CHALLANT, Antoine de

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 24 (1980)

di François-Charles Uginet

CHALLANT, Antoine de. - Figlio di Aimon signore di Fénis e di Fiorina Provana dei conti di Leynì, nacque intorno alla metà del sec. XIV o, secondo un cronista della casa di Challant, P. du Bois, che scrisse un secolo più tardi, tra il 1369 e il 1370. I continui spostamenti del padre non ci permettono di precisare il luogo della sua nascita, che potrebbe essere avvenuta nel castello di Fénis in Val d'Aosta o a Chambéry, dove risiedeva abitualmente la corte di Savoia. Nulla si sa della sua educazione, se non che egli si addottorò in diritto e che nonostante ciò i suoi nemici lo accusarono sempre di ignoranza. Il prestigio della sua famiglia e l'importanza dei suoi fratelli Boniface e Guillaume, quest'ultimo indirizzato, come lo Ch., alla carriera ecclesiastica, sono le ragioni più evidenti della sua partecipazione al governo savoiardo, della quale tuttavia non ci restano tracce prima ch'egli succedesse nel cancellierato a Jean de Conflans, il 29 dic. 1402. Grazie alla generosità che i papi avignonesi dimostrarono sempre verso gli ecclesiastici degli Stati di Savoia, lo Ch. allora aveva già avuto almeno due importanti benefici.

I benefici che ricevette nel corso della sua vita meriterebbero uno studio particolare per la fama di avidità che restò legata alla sua memoria: egli ottenne l'arcidiaconato di Reims forse fin dal 1388 e quello di Chartres nel 1394; alla sua morte restarono vacanti, tra gli altri, i priorati di Chamonix e di Megève nella diocesi di Ginevra, entrambi dipendenti dall'abbazia di San Michele della Chiusa di cui egli aveva la commenda (Arch. Segr. Vat., Reg. suppl., 116, ff. 281v-282v).

Circostanze favorevoli accelerarono straordinariamente la sua fortuna. Il conte Amedeo VIII, al pari del re di Navarra Carlo III, aveva partecipato nel 1398 a un'assemblea tenuta a Parigi per decidere la sottrazione d'obbedienza all'antipapa Benedetto XIII: il cancelliere di Francia aveva fatto figurare il voto del conte, allora quindicenne, tra quelli della maggioranza favorevole. Ma Amedeo VIII resistette alle pressioni della corte di Francia e alle istanze dei cardinali: ed effettivamente i suoi stati, secondo il cronista Martin de Alpartils, si sarebbero pronunciati contro la sottrazione. Fu senza dubbio per ricompensare questa fedeltà che Benedetto XIII creò lo Ch. cardinale insieme col nuovo arcivescovo di Pamplona, Miguel de Salva, fedele del re di Navarra, che continuava ad appoggiare il papa avignonese (9 maggio 1404). Oltre al cardinalato, lo Ch. ottenne il 10 giugno seguente l'amministrazione dell'arcivescovato di Tarantasia. In Tarantasia non fece probabilmente che brevissime apparizioni, delegando i suoi poteri a un vicario generale, che nel 1418 era Nicolas du Cornet, canonico del capitolo secolare della cattedrale (Arch. Segr. Vat., Reg. Lat., 197, f. 265v). Questa è una delle poche notizie che ci restano sulla sua amministrazione.

Lo Ch. lasciò contemporaneamente la carica di cancelliere, che Amedeo VIII affidò il 30 giugno a Guillaume, fratello dello Ch. e abate di San Michele della Chiusa. Lo Ch. raggiunse il papa che, dopo la fuga da Avignone del marzo 1403, si trovava negli Stati del conte di Provenza. Combattendo con ostinazione l'idea delle duplici dimissioni che i re di Francia e d'Aragona avrebbero voluto imporre ai due pontefici, Benedetto XIII nell'aprile 1406 lo inviò presso la corte di Francia. Il cardinale fu mal ricevuto a Parigi, dove l'università considerava ancora valida la sottrazione d'obbedienza del 1398, e dovette attendere parecchie settimane prima di essere ammesso a parlare davanti alla corte; si attirò anche un'aspra risposta del duca di Berry, cui aveva denunciato le trame degli universitari. Infine quando, il 29 apr. 1406, comparve davanti alla corte, gli elogi che fece del papa avignonese, le sue allusioni al desiderio di Benedetto XIII di riconquistare Roma, la mancanza infine dell'attesa precisa dichiarazione riguardo alla cessione giocarono molto poco a suo favore. Egli non ottenne maggior successo nei negoziati che, in cambio di una proroga delle imposte sul clero accordate al re dal pontefice, avrebbero dovuto consentire a quest'ultimo di riscuotere nel regno i tributi apostolici.

Lo Ch. lasciò Parigi nel corso dell'estate e il 12 ottobre raggiunse a Nizza Benedetto XIII. L'anno seguente i progetti di conferenza tra Benedetto XIII e Gregorio XII, nuovo eletto del'obbedienza romana, lo riportarono in primo piano: egli accompagnò il suo pontefice nei tentativi, mancati, di incontrarsi con Gregorio XII fino a Portovenere. Ma proprio quando l'annuncio della conquista di Roma da parte di Ladislao di Durazzo (25 apr. 1408) aveva finalmente convinto Gregorio XII a rifiutare ogni discussione sulla rinuncia, questo papa fu abbandonato in meno di una settimana da nove dei suoi dodici cardinali. Benedetto XIII mandò immediatamente a Pisa, dove s'erano riuniti i dissidenti, quattro cardinali, tra cui lo Ch., per organizzare un incontro tra lui e i cardinali romani; poiché le autorità fiorentine impedirono agli avignonesi di andare oltre Livorno, essi furono raggiunti colà alla fine di maggio da quattro dei cardinali romani. Dalle discussioni tra i membri del Collegio avignonese e, quelli del Collegio romano sembra sia nato un progetto di concilio che avrebbe potuto eventualmente riunirsi anche senza il previo consenso di Benedetto XIII. Quest'ultimo, male informato, a quanto sembra, sulle vere intenzioni dei cardinali, fece giungere ai negoziatori testimonianze della sua soddisfazione, ma la notizia, giunta a Livorno il 5 giugno, che in Francia erano state prese misure contro Benedetto XIII e i suoi partigiani fece perder la testa a costoro, che forse temettero di venire arrestati. Fu così che lo Ch., solo tra i cardinali, l'11 giugno partì improvvisamente per Portovenere, dove informò il papa dello stato dei negoziati e della necessità che, per la sua sicurezza, abbandonasse l'Italia, dove bastava lasciare dei procuratori che lo rappresentassero nelle discussioni che sarebbero proseguite a Livorno tra i suoi cardinali e quelli di Gregorio XII.

Il 16 giugno Benedetto XIII, accompagnato dallo Ch. e da altri tre cardinali, lasciò Portovenere dopo aver convocato un concilio a Perpignano per il giorno d'Ognissanti. Lo Ch. non lo abbandonò, anche se più tardi gli furono mosse accuse, da cui si difese, di aver incoraggiato nel corso delle riunioni di Livorno la via conciliare contro l'autorità stessa di Benedetto XIII. Dopo che i due Collegi cardinalizi restati in Italia ebbero deciso di unificarsi (29 giugno) e che il 20 ottobre l'università di Parigi ebbe incluso lo Ch. in una lista di undici sospetti d'eresia i cui benefici dovevano venire sequestrati, applicando le decisioni di un concilio nazionale riunitosi a Parigi nell'estate, egli perseverò ancora nella difesa di Benedetto XIII, e si associò a lui e ai cardinali Flandrin e Fieschi nel respingere la convocazione al concilio che doveva aprirsi a Pisa il 25 marzo 1409. Al concilio di Perpignano, iniziato il 21 novembre, lesse nelle prime sette sedute una lunga memoria storica, destinata a rimettere il pontificato di Benedetto XIII nella sua vera luce. Nel febbraio 1409, quando già si erano diradati i ranghi intorno al papa, lo Ch. era ancora tra i membri della commissione - ridotta ad una dozzina di persone - incaricata di redigere la mozione finale. Questa, presentata il 1º febbraio, chiedeva in termini fermi a Benedetto XIII d'impegnarsi nella via cessionis: il papa tergiversò, la sua risposta si fece attendere, ma era ormai chiaro che non aveva nessuna intenzione di accordarsi col concilio di Pisa sull'elezione di un nuovo pontefice. Lo Ch., che si sentiva minacciato, lasciò Perpignano nel mese di marzo insieme con il fratello Guillaume, il quale nel frattempo era stato nominato vescovo di Losanna.

Parecchie ipotesi sono state fatte per spiegare questa defezione. Bonifacio Ferrer, priore della Grande Chartreuse nell'obbedienza avignonese e tra i più virulenti oppositori dello Ch., lo accusò di essersi illuso che il concilio di Pisa avrebbe potuto eleggerlo papa poiché, come valdostano e suddito dei Savoia, non era né italiano né francese, ma "medius inter eos". D'altra parte, sempre secondo il Ferrer, lo Ch. avrebbe nutrito rancore nei riguardi di Benedetto XIII, che non gli aveva concesso di cumulare l'amministrazione dell'arcivescovato di Tarantasia con la commenda dell'abbazia di San Michele della Chiusa, vacante per la promozione di Guillaume a vescovo di Losanna. Infine, egli avrebbe convinto Amedeo VIII ad abbandonare la causa di Benedetto XIII e ad aderire al concilio di Pisa. Non si può stabilire chi dei due abbia preceduto l'altro, ma comunque stiano le cose era difficile che il conte di Savoia perdurasse ancora a lungo nell'obbedienza avignonese.

Lo Ch. raggiunse la Savoia, e lì riuscì a convincere il clero, e soprattutto il conte, ad aderire al concilio di Pisa. Al concilio si recò in giugno e vi fu immediatamente reintegrato nella pienezza dei suoi diritti cardinalizi grazie all'intervento del cardinal Niccolò Brancaccio, che ne difese la causa. Dopo l'elezione di Alessandro V, cui partecipò, ottenne, non solo la restituzione di alcuni benefici (7 luglio 1409), ma anche la riserva del priorato benedettino di Moûtiers nella diocesi di Auxerre (13 nov. 1409). Dopo la fine del concilio, di cui lesse i decreti e proclamò la chiusura (7 ag. 1409), non sembra che lo Ch. si sia allontanato dalla corte pontificia; partecipò anche al conclave di Bologna, che il 17 maggio 1410 elesse Giovanni XXIII. Partigiano convinto del nuovo papa, ne ebbe numerosi benefici: nel 1410 la commenda di San Michele della Chiusa e la carica di gerente della Camera apostolica in sostituzione del camerlengo François de Conzié, che non aveva lasciato Avignone. Ma poco si sa del ruolo da lui svolto in questa carica provvisoria.

Il 19 marzo 1412 Giovanni XXIII gli conferì il titolo di S. Cecilia, così che lo Ch. - fino allora cardinale diacono del titolo di S. Maria in Via Lata - dovette farsi ordinare sacerdote. Non si fece particolarmente notare nel concilio convocato a Roma da Giovanni XXIII, che finalmente si riunì ai primi del 1413. Il 15 maggio ricevette dal papa delle bolle per una legazione in Inghilterra e in Scozia, con poteri assai vasti. Questa missione dovette aver termine assai presto, poiché già nell'ottobre lo Ch. andò a Como in compagnia del cardinal Zabarella per incontrarvi il re dei Romani Sigismondo, da cui dipendeva la sorte di Giovanni XXIII, cacciato da Roma agli inizi di giugno. Nel corso di questo incontro si decise che il futuro concilio si sarebbe aperto a Costanza il 1º nov. 1414, scelta questa che il papa ratificò a dicembre. Lo Ch. è indicato, in questo periodo, da un sostenitore di Benedetto XIII tra i partigiani che il re dei Romani contava nel Sacro Collegio, e come ostile a Giovanni XXIII. Di fatto, se lo Ch. tergiversò alquanto nel suo atteggiamento di fronte al papa, davanti a Sigismondo, di cui pure non poteva disconoscere il ruolo essenziale per lo svolgimento del concilio, sembra aver dimostrato una certa indipendenza. Nel gennaio 1415 egli era ancora sulle sue vecchie posizioni e si opponeva a che il concilio ricevesse il cardinal Giovanni Dominici, rappresentante di Gregorio XII. Quando Giovanni XXIII fuggì da Costanza (notte del 20-21 marzo), esitò a separarsi da lui e in compagnia del fratello andò a visitarlo a Sciaffusa. Il 29 marzo il papa si allontanò di nuovo: lo Ch. raggiunse gli altri cardinali che, pur condannando Giovanni XXIII, esercitavano ormai una influenza moderatrice sull'assemblea conciliare. Lo Ch. non partecipò all'istruzione del processo contro il papa; un testimone lo accusò persino di aver favorito per denaro l'elezione di Giovanni XXIII, il quale in seguito avrebbe dato, in ringraziamento, il vescovato di Aosta al savoiardo Oger Morizet. Ciò non impedì allo Ch. di far parte della delegazione di cardinali che andò a comunicare al pontefice i capi d'accusa e a sollecitarlo pressantemente perché nominasse dei procuratori per presentare al concilio la sua rinuncia. Nel corso del processo contro Benedetto XIII ebbe anche meno scrupoli e venne citato come testimone a carico di colui che l'aveva fatto cardinale. Il 17 giugno ebbe uno scontro personale col re dei Romani, che pretendeva di imporre agli ecclesiastici il rispetto della sua autorità per il buon andamento del concilio. A parte questi pochi fatti, abbiamo scarse informazioni sull'azione personale dello Ch., che si confonde con quella di tutto il Sacro Collegio.

Dopo l'elezione di Martino V (11 nov. 1417) godette di un certo credito presso il nuovo pontefice: in un progetto di risposta che Carlo VI re di Francia doveva fare alle bolle d'incoronazione inviate da Martino V, lo Ch. è nominato insieme con i cardinali Branda da Castiglione ed Alamanno Adimari come uno dei consiglieri ascoltati, ma anche malintenzionati, del papa, istigatori delle misure finanziarie che il clero francese aveva subito sotto il regno di Giovanni XXIII (16 marzo 1418). Il 19 apr. 1418 lesse durante la sessione generale il decreto di convocazione del futuro concilio, e il 22 la sentenza di chiusura con la proclamazione delle indulgenze; poi lasciò Costanza col papa e con la Curia romana, che seguì sulla via di Ginevra.

Giudicare lo Ch. sulla fede dei suoi detrattori sarebbe dare un credito eccessivo ai partigiani di Benedetto XIII, che furono i soli a lasciarci delle note personali su di lui. In realtà, lo Ch. appare il rappresentante più significativo di un complesso di interessi savoiardi ed ecclesiastici che spiegano ampiamente le sue tergiversazioni, simili, per esempio, a quelle del suo compatriota il candinal di Brogny. La sua personalità non riuscì a superare queste contraddizioni, e ne seguì di conseguenza un atteggiamento apparentemente opportunista, che fu in fondo lo stesso che ebbe a Costanza gran parte del Sacro Collegio, prudente difensore tanto dell'autorità pontificia quanto dei propri interessi.

Nell'estate 1418 lo Ch. andò a Bulle (ora nel Cantone di Friburgo) per riposarsi, probabilmente presso il fratello vescovo di Losanna. Morì nel castello di Bulle il 4 sett. 1418 (Arch. Segr. Vat., Reg. Lat., 196, f. 39v); le sue spoglie, portate ad Aosta, furono sepolte nella chiesa di S. Francesco, dove ancora nel sec. XVIII la sua tomba era visibile.

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vaticano, Indice sched. Garampi, 23, ff. 174, 178 (che rinvia a registri oggiscomparsi); H. von der Hardt, Corpus actorum et decret. magni Constantiensis concilii, IV, Francofurti et Lipsiae 1699, ad Indicem (l'Index si trova alla fine del vol. IV dell'opera di H. Finke citata in seguito); B. Ferrerii Tractatus pro defensione Benedicti XIII editus, in Thesaurus novus anecdotorum, II, Lutetiae Parisiorum 1717, coll. 1453 s., 1459; A. Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis Sanctae Sedis, III, Romae 1862, p. 183; H. Finke, Acta Concilii Constanciensis, Münster i. W. 1896-1928, ad Indicem; Calendar of the entries in the Papal Registers…,Papal letters, a cura di J. A. Twemlow, VI (1404-1415), London 1904, pp. 175-181; Martin de Alpartils, Chronica actitatorum temporibus... Benedicti XIII, a cura diF. Ehrle, Paderborn 1906, pp. 150, 153, 163, 167, 169 s., 177, 184; P. du Bois, Chronique de la maison de Challant, a cura di O. Zanolli, in Archivum augustanum, IV (1970), p. 32; Cariche del Piemonte e paesi uniti, I, Torino 1798, p. 8; G. Claretta, Storia diplom. dell'antica abbazia di San Michele della Chiusa, Torino 1870, pp. 149-152; J. Besson, Mémoires pour l'histoire ecclès. des diocèses de Genève,Tarantaise,Aoste et Maurienne et du décanat de Savoye..., Moûtiers 1871, p. 215; N. Valois, La France et le Grand Schisme d'Occident, Paris 1896-1902, ad Indicem; L. e R. Merlet, Dignitaires de l'église de N. D. de Chartres, Paris 1900, pp. LII, 133; S. Vesan, Le cardinal A. de Ch., in Société académique,religieuse et scientifique du duché d'Aoste..., XIX (1905), pp. 315-408; E. Eubel, Hierarchia catholica, I, Monasterii 1913, pp. 30, 40, 52, 473; Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., XII, coll. 267 s.; Encicl. catt., III, coll. 1370-1372.

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