche. La fragilità dello statuto scientifico dell'anatomia e le difficoltà degli stessi medici di chiarirne l'utilità effettiva nella pratica clinica quasi sino al 18° secolo impedirono il formarsi di un contesto culturale coerente, capace di fornire giustificazioni solide a operazioni, come la manipolazione e lo scompaginamento del cadavere, che lambivano il campo della trasgressione e del sacrilegio. Già prima dell'esperienza della scuola medica di Alessandria, medici e filosofi naturali avevano messo a punto e applicato alcune tecniche alternative, che permisero il progressivo sviluppo delle conoscenze anatomiche. Nel Corpus Hippocraticum - la silloge di opere mediche redatte presumibilmente tra gli ultimi decenni del 5° e gli inizi del 4° secolo a.C., che una antica ma dubbia tradizione attribuisce interamente a Ippocrate - lo spazio specificamente dedicato all'anatomia è molto limitato, nonostante si riconosca che alcune malattie non si sarebbero potute curare senza un'appropriata conoscenza anatomica e che gran parte delle operazioni chirurgiche sarebbero state impensabili senza una sia pur superficiale cognizione dell'interno del corpo. Tali indispensabili conoscenze erano acquisite attraverso alcune tecniche alternative alla dissezione di cadaveri umani, quali la palpatio, ossia la deduzione dell'interno del corpo tramite esame esterno, e la spectatio vulneraria, ossia l'osservazione delle parti interne attraverso le ferite; la tecnica fondamentale era però rappresentata dalla dissezione e vivisezione degli animali.

Si deve ad Aristotele la messa a punto di una generale metodologia d'osservazione dei corpi animati e il fondamento di un'epistemologia basata sull'autopsia. Alcuni dei suoi scritti zoologici (Historia animalium, De generatione animalium e De partibus animalium) sono volti essenzialmente alla descrizione degli animali e delle funzioni dei loro organi; egli pone come modello di riferimento l'uomo, l'espressione più alta della natura nella tassonomia animale, e fornisce i criteri che legittimano l'analogia tra anatomia umana e animale.

Maiali, capre, cani e soprattutto scimmie costituirono la più importante fonte di informazioni e conoscenze sul corpo umano anche per Galeno (ca. 130-200 d.C.), il medico di Pergamo che con il De anatomicis administrationibus e il De usu partium corporis humani fornì la più completa e dettagliata descrizione dell'anatomofisiologia umana sino al Rinascimento e oltre. In questi testi Galeno descrive non solo le parti evidentemente reputate necessarie alla medicina, ma anche quelle la cui conoscenza non riveste alcuna utilità per le pratiche terapeutiche o chirurgiche. Egli definisce queste conoscenze un 'sovrappiù' - pertinenza più del filosofo che del medico - attraverso cui, in una prospettiva fortemente teleologica, si manifestano le funzioni e le finalità della natura, l'opera della divinità che, nel costruire le parti, ha sempre presenti i loro usi per i suoi fini.La conoscenza delle parti del corpo e del loro funzionamento, anche se operativamente inutile, fa parte per Galeno del bagaglio intellettuale del medico. Essa costituisce, insieme alla logica, il fondamento della medicina razionale, che si distingue radicalmente dalla medicina empirica, basata invece sull'osservazione del decorso delle malattie e degli effetti delle esperienze terapeutiche, a prescindere, quindi, dalla conoscenza delle parti del corpo e dalla ricerca delle cause 'oscure' delle malattie nel corpo. Insomma, la vera medicina, la medicina razionale propugnata da Galeno, poteva essere soltanto anatomica.

Commentatori bizantini, medici e filosofi arabi, traduttori dal greco in siriaco e in arabo e traduttori dal greco e dall'arabo in latino, in varia misura e in modi differenti, contribuirono tra il 5° e il 13° secolo alla diffusione della medicina galenica e, in modo particolare, a tenere in vita e consolidare il paradigma anatomofisiologico descritto nel De anatomicis administrationibus e nel De usu partium. In questo lungo lasso di tempo le opere di medici, biologi e commentatori manifestano un'incondizionata fiducia nelle descrizioni anatomiche fornite da Galeno. Anche durante il Medioevo esse continuarono a fornire base sufficiente a un paradigma clinico ed eziologico rimasto sostanzialmente immutato. Esse, anzi, andavano oltre i limitati interrogativi posti dalla pratica medica. Ciò spiega, almeno in parte, la tendenza di numerosi autori a ridurre in compendi, sunti, epitomi le opere anatomiche di Galeno, al fine di eliminare quanto andasse oltre la pratica medica, il 'sovrappiù' di conoscenze in esse contenuto.

Uno di questi compendi è l'Anathomia, redatta a Bologna nel 1316 da Mondino de' Liuzzi e pubblicata ripetutamente a stampa un po' ovunque in Europa a partire dal 1491. Fino al 17° secolo il testo fu utilizzato come manuale in molte facoltà mediche italiane, non ultime Bologna e Padova, i due centri universitari più prestigiosi per l'insegnamento della medicina nell'Europa medievale e moderna. L'Anathomia contiene le due prime testimonianze di dissezione del corpo umano praticata nell'Occidente cristiano. Mondino descrive l'anatomia nella più rigorosa tradizione galenica, seguendo l'ordine in cui si disseziona il cadavere per evitare gli effetti della putrefazione: prima l'addome, poi il torace, infine il cranio. Ciascuna di queste cavità è la sede di una delle facoltà fondamentali del corpo (naturale, vitale e animale) e contiene gli organi (fegato, cuore e cervello) da cui traggono origine gli apparati vascolari (venoso, arterioso e nervoso).

Fino alla prima metà del 16° secolo le opere di anatomia continuarono a essere per lo più riscritture in forma di sunti e commenti degli scritti anatomici di Galeno, sebbene la pratica della dissezione andasse progressivamente diffondendosi, soprattutto nelle università italiane e francesi, sino a entrare definitivamente nel calendario accademico delle facoltà di medicina a partire dalla prima metà del 15° secolo. Le cosiddette 'anatomie pubbliche', ovvero le dissezioni di uno o due cadaveri operate annualmente da un docente di medicina dinanzi agli studenti e agli altri insegnanti dell'università, non erano altro, però, che un solenne rituale accademico. Con esse si celebrava l'autorità degli antichi, e l'apertura del cadavere serviva soltanto per mostrare nel corpo quanto era già descritto nei testi canonici; allo stesso tempo esse costituivano l'affermazione pubblica del potere professionale di chi deteneva (o pretendeva di detenere) il monopolio del sapere sul corpo, ovvero del fondamento razionale della medicina.

Tuttavia la pratica della dissezione condusse alcuni autori, come Berengario da Carpi e Niccolò Massa, a proporre un progressivo distacco critico dai testi autoritativi, di Galeno in particolare, a favore di quella che essi definirono un'anatomia sensibilis. Alla prova dei fatti, molte descrizioni risalenti a Galeno e accreditate da una tradizione millenaria cominciavano a essere timidamente messe in dubbio; finché Andrea Vesalio, un giovane medico di Bruxelles che insegnava a Padova, durante una lezione tenuta nel 1539, ebbe l'ardire di affermare che Galeno non aveva mai dissezionato il corpo umano e che dunque tutte le descrizioni anatomiche contenute nelle sue opere erano potenzialmente sbagliate. A partire da tale assunto egli iniziò la redazione del De humani corporis fabrica (1543), ove per la prima volta dall'antichità si poneva esplicitamente l'obiettivo di una radicale revisione del paradigma anatomico di Galeno. Vesalio riscrisse l'anatomia facendo ricorso alla pratica della dissezione, intesa non più come semplice sussidio didattico per mostrare quanto è già nei testi, né, tanto meno, come solenne celebrazione accademica, ma come strumento d'indagine, come l'unico mezzo in grado di conferire valore di verità al discorso anatomico. La Fabrica è corredata di numerose illustrazioni, capolavori della xilografia cinquecentesca, in cui è tradotta graficamente l'idea che soggiace alla pratica della dissezione come metodologia scientifica basata sull'atto del vedere e sulla verifica empirica. La spregiudicata critica di Vesalio a Galeno scatenò la reazione di quanti credevano non si dovesse impunemente attaccare la tradizione del sapere antico; in realtà, essi vedevano insidiati la loro stessa credibilità professionale e il proprio statuto di interpreti accademici dell'antica autorità, vale a dire di quanto fino ad allora si era celebrato nelle 'anatomie pubbliche'.

Nel 16° secolo l'interesse per l'anatomia si diffonde anche fuori del ristretto circuito universitario. Artisti come Leonardo, Pollaiuolo, Michelangelo, Tiziano - solo per citare alcuni nomi - non soltanto studiarono l'anatomia esterna del corpo umano, ma ebbero occasione di assistere e, a volte, di operare, in collaborazione con medici, l'apertura del corpo umano. Fogli volanti, pubblicati in moltissime edizioni in Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi e Inghilterra a partire dal 1538, testimoniano altri usi dell'anatomia che fanno di questo sapere un terreno di riflessione morale sulla caducità della vita e sulla potenza del Dio creatore. Se alcuni di questi fogli erano stampati per gli studenti di medicina o per aiutare i barbieri nella pratica della flebotomia, altri erano destinati a un pubblico di semplici curiosi o per accompagnare, nei paesi protestanti, testi teologici e morali.Ciò non fa che confermare come l'anatomia, ancora per tutto il 16° secolo e fino alla scoperta della circolazione del sangue a opera di W. Harvey all'inizio del secolo successivo, non sia un sapere vincolato esclusivamente alla pratica medica, quanto piuttosto, come scrive lo stesso Vesalio, una parte della filosofia naturale, una speculazione che tuttavia offre alla medicina la sua base razionale. Dal punto di vista delle applicazioni terapeutiche, diagnostiche e prognostiche ben poco è infatti cambiato rispetto al tempo in cui era in auge il paradigma anatomico galenico; sono ancora soltanto i chirurghi a trarre diretto beneficio dall'anatomia.

Perché l'anatomia si svincolasse dalla filosofia naturale e divenisse un sapere utile non più soltanto genericamente alla formazione del medico razionale, ma direttamente al progresso della medicina, essa doveva abbandonare il ristretto ambito della ricerca teleologica della finalità (la causa finale aristotelica) delle parti del corpo. L'affermazione del metodo sperimentale e gli sviluppi delle scienze fisico-naturali favorirono l'apertura di nuove prospettive alla ricerca anatomica. Si cominciò a guardare al corpo sempre più come a una macchina, i cui congegni potevano e dovevano essere analizzati per sé stessi, nei dettagli del loro funzionamento, e non più come a un insieme di parti che l'anatomia descriveva staticamente per evidenziarne la divina finalità immanente.

L'uso del microscopio fornì un notevole contributo allo scardinamento dell'antica teleologia anatomica quando A. van Leeuwenhoek mostrò attraverso gli ingrandimenti che le parti del corpo, le macrostrutture, erano tutt'altro che omogenee, come erano state considerate a partire da Aristotele; anzi, ciascuna di esse era divisibile e diversificabile in una moltitudine di altre parti, la cui sostanza e funzione erano ancora sconosciute.

L'idea del corpo come macchina, una rinnovata epistemologia e nuove tecniche d'indagine aprivano nuove piste alla ricerca anatomica. Se il danese T. Bartholin nel 1673 pubblicava una Anatomia renovata, in cui la disciplina è esposta in termini matematici, M. Malpighi si avventurava nell'anatomia microscopica, applicando a singoli organi la tecnica dissettoria, e nel 1661 pubblicava il De pulmonibus, in cui i polmoni sono descritti per la prima volta come una struttura membranosa percorsa dalla rete capillare di vene e arterie. A Leida, H. Boerhaave proponeva le fibre come unità primaria del corpo e il suo allievo A. von Haller individuava l'origine di ogni movimento del corpo non più nelle macrostrutture anatomiche, bensì nelle microstrutture che compongono le parti tradizionalmente considerate omogenee, ristabilendo in piccolo il nesso forma-funzione e fondando di fatto la moderna fisiologia.

Ma è a partire dalla seconda metà del 18° secolo che si realizza in modo definitivo la saldatura tra anatomia e pratica medica, quando giunge a compimento il processo millenario di trasformazione epistemologica della ricerca anatomica, che da base culturale e fondamento razionale della medicina diventa strumento indispensabile alla diagnosi, prognosi e terapia delle malattie.

Già nel 1712 G.B. Morgagni, nella prolusione letta all'Università di Padova (Institutionum medicarum idea) negava la possibilità di cogliere la natura e le cause di qualsivoglia malattia "senza le rispettive dissezioni dei cadaveri". La ricerca patologica attraverso le autopsie post mortem non era, tuttavia, cosa nuova: Harvey e molti altri, anche prima di lui, le avevano praticate e T. Bonet alla fine del Seicento aveva raccolto nel Sepulchretum anatomicum circa seimila osservazioni post mortem, documentate dalla letteratura medica prodotta sino ad allora. Morgagni attinse a questo patrimonio nel redigere il De sedis et causis morborum per anatomen indagatis (1761), ma applicò alla medicina, qui per la prima volta in modo sistematico, il metodo morfologico o anatomo-clinico. Grazie alla sua pluridecennale esperienza nell'Ospedale di Padova egli ebbe modo di seguire il decorso di molte malattie sino alla morte e di praticare successivamente autopsie sui corpi dei malati deceduti, alla ricerca di un possibile rapporto tra fenomeni ante mortem e post mortem. Queste osservazioni gli consentirono, in opposizione alla patologia tradizionale, non specifica, diffusa e umorale, di localizzare le malattie e di determinarne la fisionomia attraverso le lesioni specifiche subite dagli organi.Il metodo anatomo-clinico, nonostante le resistenze della tradizione medica fondata sulla teoria umorale e su pratiche terapeutiche di carattere eminentemente empirico, si affermò come il nuovo indirizzo della medicina, vincolando indissolubilmente e definitivamente la ricerca sul corpo umano alla patologia e, più in generale, alla clinica.

Tra Sette e Ottocento J.N. Corvisart e P. Pinel perseguirono con successo l'obiettivo di arrivare a identificare le malattie attraverso le lesioni locali e R.T.H. Laënnec, un allievo di Corvisart, compì un ulteriore passo nell'applicazione del metodo fondato sull'anatomia allo studio clinico, grazie alla comparazione sistematica dei dati clinici di malati vivi con quelli ricavati dall'individuazione delle lesioni anatomo-patologiche nei cadaveri. Nello stesso periodo X. Bichat pubblicava due opere, il Traité des membranes e l'Anatomie générale, nelle quali dimostrava come gli organi siano composti di tessuti elementari e che le malattie possono essere localizzate in modo molto più preciso in alcuni tessuti dei singoli organi. Bichat poneva così le basi per un nuovo campo di ricerca: l'istologia.

Nella prima metà del 19° secolo l'impiego dei primi microscopi con obiettivi acromatici nello studio dei tessuti permise l'analisi delle loro strutture, consentendo di individuarne i tipi fondamentali. Queste ricerche, iniziate in modo sistematico da J. Muller, furono ulteriormente sviluppate dal suo assistente, I'anatomista T. Schwann, e da M. Schleiden, i quali scoprirono con il microscopio acromatico la cellula nucleata animale. Fu un altro punto di svolta: da allora la cellula fu individuata, sia anatomicamente sia fisiologicamente, come l'elemento base di ogni organismo vivente. Toccò a R. Virchow alla fine dell'Ottocento tradurre sul piano applicativo della patologia e della clinica la teoria cellulare e l'analisi microscopica, condotte da principio unicamente sul piano anatomico e fisiologico. Si trattava ancora una volta di localizzare i morbi: non più nell'intero corpo attraversato dagli umori, non più negli organi e neppure nei tessuti, ma nella cellula, l'elemento più piccolo a tutt'oggi conosciuto del corpo umano.

Nel corso del 20° secolo sono stati numerosi i progressi compiuti nella ricerca anatomo-fisiologica, in particolare a livello microscopico, istologico e cellulare, e sempre più queste ricerche si sono rivelate decisive per lo sviluppo della clinica. Tuttavia si può dire che il paradigma generale in cui esse si inscrivono - osservazioni anatomo-fisiologiche in funzione della localizzazione dei morbi e delle alterazioni morfologiche - sia rimasto costantemente inalterato dai tempi di Morgagni ai nostri giorni. A partire dall'opera di Morgagni, d'altro canto, si ripropone in modo organico un antico problema già presente innanzitutto in Aristotele, sebbene sulla base di presupposti teorici differenti, ma anche in Galeno e nei trattati degli anatomisti rinascimentali: la conoscenza dell'anatomofisiologia umana è attinta dall'osservazione di cadaveri, inevitabilmente diversi, alterati e trasformati dalla morte, non solo nella fisiologia, ma anche nella morfologia. Il superamento di tale problema si era fatto ancora più urgente nel momento in cui, abbandonato il paradigma umorale e gettate le basi del metodo anatomoclinico, la conoscenza dettagliata della morfologia in vivo diventava decisiva per la localizzazione delle affezioni morbose e, quindi, per la prognosi e la diagnosi.

Lo sviluppo dell'istologia tra 19° e 20° secolo, consentendo l'osservazione e l'analisi di tessuti asportati da pazienti vivi, costituisce una prima risposta, sia pure parziale, a quest'esigenza propria di un paradigma che congiunge indissolubilmente ricerca anatomica e pratica clinica.

Più recente è lo sviluppo di tecniche e tecnologie che, fornendo mappe dettagliate dell'interno del corpo umano in vita, forniscono preziosi elementi per evidenziare lesioni e alterazioni anatomiche interne, per localizzare e diagnosticare malattie. A partire dalle ricerche sulle radiazioni ionizzanti di P. e M. Curie si è andata progressivamente affermando in campo medico la radiologia tradizionale. Questa, insieme ad altre tecniche di imaging che sono state messe a punto a partire dagli anni Sessanta - si pensi alle endoscopie, all'ecografia, alla TAC (Tomografia assiale computerizzata), alla risonanza magnetica e alla PET (Tomografia a emissione di positroni) -, ha aperto un varco all''autopsia' dal vivo. Vedere e osservare l'interno del corpo nel pieno delle sue attività fisiologiche (o patologiche) costituisce uno straordinario strumento diagnostico; al contempo, è il coronamento dei sogni proibiti degli antichi anatomisti e filosofi che dissezionavano uomini e vivisezionavano animali, costantemente frustrati nei loro tentativi di cogliere la vita in azione. In tal senso pare lecito pensare l'imaging come il mezzo che ha reso possibile valicare questa frontiera della conoscenza, attraverso macchine che producono 'figure della vita' e che, dal punto di vista epistemologico, si possono inscrivere in quella tradizione anatomica millenaria che postula l'imprescindibilità dell'atto del vedere nell'acquisizione e nella comunicazione delle conoscenze relative al corpo umano.

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