MARZATO, Anselmo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 71 (2008)

di Miguel Gotor

MARZATO, Anselmo (al secolo Claudio). – Nacque il 6 o il 16 nov. 1557 a Monopoli, nei pressi di Bari, da Andrea e da Cornelia Mailla. Il padre era governatore della città, dove si era trasferito da Sorrento con la moglie, imparentata con la famiglia senese dei Tolomei.

Il M. si dedicò prima agli studi letterari, poi a quelli scientifici, per entrare nel 1573 nel convento cappuccino di Rugge, nei pressi di Lecce. Qui fece la professione alla vigilia di Natale, assumendo il nome di Anselmo da Monopoli, che alternò con quello di Anselmo da Sorrento. Si recò per un periodo di studio a Fermo, dove ebbe probabilmente come maestro di oratoria il celebre predicatore spagnolo Alfonso Lobo e dove esordì dal pulpito. Continuò l’attività di predicatore nel 1574 a Proceno; distintosi per le sue qualità intellettuali e oratorie, quello stesso anno fu inviato a Roma per completare gli studi in teologia e filosofia, conseguendo il grado di lettore. Le notizie relative a questa fase della sua vita sono frammentarie e tardive e non si conoscono con esattezza la data dell’ordinazione sacerdotale e l’itinerario dell’attività di predicatore, che divenne sempre più intensa. Nel corso degli anni Ottanta fu nominato guardiano del convento romano di S. Maria della Concezione e, ancora diacono, predicò nuovamente a Proceno, per passare poi ad Alatri, Cittaducale, Viterbo, Lucca e, nel 1589, a Roma, nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini.

Secondo il giudizio del cardinale Guido Bentivoglio, il M. «non aveva cultura né politezza nel dire, ma suppliva con la dottrina perché erano densissimi i luoghi di Scrittura e de’ padri ch’egli continuamente portava; erano più i sensi che le parole. Insomma egli stava tutto nella sostanza e si curava poco degli ornamenti» (Memorie, I). Dall’analisi del centone di prediche tenute a S. Giovanni dei Fiorentini si desume che il suo stile era composto di frasi corte e dense, con citazioni bibliche frequenti e rari riferimenti patristici, e adottava i toni tipici del predicatore evangelico cappuccino ancora debitore della spiritualità ochiniana, con una non rituale attenzione ai problemi sociali, al parassitismo del ceto nobiliare e ai costumi degradati della corte di Roma (I frati cappuccini, III, p. 1954).

Nel 1587 fu tra gli estensori del sommario per il processo di canonizzazione del cappuccino Felice da Cantalice, promosso dal cardinale protettore dell’Ordine, l’inquisitore Giulio Antonio Santori. Accanto alle qualità di predicatore rivelò anche non comuni attitudini di governo: nel 1589 ben tre diverse province cappuccine – la lombarda, la romana e la pugliese – lo elessero come ministro, e il M., dopo l’intervento del papa, optò per quella romana, inviando in Puglia un commissario in sua vece; nel capitolo generale del 1594 fu rinominato provinciale romano per il successivo biennio. Nello stesso anno Clemente VIII lo promosse al prestigioso ufficio di predicatore apostolico – preferendolo al gesuita Roberto Bellarmino e all’oratoriano Cesare Baronio – e il 10 febbr. 1595 il M. fece il suo esordio davanti a un nutrito consesso di cardinali. Tenne l’ufficio per nove anni fra il plauso generale della Curia papale e vi rinunciò solo dopo essere stato elevato alla porpora. Forte della crescente fiducia del pontefice, di cui frequentava assiduamente il palazzo, la sua ascesa alle massime cariche dell’Ordine fu assai rapida: nel capitolo generale del 31 maggio 1596 fu eletto primo definitore generale; nel successivo capitolo del 28 maggio 1599, oltre a essere confermato nella carica, fu anche promosso al grado di procuratore generale. Nel capitolo del 24 maggio 1602 fu eletto per la terza volta primo definitore generale e per la seconda procuratore generale dei cappuccini. In quella circostanza circolò la notizia che sarebbe stato nominato vicario generale dell’Ordine se il pontefice non avesse espressamente escluso la sua candidatura intendendo promuoverlo al cardinalato.

Nel 1598 Clemente VIII, in occasione della devoluzione del Ducato di Ferrara al dominio diretto della Chiesa, lo scelse come accompagnatore nel suo viaggio a Ferrara, dove, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, il M. tenne un ciclo di prediche al suo cospetto. L’anno successivo sostenne i cappuccini parigini che protestavano contro il nuovo Ordine monastico dei foglianti, che aveva occupato un convento adiacente a quello di St-Honoré.

Le recriminazioni dei frati investivano anche il re di Francia, poiché precedentemente Enrico III aveva fatto edificare il proprio palazzo a ridosso del loro convento. Una lettera di protesta inviata dal M. il 5 ott. 1599 al cardinale Santori cadde nel vuoto, perché Roma preferì non urtare la suscettibilità del sovrano francese, Enrico IV. Nel settembre del 1600 decise di procrastinare il programma di diffusione dei cappuccini nel Regno di Castiglia.

Nell’autunno dello stesso anno il papa inviò il cardinale Pietro Aldobrandini in Francia come legato con l’incarico di favorire la pace fra Enrico IV e Carlo Emanuele di Savoia e volle che il M. lo accompagnasse in qualità di consigliere e teologo. La delegazione, composta da più di 800 persone, lasciò Roma il 26 sett. 1600 e raggiunse l’8 novembre Chambéry, dove il M. tenne un ciclo di seguitissimi sermoni, tra cui quello del 10 novembre alla presenza del duca di Savoia e del re di Francia. Nell’occasione, secondo il diarista pontificio, «questi signori francesi non usati a vedere i loro predicatori moversi su ’l pulpito, vi risero dell’attione del padre et in particolare del viso che egli fa quando vole inculcare et esagerare. Ma il re stette saldo et attento e ne il fine lodò il padre» (I frati cappuccini, III, p. 1941). Il 25 novembre Enrico IV ricevette nel locale convento dei cappuccini il cardinale Aldobrandini e il suo seguito e dopo questo incontro autorizzò la costruzione di un nuovo convento dei cappuccini a Tours (29 nov. 1600). Nei giorni successivi, il legato Aldobrandini e il M. accompagnarono Enrico IV a Lione, dove il cardinale benedisse il 17 dic. 1600 le nozze del re con Maria de’ Medici.

La missione diplomatica terminò il 31 marzo 1601; durante l’assenza da Roma, il M. fu temporaneamente sostituito nella carica di definitore generale. Nel corso della legazione il M. dovette destreggiarsi per contenere i velenosi maneggi del cappuccino francese Ilario di Grenoble, ex ugonotto, al secolo Alphonse du Travail, al tempo influente informatore segreto presso la corte francese e protetto dal cardinale François de Sourdis d’Escoubleau, che cercava di metterlo in cattiva luce agli occhi di Enrico IV per impedirne la promozione alla porpora, di cui si era incominciato a vociferare a Roma sin dal febbraio 1599.

In questa fase il papa cominciò a coinvolgere il M. in negozi ecclesiastici di crescente rilevanza per saggiarne ulteriormente le qualità e per impratichirlo nel funzionamento della macchina curiale. Nel 1602 iniziò a partecipare ai lavori della congregazione de Auxiliis, in cui pronunciò, l’8 genn. 1603, un intervento decisivo per l’affermazione delle posizioni domenicane sostenute da Clemente VIII. Fu anche consultore della congregazione dei Beati, dove si contraddistinse, con un parere del 10 genn. 1603, nella difesa delle posizioni intransigenti in materia di culto dei santi moderni, contrarie a quelle dei gesuiti e degli oratoriani e più vicine a quelle dei frati predicatori, riproponendo quindi alleanze già sperimentate in seno alla congregazione de Auxiliis.

Nel concistoro del 9 giugno 1604 Clemente VIII lo elevò alla porpora, primo cappuccino nella storia, col titolo di S. Pietro in Montorio e da allora fu chiamato cardinale di Monopoli.

La nomina suscitò polemiche e perplessità nell’Ordine, soprattutto presso quelle correnti spirituali e rigoriste che la consideravano un tradimento dell’autentico spirito della regola cappuccina. Lo si evince da un biglietto inviato da un «pover frate capocino» a Clemente VIII che accusava il papa, scrivendo «a nome di Dio», di causare con quella nomina la «rovina della religione de’ capuccini» e preferiva restare anomimo «per fugire qualche persecution» (Vázquez Janeiro, pp. 613 s.), ma anche da una più impegnativa lettera scritta il 19 luglio 1604 dal frate Mattia Bellintani da Salò al cardinale Federico Borromeo (cfr. Merelli).

Il M., considerato filofrancese, partecipò al conclave che elesse Alessandro de’ Medici, papa Leone XI e a quello, di poco successivo, che promosse Camillo Borghese, papa Paolo V, dove concorse a bloccare la candidatura di Bellarmino, suo principale antagonista nella congregazione de Auxiliis. In quella circostanza i cardinali transalpini, come attestato di stima nei suoi confronti, vollero escluderlo dal veto posto a tutti i candidati al soglio pontificio appartenenti agli ordini regolari. Paolo V, dieci giorni dopo la sua elezione, il 26 maggio 1605, lo deputò a presiedere il successivo capitolo generale dei cappuccini.

Anche nelle vesti di cardinale continuò il suo impegno nella congregazione dei Beati e, fino al 1° marzo 1606, in quella de Auxiliis; collaborò ai lavori di quella che diventerà la congregazione de Propaganda Fide e nel gennaio 1605 fu nominato nella speciale commissione cardinalizia incaricata di sondare la possibilità di una riconciliazione tra la Chiesa di Roma e il re d’Inghilterra. Il 1° luglio 1604 partecipò per la prima volta ai lavori della congregazione del S. Uffizio, in cui intervenne regolarmente sino al 9 ag. 1607. Dal 6 luglio 1604 entrò anche nella congregazione dell’Indice, dove sostituì, insieme con l’altro neocardinale filofrancese Séraphin Olivier Razali, i porporati Arnaud d’Ossat e Simone Tagliavia d’Aragona, da poco scomparsi. Prese parte alle riunioni dell’Indice sino al 10 ag. 1607, mancando in oltre tre anni soltanto a una seduta della congregazione. Fra i tanti impegni, si preoccupò in modo particolare di ottenere, dopo averla censurata insieme con Bellarmino, la pubblicazione di un’edizione purgata dell’Expositio alla regola francescana dell’ex vicario generale dei cappuccini Girolamo da Polizzi. L’opera uscì nel 1606 a lui dedicata, dopo che la prima edizione del 1593 era stata bruciata nel 1595 per esplicita volontà del cardinale protettore Santori. In quella circostanza il suo autore fu condannato a tre anni di confino a Reggio Calabria e sospeso per dieci dalla voce attiva e passiva, in quanto l’opera denunciava in modo allusivo l’autoritarismo e l’eccessivo interventismo del cardinale protettore. A quel tempo, lo stesso M. aveva concorso a censurarla, appoggiando l’azione repressiva di Santori.

La relazione dell’ambasciatore di Urbino a Roma, Battista Ceci, dell’ottobre 1605, fornisce un ritratto del M. poco lusinghiero: è «huomo di molta dottrina, ma secondo ’l solito de’ capuccini, neanche di grande ingegno e prudenza, ma piuttosto per natura leggiero et superbo, quant’ogni altro». Inoltre, l’ambasciatore sottolineava che poco sembrava gradire la «vita capucinesca» perché amava andare «scoperto e baldanzoso» sul cocchio, frequentare le piazze, «mangiare in argento et tenere un palazzo nel più frequentato luogo di Roma», nonostante Clemente VIII gli avesse affidato come compagnia a mo’ di monito due umili confratelli e avesse un’entrata modesta, dai 2000 ai 3000 scudi che «lo faranno stare basso» (Seidler). Questo ritratto contemporaneo trova riscontro nelle pagine seicentesche di Theodor Ameyden, che mise in risalto come il M. si facesse trasportare dai piaceri della gola, ma contrasta con una più tardiva testimonianza dell’erudito Giovanni Palazzi, secondo cui il M. aveva in realtà sempre rispettato la più stretta regola francescana nella modestia del vestire, nell’assiduità delle veglie di preghiera, nel rigore dei digiuni e nella frequenza delle elemosine e delle visite ai poveri infermi.

Non è noto in che misura questa tradizione oscillante tra l’aperta denigrazione e i toni melensi dell’agiografia possa essere stata alimentata dal perdurare di contrasti religiosi e politico-diplomatici all’interno dei cappuccini e fra l’Ordine e i vertici ecclesiastici romani, culminati in un oscuro episodio che amareggiò l’ultimo periodo della vita del Marzato. Egli, infatti, fu denunciato al S. Uffizio da Ilario di Grenoble con l’accusa di avere pronunciato proposizioni ereticali nel corso di un suo sermone in Francia. L’autore della denuncia fu condannato al patibolo nel maggio del 1617 per avere congiurato contro la regina di Francia, e in punto di morte, come si evince da una missiva del 1° luglio 1617 di un professore della Sorbona (Analecta Ordinis…, IX), volle riabilitare la memoria del M., ormai defunto, dichiarando falsa ogni accusa. Ma dieci anni prima il M. fu comunque costretto a difendersi dall’insinuante calunnia.

Nel corso del 1607 la sua buona stella andò declinando anche nei rapporti col nuovo pontefice, al quale rimproverò aspramente di avere dilazionato ogni soluzione in merito all’annosa questione della grazia. È dunque verosimile che la nomina del M. ad arcivescovo di Chieti, il 12 febbr. 1607, celasse il disegno di Paolo V di allontanarlo dalla Curia romana, ma il M. dovette opporre una qualche forma di resistenza e non raggiunse mai l’arcidiocesi come espressamente ordinatogli dal papa.

Le sue già incerte condizioni di salute si aggravarono nell’agosto del 1607; su consiglio dei medici, si recò nel convento cappuccino di Frascati, dove morì il 17 ag. 1607 per cause naturali, anche se un cronista settecentesco accreditò l’ipotesi di «un veneno datogli in un mazzetto di fiori» (Martina da Francavilla, p. 224). Fu seppellito a Roma nella chiesa di S. Pietro in Montorio.

Il M. ha lasciato diverse opere manoscritte, delle quali Dionigi da Genova fornisce un sommario elenco nella Bibliotheca scriptorum Ordinis minorum S. Francisci capucinorum, Genuae 1680, pp. 40-42, che raccoglie le sue riflessioni sulle Sacre Scritture, in particolare sulle epistole di s. Paolo, i suoi corsi di teologia e parte delle prediche. Un accenno di culto privato in suo onore fu promosso dalla sorella, suor Eufrasia, ma fu subito spento dalla congregazione dei Riti, che il 7 ag. 1609 ordinò al vescovo di Monopoli di togliere un’immagine del M. dal coro della chiesa di S. Leonardo, dove si dovevano tenere solo «retracti de’ santi» (Benedetto XIV, II, p. 54).

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M. Gotor

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