GERBI, Antonello

GERBI, Antonello

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000)
di Roberto Pertici

GERBI, Antonello. - Nacque il 15 maggio 1904 a Firenze, figlio primogenito di Edmo, agente di cambio, e della veneziana Iginia Levi.

La famiglia paterna, dedita ad attività bancarie, apparteneva all'alta borghesia ebraica di Livorno; la madre era sorella del filosofo e storico Alessandro Levi e di Olga Levi, moglie del deputato socialista Claudio Treves. Il G. si formò, dunque, in un ambiente di ebraismo prevalentemente secolarizzato, fortemente legato ai valori e alle tradizioni del nuovo Stato italiano, all'interno di un'élite unita da fitti rapporti familiari: in quest'ambito strinse rapporti duraturi con i cugini Paolo e Piero Treves, con Carlo Levi, figlio di una sorella di C. Treves, con Nello Rosselli, nipote di Alessandro Levi.

Vissuto fra Firenze e Livorno fino al 1916, si trasferì poi con la famiglia a Roma e vi frequentò gli ultimi due anni del ginnasio al Tasso. Nel 1918 seguì i suoi a Milano, dove il padre aveva aperto un ufficio di agente di cambio, e prese a frequentare il liceo Berchet fino al diploma (1921); si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma (ma la frequentò il minimo indispensabile, continuando a risiedere a Milano) e vi si laureò in filosofia del diritto, con G. Del Vecchio, nel dicembre 1925.

La sua fu, tuttavia, una formazione essenzialmente extraaccademica e, in senso alto, di autodidatta, di lettore e ricercatore infaticabile di libri, ben presto di esperto bibliofilo. In questa solitaria esplorazione trovò un saldo punto di riferimento e di orientamento nello storicismo crociano, che gli fornì una generale visione della realtà e un'etica conseguente, quasi una nuova religione, rigorosamente immanente: soprattutto dalla "filosofia della pratica" ricavò orientamenti decisivi, proprio per la dignità spirituale nuova, indipendente, idealmente anteriore ai canoni dell'etica, che essa cercava di dare a una vasta gamma di attività umane come l'economia e la politica, l'amore e il costume, il sentimento e le leggi, la tecnica e le passioni.

L'opera pubblicistica del G. inizia nel febbraio 1923 sulle colonne de La Giustizia, il giornale del Partito socialista unitario, diretto dallo zio Treves, in cui tenne una rubrica di recensioni, "Cronache di coltura", firmate con lo pseudonimo di Don Ferrante. Dopo la soppressione del quotidiano, nel novembre 1925, continuò quest'attività sul Quarto Stato, il settimanale di P. Nenni e C. Rosselli uscito in una trentina di numeri fra il marzo e l'ottobre 1926, e soprattutto sul quotidiano Il Lavoro di Genova, diretto dal vecchio riformista G. Canepa e per anni sostanzialmente tollerato dal regime. Importante fu infine la collaborazione, dal 1926 al 1933, alla rivista milanese Il Convegno di E. Ferrieri, dove, fra l'altro, il G. si distinse come uno dei primi "teorici del cinema" in Italia, cercando (negli stessi anni di G. Debenedetti e prima di C.L. Ragghianti) di mobilitare l'estetica crociana per la comprensione e la valutazione della nuova forma d'arte.

Durante gli anni di guerra e poi ancora nel 1924, negli Elementi di politica, B. Croce aveva portato una critica insistente alle ideologie giusnaturalistiche e umanitario-illuministiche, che si poneva consapevolmente nel solco di alcuni dei suoi "autori" come G.W.F. Hegel, K. Marx, G. Sorel e H. von Treitschke. Proprio questi teorici del "realismo" politico, dello Stato come forza, costituiscono l'interesse originario del G. storico delle idee, che ad essi dedicava la tesi di laurea, discussa alla fine del 1925.

Per dare una valutazione adeguata del loro pensiero, il giovane G. volle risalire al romanticismo della prima metà dell'Ottocento, concepito come la matrice di codeste teorie, per intendere il quale gli parve poi necessario compiere un ulteriore passo indietro, verso le idee del Settecento europeo cui i teorici romantici della politica, e poi i "realisti" a lui più vicini, si erano opposti e contro le quali avevano polemizzato aspramente: così la tesi di laurea si venne configurando come un'analisi della filosofia politica illuministica e postilluministica, fino a Hegel, a Marx e a Treitschke.

Nel settembre 1927, il G., che da oltre un anno lavorava a Milano in uno studio legale, sottopose la sua tesi a Croce e questi ne procurò la pubblicazione presso Laterza. Si prevedevano due volumi, il primo sulla "politica" dell'Illuminismo e la sua crisi, che doveva giungere a J.G. Fichte e ai teorici reazionari del periodo della Restaurazione; un secondo, di cui sembra che fossero già pronti i capitoli su Hegel e Marx, fino ai "realisti" posteriori. Ma poi il libro, che si intitolò La politica del Settecento. Storia di un'idea e che uscì nell'agosto 1928, si chiuse col decennio 1770-80 e con lo Sturm und Drang.

La genesi condizionava l'impostazione dell'opera: più che uno studio complessivo della filosofia politica del secolo decimottavo, quello del G. era un tentativo di ricercare nell'Illuminismo le deficienze e i fermenti che avrebbero prodotto il romanticismo politico dei teorici della forza, da lui giudicati, da un punto di vista strettamente filosofico, superiori ai pensatori del secolo precedente: ne risultava un'attenzione preponderante all'Illuminismo francese, il vero obiettivo della polemica posteriore. La sottolineatura della superficialità filosofica di quest'ultimo e la ribadita superiorità della critica hegeliana fecero sì - come testimoniò Canepa nella sua recensione (Il Lavoro, 28 dic. 1928) - che "qualcuno in queste pagine sentisse un sapore "reazionario"". Ma il G. era su d'un altro ordine di idee: tenendo presente le pagine crociane degli Elementi di politica, poteva ribadire l'"impoliticità" del Settecento, il suo scarso contributo alla filosofia politica, ma riconosceva la grande e positiva importanza pratica delle idee settecentesche, che avevano aperto un mondo nuovo (si vedano, per es., le pp. 113-117 sulla "tolleranza").

Il successo del libro e l'intenzione di ampliare la ricerca per quello che doveva essere il secondo volume resero necessaria una stagione di studio all'estero: presentato da L. Einaudi e da Croce, il G. ottenne una borsa speciale della Rockefeller Foundation per i due anni accademici 1929-30 e 1930-31, da trascorrere a Berlino, Londra e Vienna. Giunto a Berlino il 12 sett. 1929, frequentò il seminario di F. Meinecke per il semestre invernale 1929-30 dedicato alle origini dello storicismo nel sec. XVIII; dall'aprile 1930 al luglio 1931 visse a Londra, dove seguì le lezioni di H. Laski, B. Russell e altri alla London School of economics; dall'agosto all'ottobre 1931, a Vienna, entrò in contatto con lo storico A. Pribram (e conobbe Herma Schimmerling, che doveva diventare sua moglie). In corrispondenze giornalistiche per Il Lavoro, per il Secolo XX e per L'Illustrazione italiana (raccolte a cura di S. Gerbi in Germania e dintorni (1929-1933), Milano-Napoli 1993) descrisse vivacemente la frenetica Berlino degli ultimi mesi della Hochkonjunktur, prima che la "grande crisi" compromettesse irreparabilmente i fragili equilibri della Germania di Weimar, e la molto più sobria Londra dell'era MacDonald. Ma fu soprattutto il contatto con Meinecke e l'approfondimento della conoscenza dei contributi tedeschi sul romanticismo a segnare il proseguimento del suo lavoro.

Si ebbe innanzitutto una dilatazione della materia: Meinecke attirò la sua attenzione su J. Möser, praticamente sconosciuto in Italia, e il G. decise così di introdurlo (insieme con J.G. Hamann, J.G. Herder e I. Kant) in un capitolo sulle origini del romanticismo; intendeva poi trattare il periodo della Rivoluzione francese, gli inglesi (E. Burke, W. Godwin, A. Young), il primo romanticismo tedesco (Novalis), l'esperienza napoleonica e gli idéologues francesi, Fichte, A. Müller e il risollevarsi della Prussia e, infine, la Restaurazione e Hegel. Di tutto questo vasto disegno, fu portato a termine e pubblicato solo quello che avrebbe dovuto essere trattato nel primo capitolo, così ricco di materiale da occupare l'intero volume: La politica del romanticismo. Le origini (Bari 1932).

In esso il G. si poneva il problema di una definizione più esauriente del "romanticismo" e della sua "politica", che non si limitasse alla identificazione, da lui compiuta in precedenza, con le teorie realistiche della politica: sulla base di evidenti suggestioni meineckiane, il suo carattere distintivo veniva ora indicato nell'abbandono di una considerazione generalizzante e astrattiva delle forze storico-umane e nella considerazione del loro carattere individuale, nell'affermarsi di quelle che Croce, in un saggio del 1931, aveva chiamato le "due scienze mondane": l'estetica e la politica. Per delinearne le origini, era quindi necessario ricostruire i vari momenti attraverso cui, nel corso del Settecento, si era compiuta la "scoperta dell'utile": la tesi fondamentale del libro del G. era che tale "scoperta" provenisse al primo romanticismo, soprattutto attraverso la mediazione di J. Möser, dal riemergere di temi tipici del libertinismo tardosecentesco, che lo avrebbero reso immune dalle ideologie della "ragione" e dei "lumi", dal loro umanitarismo e universalismo. Nell'ambito di tali idee, il G. attribuiva grande importanza alla cosiddetta "ipotesi di Beverland", il libertino olandese che aveva sostenuto (nel 1678) che il peccato originale era consistito nella cognizione carnale di Eva da parte di Adamo. Del dibattito intorno a questa tesi eretica, che aveva impegnato sia Hamann, sia Herder e Kant, il G. ricostruì minutamente la storia in Il peccato di Adamo ed Eva. Storia della ipotesi di Beverland (Milano 1933), mostrando come in esso si fosse fatto strada il rifiuto dell'eterna maledizione quale presupposto indispensabile di un esplicito riconoscimento delle attività terrene e politiche e del loro valore.

Al ritorno dal suo grand tour europeo (messo a frutto anche per alcune esperienze bancarie), il G. ricevette da R. Mattioli, direttore centrale della Banca commerciale italiana (Comit), l'offerta di diventare capo dell'ufficio studi della banca: il 1° marzo 1932, iniziò dunque l'attività che avrebbe proseguito (dopo l'interruzione dal 1938 al '48) fino al 1970. Proprio allora l'ufficio veniva riorganizzato e potenziato per rispondere alle esigenze crescenti della banca: il G. lo attrezzò per lo studio comparativo dei sistemi bancari e per l'analisi dei mercati e della congiuntura. Nel 1938, in collaborazione con la Banca d'Italia e sotto la supervisione di G. Mortara, uscì un'opera fondamentale in tre volumi: L'economia italiana nel sessennio 1931-1936 (Roma 1938), alla cui realizzazione collaborarono, fra gli altri, S. Campolongo e U. La Malfa, che sarebbe succeduto al G. nel 1938. Questa intensa attività frenò la sua personale ricerca scientifica: il progetto sulla politica del romanticismo non ebbe sviluppi, nel 1933 conseguì tuttavia la libera docenza in storia delle dottrine politiche, di cui tenne anche due corsi all'Università di Milano dal 1936 al 1938.

Perduto il posto alla Commerciale per le leggi razziali del 1938, il G. accettò l'offerta di Mattioli di trasferirsi in Perù presso un'affiliata, il Banco italiano - Lima, poi Banco de crédito del Perú, del cui ufficio studi il G. divenne responsabile nel 1940. In un primo tempo fu incaricato di compiere uno studio sulla situazione economica del Perù in occasione del cinquantennio del Banco: al volume, che poi uscì senza il nome dell'autore per i tagli e le omissioni cui era stato costretto (El Perú en marcha. Ensayo de geografía económica, Lima 1941), seguirono saggi e articoli di carattere professionale. Tra il 1945 e il 1946, il G. lavorò intensamente a un altro, più ampio lavoro sul Perù per la Oxford University Press, che doveva intitolarsi A portrait of Peru. Per diversi motivi, il volume, praticamente pronto, non vide allora la luce: le parti ancora vitali sono state pubblicate postume distribuite in due libri, Il mito del Perù (Milano 1988) e Il Perù: una storia sociale. Dalla conquista alla seconda guerra mondiale (ibid. 1994), entrambi a cura di S. Gerbi.

Ma soprattutto il G., in questa fase della sua attività, cominciò a riflettere sui contraccolpi che le scoperte geografiche prima, l'emergere del continente americano poi, avevano provocato nella coscienza europea. In particolare isolò due momenti: quello immediatamente successivo alla scoperta e l'altro, che si apre intorno alla metà del secolo decimottavo, le cui propaggini giungono quasi ai primi del ventesimo. A quest'ultimo dedicò, già nel periodo peruviano, un lavoro (Viejas polémicas sobre el Nuevo Mundo. Comentarios a una tesis de Hegel, Lima 1943) che doveva essere il nucleo originario di La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica: 1750-1900 (Milano-Napoli 1955; nuova edizione a cura di S. Gerbi, ibid. 1983).

Alla metà del Settecento G.-L. Leclerc de Buffon aveva rilanciato la tesi, già presente nei secoli precedenti, dell'inferiorità biologica delle specie animali dell'America, mentre nel 1768 l'illuminista abate C. de Pauw aveva esteso tale condanna all'uomo americano, indigeno o immigrato. Ne era seguito un secolare dibattito: reagirono fermamente altri illuministi nostalgici del "buon selvaggio", i gesuiti latino-americani cacciati dai loro paesi e quasi tutti i padri fondatori degli Stati Uniti (T. Jefferson); ma altri, anche storici della statura di W. Robertson e filosofi come Kant e Hegel, avevano accolto, sia pure con qualche perplessità, l'ipotesi del Pauw. Il G. segue questa discussione e rintraccia echi della "calunnia" (e le reazioni polemiche che essa aveva suscitato) in poeti, romanzieri, naturalisti, pubblicisti europei e americani fino alla fine dell'Ottocento, in un puntiglioso catalogo in cui trovano il loro posto personaggi di differente statura intellettuale, provenienza geografica e orientamento culturale.

Nel decennio peruviano, il G. accumulò materiale anche per l'altra ricerca che vide la luce solo trent'anni più tardi: La natura delle Indie Nove. Da Cristoforo Colombo a Gonzalo Fernández de Oviedo (Milano-Napoli 1975).

In essa prendeva in esame lo sviluppo della conoscenza del nuovo continente in Europa attraverso le relazioni, i testi geografici, la memorialistica, dal Diario di Colombo (1492) alla pubblicazione nel 1526 del Sumario de la natural historia de las Indias dello spagnolo Fernández de Oviedo, la cui personalità, formatasi prevalentemente a contatto con la cultura del Rinascimento italiano, fu dal G. attentamente esaminata. Questi due volumi, tradotti nei decenni successivi in spagnolo e inglese (la Disputa anche in portoghese), assicurarono al G. una vasta notorietà e un largo apprezzamento negli ambienti colti delle due Americhe.

Nel 1948 il G. tornò in Italia e riprese il suo posto all'ufficio studi della Comit: poté così approfondire l'amicizia con Mattioli, con cui strinse un proficuo rapporto di collaborazione (si deve sostanzialmente al G. la stesura delle relazioni annuali della Comit, famose nell'ambiente finanziario per l'eleganza dello stile e per la fioritura delle citazioni). Negli anni successivi, oltre a completare le ricerche per i due ricordati volumi "americanistici", s'impegnò nell'attività della casa editrice R. Ricciardi, rilevata da Mattioli, e in particolare nel progetto e poi nella pubblicazione della collana "La letteratura italiana. Storia e testi", diretta dallo stesso Mattioli, con P. Pancrazi e A. Schiaffini.

Il primo volume pubblicato, fu, nel 1951, la silloge di scritti di Croce Filosofia, poesia, storia (Milano-Napoli), dove il contributo del G. fu notevolissimo, sia nella scelta dei testi, sia nella correzione e approntamento per la stampa, nelle cure anche minute per la correttezza ed eleganza tipografica come per un puntiglioso (e utilissimo) indice dei nomi e degli argomenti.

Dopo il 1970, anno del ritiro dalla Comit, la sua salute cominciò a farsi malferma per le conseguenze di un diabete di cui soffriva da tempo.

Il G. morì nella sua casa di Civenna (Como), il 26 luglio 1976.

Una Bibliografia degli scritti di A. G. fino al 1982, a cura di S. Gerbi, è in A. Gerbi, La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica: 1750-1900, 2ª ed., cit., pp. LXXV-CVIII, cui sono da aggiungere: Lettere inglesi. L'elezione del 3 dicembre a Whitechapel, in Il Lavoro, 3 dic. 1930; La Manciuria e il rapporto Lytton. Alla vigilia della discussione ginevrina, ibid., 20 nov. 1932; Un vaticinio dieciochesco de la grandeza del Perú, in La Prensa (Lima), 28 luglio 1945; El derecho internacional en Italia (rec. ad A.P. Sereni, The Italian conception of international law, del 1943), in Mercurio peruano (Lima), XX (1945), 217, pp. 155-165; Critica del concepto de riqueza natural, in Revista de la Facultad de ciencias economicas y comerciales, gennaio-marzo 1947, n. 37, pp. 11-17; rec. a B. Croce, Filosofia, poesia, storia, in Lo Spettatore italiano, IV (1951), pp. 298-301 (a firma Don Ferrante); A proposito della "Disputa del Nuovo Mondo", in Rassegna di filosofia, VI (1957), pp. 88-91; rec. a L'opera di Benedetto Croce (bibl. a cura di S. Borsari, Napoli 1964), in Rivista di studi crociani, I (1964), pp. 514 s. (siglata A. G.). Dopo il 1983, oltre alle edizioni già citate nel testo, si ricordano la traduzione italiana del saggio del 1940 Romanticismo y peruanidad en la vida de Antonio Raimondi (rec. a un volume di E. Janni), in Le Americhe. Storie di viaggiatori italiani, a cura di I. Pezzini, Milano 1987, pp. 162-167; la seconda edizione della traduzione spagnola (México 1982) e quella portoghese della Disputa (San Paulo 1996); la traduzione spagnola della Natura delle Indie Nove (México 1982).

Fonti e Bibl.: Le carte e la corrispondenza del G. (spesso con copia delle lettere in partenza) sono conservate a Milano presso l'Archivio storico della Banca commerciale italiana; per la libera docenza, vedi Roma, Archivio centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione gen. dell'Istruz. sup., Div. I, Liberi docenti, 1930-50, b. 233, G., A. Il miglior lavoro d'insieme sul G. è P. Treves, Profilo di A. G., in La disputa del Nuovo Mondo, 2ª ed., cit., pp. XIX-LXXII, ma cfr. anche S. Gerbi, A. G. "americanista" o "europeista"?, in I Viaggi di Erodoto, sett. 1991, pp. 98-104; Id., Il filosofo domato, in Belfagor, XLVIII (1993), pp. 327-339. Per il G. "teorico del cinema", cfr. G. Aristarco, Storia delle teoriche del film, Torino 1963, pp. 132-134, 268-279. Sul G. "americanista", M. Carmagnani, A. G. e il Nuovo Mondo, in Rivista storica italiana, XC (1978), pp. 165-171; L. Pranzetti, Il Perù di A. G., in Il Veltro, XXXVI (1992), pp. 157-170. Per i rapporti con l'ufficio studi della Comit, G. Toniolo, Cent'anni, 1894-1994. La Banca commerciale e l'economia italiana, Milano 1994, pp. 78, 80 s.; in particolare per il contributo del G. alle relazioni annuali della Comit, G. Malagodi, Profilo di R. Mattioli, Milano-Napoli 1984, p. 40. Per il suo ruolo nella "Ricciardiana" e, in particolare, nella preparazione della silloge crociana del 1951, G. Galasso, Nota al testo, in B. Croce, Filosofia poesia storia, Milano 1996, pp. 1569-1607.

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