ANNIBALDI, Annibaldo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 3 (1961)

di Abele L. Redigonda

ANNIBALDI, Annibaldo. - Nacque dalla potente casata romana degli Annibaldi o Annibaleschi (anche Anialdi e Annibali) della Molara (Molaria: antica Robolaria), località presso Frascati, divenuta nel sec. XIII feudo della famiglia. Sulla sua vita e attività si hanno poche notizie sicure, specialmente dal punto di vista cronologico, benché in questi ultimi decenni gli studiosi si siano spesso interessati di lui per i suoi rapporti con s. Tommaso d'Aquino. È incerto l'anno di nascita, che sembra da collocarsi tra il 1220 e il 1230 perché l'A. era coetaneo, probabilmente più giovane, di s. Tommaso, come dimostra la carriera a Parigi: seguirà nell'insegnamento l'Aquinate, dopo esserne stato uditore e forse anche discepolo. D'altra parte, fonti anche antiche affermano che l'A., entrato ancor giovane tra i domenicani nel convento romano di S. Sabina, dopo i primi studi - verosimilmente già sacerdote - fu inviato per i gradi accademici a Parigi e qui la sua presenza è accertata solo dopo il 1255.

Altri autori, meno antichi, vorrebbero invece che già nel 1246 occupasse l'ufficio di maestro del S. Palazzo, succedendo nella carica al b. Bartolomeo di Braganze, il primo sinora accertato della serie. Se teniamo invece conto che il b. Bartolomeo era in carica ancora nel 1252, e non pare ammissibile che un posto di tanta importanza fosse affidato a un giovane che soltanto un decennio più tardi conseguirà i gradi accademici, appare chiaro che simile magistero va escluso, ahneno per quel periodo.

Nella scelta dell'A. per il perfezionamento dottrinale a Parigi possono aver influito, oltre le doti del candidato, anche il prestigio della famiglia e la presenza nel Sacro Collegio dello zio cardinale Riccardo, con il quale l'A. verrà talvolta confuso. A Parigi egli divenne intimo di s. Tommaso d'Aquino che vi aveva esplicato il baccellierato negli anni 1252-55, divenendo maestro nel 1256, e fu in ottime relazioni con Pietro di Tarantasia, il futuro papa Innocenzo V, e con s. Alberto Magno, che era allora uno dei maestri più famosi. L'A. invece solo allora iniziava l'insegnamento come baccelliere e ottenne la licenza, forse presentato dallo stesso Aquinate, nel 1258. Gli studiosi non sono d'accordo nel fissare la data del conseguimento della laurea magistrale dell'A. e la durata del suo insegnamento in qualità di dottore sulla stessa cattedra dell'Aquinate che nel 1259 terminava la prima residenza a Parigi. Dovette, tuttavia, essere una breve carriera perché pochi anni dopo lo attendeva in Italia la promozione alla porpora romana. A questo periodo d'insegnamento parigino, se non come baccelliere almeno come maestro, si suole datare il suo Commentarium in IV. libros Sententiarum ad Hannibaldum, unica sua opera tramandataci da testimonianze dell'epoca o immediatamente posteriori.

Pubblicato la prima volta a Basilea per le stampe di N. Keser o Kesler nel 1492, il Commentarium non fu un'opera originale; e, se un equivoco non l'avesse favorito, non avrebbe avuto tanta fortuna. Infatti non è - come avvertiva giustamente Tolomeo da Lucca - che un'abbreviazione e quasi un sunto dell'opera omonima di s. Tommaso, del quale riproduce non solo la dottrina, ma anche la disposizione. Studi recenti hanno rilevato che vi è inoltre una dipendenza talvolta strettissima anche con il Commentarium, alle Sentenze di Pietro di Tarantasia, pur restando assai apprezzabile lo sforzo di sintesi intelligente e accorta dell'A., che trovò quindi anche degli imitatori, come Bombologno de Musolinis di Bologna, nel cui Commentarium si nota un influsso annibaldense nella seconda parte del III libro e una dipendenza in tutto il IV. Ma il motivo principale della fortuna gli venne da quell' "ad Hannibaldum" del titolo, che la fece ritenere opera di s. Tommaso stesso dedicata all'amico e quindi inserire nelle varie edizioni dell'Opera omnia dell'Aquinate (ed. Romana, 1570, t. XVII; ed. "Parmense", t. XXII; ed. Fretté, Parigi 1889, t. XXX), dopo che per primo nel 1560 a Parigi il p. T. Neri aveva pubblicato il Commentarium di A. sotto il nome di s. Tommaso. Se soltanto in questo secolo si è fatta piena luce sulla attribuzione del Commentarium, va, però, rilevato che già gli Scriptores Ordinis Praedicatorum lo avevano ascritto ad A. - spiegando che l' "ad Hannibaldum" poteva significare una dedica allo zio, card. Riccardo, oppure un semplice termine di attribuzione - mentre gli editori della "Parmense" inserirono l'opera nella collezione a semplice titolo di completezza e tra gli opuscoli dubbi, notando che non solo l'opera era ben lungi dall'appartenere all'Aquinate, ma che non sembrava neppure d'uno stesso autore, data la diversità dei primi due libri rispetto agli altri due. Se l'A. non merita per questo compendio un posto di rilievo tra i commentatori del Maestro delle Sentenze, ha però il merito di essere tra i primi e più intelligenti discepoli di s. Tommaso. I repertori antichi gli attribuiscono soltanto questo scritto; non è tuttavia escluso che la sua attività letteraria si sia anche esplicata - come alcuni recenti affermano - con Quodlibeti e Sermones.

Dopo il ritorno in Italia - le opinioni vanno dal 1260 all'inizio del 1262 - l'A. dovette attendere per qualche tempo all'insegnamento. Insegnò, Sentenze a S. Sabina, oppure esercitò l'ufficio di Maestro del S. Palazzo? L'uno e l'altro è possibile. Ci sono testimonianze sufficientemente antiche e di autori attendibili - da s. Antonino a Leandro Alberti, dal Borselli agli Scriptores Ordinis Praedicatorum - che ammettono un suo magistero del S. Palazzo, che potrebbe benissimo collocarsi in questo periodo più o meno lungo. Altri stanno per un semplice insegnamento a S. Sabina, esercitato "magno cum plausu".

Altro punto incerto è la data della sua creazione a cardinale, cui l'aveva preparato anche la fama di professore, oltre le doti morali sue proprie e il prestigio della famiglia. La data più verosimile è il dicembre 1262 nella seconda creazione di Urbano IV, a Orvieto, con il titolo presbiterale dei XII Apostoli. Nella Curia erano presenti lo zio, cardinale diacono di S. Angelo, Riccardo, e il primo cardinale domenicano Ugo di S. Caro del titolo presbiterale di S. Sabina. Vi ritrovò l'amico e maestro s. Tommaso d'Aquino, che in segno di antica amicizia e stima gli dedicherà parte della sua Catena Aurea (1265).

Urbano IV aveva, infatti, suggerito all'Aquinate di commentare i quattro Vangeli con riferimento alle sentenze dei Padri e Dottori della Chiesa. Il commento a s. Matteo fu dedicato allo stesso pontefice. Morto questo (Perugia, 2 ott. 1264), il lavoro fu ripreso e il secondo commento, quello a s. Marco - e possiamo ritenere anche i due successivi agli evangelisti Luca e Giovanni -, fu dedicato appunto al cardinale dei XII Apostoli "...ut scientis industria iudicii censurani exerceat; et antiqua dilectio amoris affectum in offerentis munere comprehendat" (dalla dedica).

A Orvieto l'A. si rese benemerito verso il suo Ordine finanziando la costruzione d'un convento e d'una chiesa più ampia, che fu consacrata da Urbano IV la prima domenica del maggio 1264. Egli venne inoltre impiegato dai pontefici in varie delegazioni; come quando fu mandato in Umbria per predicare contro Manfredi il 15 luglio 1265; ma la più rilevante fu quella relativa all'investitura del Regno di Sicilia e incoronazione di Carlo I d'Angiò. Il nuovo papa Clemente IV inviò a Roma, per incontrare Carlo e compiere il doppio rito (28 giugno 1265 e 6 genn. 1266), una delegazione di cardinali, di cui l'A. fu uno dei personaggi di maggior rilievo.

Da questo momento non si hanno più notizie sull'Annibaldi. Si sa solamente che il 5 sett. 1272 ebbe da Gregorio X la facoltà di fare testamento e che il capitolo generale domenicano di Pest (maggio 1273) lo ricorda tra i defunti. La sua morte va pertanto fissata alla fine del 1272 (non 1277 come una mano del sec. XV ha aggiunto nella Cronaca del Convento di Orvieto del Caccia), in Orvieto, ove fu sepolto presso l'altare della cappella maggiore della chiesa di S. Domenico che, come s'è detto, egli stesso aveva fatto restaurare e abbellire. Sul sepolcro fu posta la seguente iscrizione: "Urbs genitrix, genus Annibalum, sors presbiter, ordo - Dominici, fons divinus, prelatio cardo, - quem decorat titulo duodenus  apostolorum"  (Caccia).

La scarsa fama dell'A. e le molte incertezze riscontrate trovano una spiegazione nel fatto che egli non amava la notorietà, godeva dell'amicizia di confratelli di santa vita e dedicava molto tempo allo studio. La nobiltà del sangue, il magistero di teologia e la porpora non influirono negativamente sulla sua vita di umile religioso.

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