KARINA, Anna

KARINA, Anna

Enciclopedia del Cinema (2003)
di Alberto Farassino

Karina, Anna

Nome d'arte di Hanne Karin Blarke Bayer, attrice cinematografica danese, naturalizzata francese, nata a Copenaghen il 22 settembre 1940. Il suo volto armonioso, incorniciato da capelli scurissimi, è stato il simbolo della Nouvelle vague e dei primi film del regista Jean-Luc Godard. Per l'intensa interpretazione di Une femme est une femme (La donna è donna) di Godard ha ottenuto l'Orso d'argento al Festival di Berlino nel 1961.

Ultimata la scuola secondaria, studiò danza; in seguito, dopo aver interpretato un cortometraggio e alcuni film pubblicitari, si trasferì a Parigi diventando un'apprezzata modella (fu Coco Chanel a trovarle il nuovo nome) anche per popolari campagne pubblicitarie. Venne subito notata dal giovane Godard che la volle come protagonista del suo secondo film Le petit soldat (girato nel 1960 ma uscito solo nel 1963), dando al suo personaggio il nome-omaggio di Veronica Dreyer e scrivendo dialoghi e scene su misura per lei. Intanto anche il debuttante Michel Deville le offrì il ruolo principale in Ce soir ou jamais (1961), racconto in stile Nouvelle vague della vigilia delle riprese di un film, ma sarebbe stato Godard a conquistare definitivamente la giovane attrice offrendole la parte di una ragazza disinvoltamente sentimentale in Une femme est une femme ‒ definito poi 'un documentario su Anna Karina'‒ e sposandola subito dopo la fine delle riprese del film.

La K. divenne così la sua musa, con un'intelligente disponibilità ad assecondare le inconsuete tecniche del regista nella direzione degli attori. Questo importante sodalizio non le impedì però di lavorare in film di altri registi. Fra questi spicca, per concentrazione e sobrietà di interpretazione, La religieuse (1966; Susanna Simonin, la religiosa) di Jacques Rivette, che già l'aveva diretta nel 1963 in una versione teatrale del romanzo, ma sono da ricordare anche Un mari à prix fixe (1963) di Claude de Givray, La ronde (1964; Il piacere e l'amore) di Roger Vadim e il più commerciale Shéhérazade (1963; La schiava di Bagdad) di Pierre Gaspard-Huit. Fu però Godard a disegnare per la K. i personaggi più originali, drammatici e astratti come in Vivre sa vie (1962; Questa è la mia vita) o Alphaville (1965; Agente Lemmy Caution ‒ Missione Alphaville), o spensierati e romantici come in Bande à part (1964) e Pierrot le fou (1965; Il bandito delle undici), culmine della sua collaborazione e co-sperimentazione con il regista, che si sarebbe conclusa con Made in U.S.A. (1967; Una storia americana) nel singolare ruolo di un Humphrey Bogart al femminile.

Dopo il divorzio nel 1967, la K. allargò i suoi orizzonti lavorando anche all'estero. Già nel 1965 aveva impersonato una delle prostitute greche in Le soldatesse di Valerio Zurlini; nel 1967 fu la collega-amante di Mersault (Marcello Mastroianni) in Lo straniero di Luchino Visconti, mentre per il francese Jean Aurel, che già l'aveva diretta nell'originale De l'amour (1965; La calda pelle), interpretò Lamiel (1967), la ragazza di provincia del romanzo incompiuto di Stendhal. Quasi tutti i film cui partecipò in quel periodo erano di origine letteraria: in Germania Michael Kohlhaas ‒ Der Rebell (1969; La spietata legge del ribelle) di Volker Schlöndorff da H. von Kleist; in Inghilterra Laughter in the dark (1969; In fondo al buio) di Tony Richardson, dal romanzo di V.V. Nabokov, in un'inconsueta parte di donna cinica e spietata; in Belgio Rendez-vous à Bray (1971) di André Delvaux, in cui dette vita a un personaggio misterioso e affascinante. La partecipazione all'esotico Justine (1969; Rapporto a quattro) diretto da George Cukor, ispirato dalla narrativa di L. Durrell, rappresentò però l'inizio di un'attività più eclettica, come dimostrò la sua presenza, nel 1974, sia nel grottesco Pane e cioccolata di Franco Brusati sia nel sofisticato L'invenzione di Morel di Emidio Greco, dal romanzo di A. Bioy Casares. Ma a cercarla furono soprattutto i giovani autori che si richiamavano alla Nouvelle vague, come Benoît Jacquot per il suo primo film L'assassin musicien (1976) o Rainer W. Fassbinder per Chinesisches Roulette (1976; Roulette cinese) oppure l'ungherese Márta Mészáros per Olyan, mint otthon, noto anche con il titolo Just like home (1978).

Nel frattempo si cimentava nella regia scrivendo, dirigendo e interpretando Vivre ensemble (1973), versione femminista di un fatto di cronaca parigino; nella canzone, già praticata in vari film, incidendo alcuni dischi; e anche nella scrittura pubblicando alcuni romanzi. Ma sono le sue apparizioni cinematografiche, per quanto diradate, a mostrare ancora il suo fascino, come in L'œu-vre au noir (1988; L'opera al nero) di Delvaux o Haut, bas, fragile (1995; Alto, basso, fragile) dell'amico Rivette, mentre anche piccole parti come quelle nel film d'avanguardia L'île au trésor (1986) diretto da Raúl Ruiz o nel thriller The truth about Charlie (2002) di Jonathan Demme, non a caso ricco di riferimenti alla Nouvelle vague, dimostrano come il cinema internazionale non si sia dimenticato di lei.

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