Poliziano, Angelo Ambrogini detto il

Poliziano, Angelo Ambrogini detto il

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Poliziano-zz-⟩, Angelo Ambrogini detto il. - Umanista e poeta (Montepulciano, dal cui nome lat. Mons Politianus deriva il soprannome, 1454 - Firenze 1494). In seguito all'uccisione del padre (1464) si trasferì a Firenze presso parenti; qui prese a frequentare i corsi dello Studio fiorentino segnalandosi presso i maestri (G. Argiropulo, M. Ficino, C. Landino, C. Andronico, ecc.) e presso lo stesso Lorenzo de' Medici per la sua precoce dottrina e per l'eleganza con cui componeva, ancora giovanissimo, versi greci e latini. A Lorenzo dedicava i libri dell'Iliade che dal 1470 circa andava traducendo in esametri latini (l'opera, iniziata dal secondo libro poiché il primo era stato già tradotto da C. Marsuppini, non procedette oltre il quinto) e Lorenzo cominciò a favorirlo e a soccorrerlo nell'estrema povertà in cui viveva, finché nel 1473 non l'accolse in casa, affidandogli due anni dopo l'educazione del figlio Piero. Frattanto, sollecitato dai gusti del patrono, attendeva a comporre poesie volgari d'intonazione popolareggiante: rispetti, canzonette, ballate (su uno stesso piano di sorvegliata popolarità sono anche i Detti piacevoli, una raccolta prosastica di facezie e motti arguti nota anche come Bel libretto); ma al tempo stesso rivolgeva la sua attenzione alla grande poesia volgare duecentesca e trecentesca, come dimostra l'epistola premessa alla Raccolta Aragonese (v. aragonese), quasi certamente stesa da lui intorno al 1476, e come soprattutto dimostra il poemetto in ottave che il P. iniziò nel 1475 per celebrare la vittoria conseguita in una giostra dal fratello di Lorenzo, le Stanze per la giostra di Giuliano de' Medici. Forse in seguito all'uccisione (1478) di Giuliano, il P. interruppe il poemetto; e prese a narrare gli eventi della congiura dei Pazzi, di cui quell'uccisione era stata l'effetto (Pactianae coniurationis commentarium). Seguirono dissidî con l'altera e impetuosa moglie di Lorenzo, Clarice Orsini, a causa dei quali il P. lasciò i Medici e Firenze e si recò a Mantova, ospite dei Gonzaga: fu probabilmente qui che, nel giugno del 1480, scrisse la breve azione teatrale Favola d'Orfeo. Riconciliatosi con Lorenzo, rientrò pochi mesi dopo in Firenze, dove fu subito chiamato a ricoprire la cattedra di eloquenza greca e latina nello Studio (degli appunti, inediti, per le lezioni, consistenti in commenti a testi classici, Ovidio, Virgilio, Persio, Stazio, ecc., è in corso dal 1971 la pubblicazione a cura dell'Istituto nazionale per gli studi sul Rinascimento); da questo momento fino alla morte la sua attività è rivolta quasi esclusivamente agli studî di filologia classica: cospicui frutti ne sono le prolusioni accademiche in prosa (Oratio super F. Quintiliano et Statii Sylvis, Panepistemon, Lamia, Praelectio de dialectica/">dialectica, ecc.) e in poesia (le quattro Sylvae: Manto, Rusticus, Ambra, Nutricia), la Miscellaneorum centuria prima, raccolta di cento discussioni su altrettanti problemi di filologia classica (1489); una seconda centuria non fu condotta a termine ed è stata pubblicata, dalla brutta copia recentemente scoperta, nel 1972; altri problemi filologici furono trattati nel Libro delle Epistole, raccolta in dodici libri di lettere del P. e di umanisti in corrispondenza con lui, dal P. stesso portata a compimento nel 1494, anno della sua morte, e pubblicata postuma, profondamente rimaneggiata, nell'ed. aldina degli Omnia opera del 1498. Di molti fra i suoi scritti filologici il P. stesso curò la pubblicazione, mentre non si preoccupò di divulgare le opere del periodo che precedette il suo magistero più strettamente umanistico. In verità, se i suoi contemporanei e i posteri ammirarono nel P. il dotto umanista e l'elegante poeta latino, fu sempre riconosciuta la primaria importanza anche della sua attività di poeta in volgare: essa costituisce il più notevole anticipo di quella rinascita della letteratura volgare che, dopo la parentesi del primo Quattrocento, ebbe il suo coronamento anche teorico con P. Bembo. Le più importanti opere in volgare del P. sono le Stanze e l'Orfeo. Nelle Stanze la poesia del P., alimentata dal desiderio di evasione verso un "sopramondo umano", si esprime chiaramente nell'atmosfera contemplativa che circonda l'incontro di Iulio con Simonetta, creatura imparentata con la donna dello stil novo, ma pure distante da essa per i colori umani della sua leggiadria, e nella descrizione del regno di venere/">Venere, dove tutte le cose vivono eternamente nella gioia che concede l'amore. Come principali strumenti per la creazione di un mondo poetico siffatto si offrivano al P., oltre le reminiscenze della più insigne poesia volgare, i materiali linguistici, storici, mitologici, a lui familiarissimi, dell'antichità classica che, usati con gusto squisito (anche se il pericolo dell'alessandrinismo è continuo), gli permettono di operare una suggestiva trasfigurazione della quotidiana realtà terrena. Che questo motivo di evasione resti però sempre vincolato a una chiara coscienza del limite inerente alla realtà umana è provato dalla nota di malinconia che più volte ricorre nella poesia polizianesca (basti ricordare la mirabile ballata I' mi trovai fanciulle, un bel mattino); nel clima neoplatonico fiorentino questo sogno d'evasione tendeva a sfociare nell'anelito religioso verso una realtà ultraterrena (Ficino, Lorenzo, Benivieni, ecc.), ma la mentalità del P. restò sempre aliena da impegni troppo precisi in tal senso. Analoga l'ispirazione dell'Orfeo, che narra il mito famoso: l'opera è molto importante anche dal punto di vista strettamente tecnico perché rappresenta il primo tentativo d'immettere nello schema della sacra rappresentazione un contenuto non religioso. E in generale non dissimile è anche il tono delle poesie latine del P., tra le migliori dell'umanesimo italiano (si ricordino l'epicedio In Albieram Albitiam, le elegie In violas a venere mea dono acceptas e In Lalagen, l'odicina In puellam suam, ecc.); anche le più atroci invettive e il più crudo realismo descrittivo (per es., nelle invettive In Mabilium, In anum, nella Sylva in scabiem, ecc.) sono in esse alleggeriti dal continuo, dosatissimo travestimento operato con l'uso di materiali linguistici rari e preziosi. Le ragioni di questa predilezione del P. scrittore per la preziosità linguistica ebbero modo di esprimersi nel corso di un'importante polemica col ciceroniano P. Cortesi, della quale sono testimonianza alcune lettere conservate nell'epistolario polizianesco: di fronte ai ciceroniani che consideravano fondamentale canone stilistico l'imitazione del migliore autore, il P. rivendica allo scrittore la libertà di trascegliere donde vuole il materiale per il suo discorso, purché sappia poi dargli il timbro dell'originalità. In questa scelta il P. fu in effetti sempre libero da pregiudizî classicistici, orientandola di preferenza, se mai, verso autori della latinità argentea e tarda (Stazio, Claudiano, ecc.) e compiacendosi di scoprire, con profondo senso storico, ciò che li faceva diversi dagli autori del periodo classico, piuttosto che ciò che li faceva peggiori. Con eguale spregiudicatezza e vastità di orizzonti culturali discusse nei Miscellanea e nelle Epistolae i più svariati problemi filologici inerenti all'esegesi di un testo classico; e forse per primo s'ispirò, almeno in teoria, a principî, circa la collazione sistematica dei codici, che sono analoghi a quelli della filologia attuale. Il P. studiò dal punto di vista filologico anche testi giuridici (le Pandette giustinianee, di cui pensò per primo all'edizione critica, incominciando la collazione della littera/">littera florentina con la littera vulgata), testi di medicina (di Ippocrate, Galeno, ecc.) e infine i testi filosofici di Aristotele, ai quali dedicò gli ultimi quattro anni di vita. ▭ Per le opere latine e greche, vanno soprattutto ricordate la prima ed. complessiva, l'aldina Omnia opera Angeli Politiani (1498), e la più completa Angeli Politiani opera (Basilea 1553), l'ed. a cura di I. Del Lungo, Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite (1867), e le edd. critiche dovute a A. Ardizzoni (Epigrammi greci, 1951), a A. Perosa (Sylva in scabiem, 1954; Pactianae coniurationis commentarium, 1958), a V. Branca e M. Pastore Stocchi (Miscellaneorum centuria secunda, 1972); tra le molte edd. delle poesie volgari, quella curata da G. Carducci, Le Stanze, l'Orfeo e le Rime (1863; rist/">rist. a cura di G. Mazzoni, 1912) e l'ed. critica delle Stanze a cura di V. Pernicone (1954).

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