GALLI, Antonio Andrea

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 51 (1998)

di Dario Busolini

GALLI, Antonio Andrea. - Nacque a Bologna, il 30 nov. 1697, figlio di Sebastiano e Teresa Maria Mazzoni. Avviato alla vita religiosa, cominciò gli studi nel collegio dei gesuiti della sua città, che lasciò a quattordici anni, il 17 dic. 1711, per entrare nella Congregazione - d'ispirazione agostiniana - dei canonici regolari del Ss. Salvatore (poi Lateranensi) di Bologna. Terminati lì i corsi di retorica, filosofia e teologia, l'11 dic. 1713 fece la professione solenne, conservando il suo nome secolare. Quindi fu inviato a Roma, in S. Pietro in Vincoli, per approfondire la teologia ed essere ordinato sacerdote, nel 1716. Il G. ebbe poi il permesso di tornare a Bologna per iscriversi al corso di teologia dell'Università. Laureatosi, tornò a Roma, ancora a S. Pietro in Vincoli, per il magistero. Infine nel 1730 gli giunse la nomina a lettore perpetuo di filosofia e teologia. L'insegnamento gli consentì di rimanere a Roma e prendere parte alla controversia sul giansenismo e sui gesuiti. La sua formazione agostiniana e la corrispondenza col canonico E. Amort, ancor più che lo studio dei teologi e liturgisti francesi, lo condussero lentamente, tra il 1733 e il 1735, verso una moderata adesione al fronte antigesuitico, senza far propria alcuna tesi giansenista, ma sostenendo piuttosto una maggiore spiritualità e libertà negli studi teologici. Questa posizione, e la crescente fama di studioso, gli valsero la stima di molti ecclesiastici, tra i quali l'arcivescovo di Bologna, e suo concittadino, Prospero Lambertini. Diventato consultore dell'Indice, nel 1736 rifiutò la carica di abate di S. Angelo a Napoli, sostenendo che non sarebbe stata una nomina giuridicamente valida; temeva in realtà di essere costretto a lasciare Roma. Nello stesso anno, infatti, morto prematuramente l'abate di S. Cecilia di Corbara, presso Bologna, accettò di prenderne il posto, a condizione di non avere l'obbligo di residenza.

Con l'ascesa del Lambertini al pontificato col nome di Benedetto XIV, nel 1740, il G. fu chiamato subito tra i membri dell'Accademia liturgica e della congregazione per la Riforma del breviario, per diventare poi qualificatore del S. Uffizio, il 14 maggio 1744, ed esaminatore dei vescovi, il 13 genn. 1746.

Il nuovo pontefice considerava la riforma del breviario come uno dei suoi principali doveri e il G. lavorò al progetto per tutta la vita, e in modo intenso dal 1741 al 1747. Benedetto XIV chiese ai consultori una revisione del testo ispirata al metodo della critica storica e alle osservazioni di L.A. Muratori. La congregazione invece fu assai più cauta del papa, sforzandosi di rispettare la tradizione per non dover sconfessare gli interventi precedenti, tra cui quelli di Pio V. I lavori procedettero perciò a rilento e si bloccarono tra il 1741 e il 1742, al momento di discutere i criteri per l'inclusione dei santi nel calendario. Il G., con A.M. Azzoguidi e F. Baldini, votò contro un progetto di regole generali, presentandone uno che prevedeva il mantenimento dei santi citati nel canone della messa, negli antichi calendari della Chiesa romana, di quelli dal culto antico, i nominati dai padri della Chiesa, i santi papi più antichi, i dottori e i fondatori di Ordini, alcuni santi rappresentanti ciascuno una nazione della Cristianità. Si sarebbero dovuti scartare invece i santi così definiti solo da leggende o per tradizioni incerte. La congregazione approvò questo schema il 15 lug. 1742 e diede inizio a complesse ricerche archivistiche. Il 21 apr. 1744 il G. ne riassunse i risultati: l'antica attribuzione romana risultava, nell'insieme, migliore delle innovazioni proposte in Francia e altrove. La congregazione approvò anche questa volta la memoria del G., ma pervenne a delle conclusioni solo il 10 marzo 1747, quando rimise il suo lavoro al papa. Risultava un breviario aggiornato, ma non distaccato dalla tradizione romana. Benedetto XIV non ne fu soddisfatto, decise di studiarlo attentamente e di aggiungervi le sue osservazioni. I tempi dell'opera si allungarono notevolmente e papa Lambertini morì prima di aver espresso un giudizio definitivo sulla materia; dopo di lui, il testo venne lasciato cadere.

All'interno del suo Ordine il G. ricoprì le massime cariche: il capitolo del 16 maggio 1748 lo elesse procuratore generale dei canonici regolari e quello del 1751 abate generale. Tuttavia, non venne distolto dalle funzioni di esaminatore; nel 1749 ebbe l'incarico di giudicare l'Istruzione sulla giustizia cristiana dell'arcivescovo di Tours L.-J. Chapt de Rastignac, stampata in quell'anno a Parigi, Venezia e Firenze. Il libro, scritto da un ecclesiastico che aveva condannato pubblicamente le tesi di P. Quesnel, era stato nondimeno ben accolto dai giansenisti francesi. Il G., nel suo rapporto al papa, non condannò l'autore, limitandosi a mettere in luce la pericolosità di talune sue affermazioni, che in Francia avrebbero potuto essere interpretate in senso giansenista, e sconsigliandone la diffusione. Il 26 nov. 1753 Benedetto XIV, che definiva il G. "buon teologo, buon professore e uomo esperto di congregazioni imparziale e non sospetto ai Padri della Compagnia" (Correspondance de Benoît XIV, p. 306), lo nominò cardinale con il titolo di S. Alessio, poi cambiato, nel 1757, con quello di S. Pietro in Vincoli, a lui più caro. Il papa volle che il nuovo cardinale si occupasse di tutto: il 10 dic. 1753 lo inserì nelle Congregazioni del S. Uffizio, dell'Indice, dei Riti e dell'Esame dei vescovi; il 24 luglio 1754 in quella delle Indulgenze e il 2 agosto in Propaganda Fide. L'anno seguente, inoltre, lo nominò penitenziere maggiore, e nel 1756 prefetto dell'Indice e protettore dei chierici regolari. Da cardinale, il G. fu assiduo frequentatore del circolo romano dell'Archetto e del gruppo di porporati "filogiansenisti" che lo capeggiavano, tra i quali D. Passionei, F. Tamburini e A. Corsini. Si distinse sempre da loro, tuttavia, per il suo moderatismo e per il desiderio di evitare polemiche che lo coinvolgessero direttamente.

Non sempre riuscì in tale intento: l'agostiniano G.L. Berti per esempio, per difendere i suoi scritti teologici criticati dal gesuita F.A. Zaccaria, aveva apertamente citato il nome del G., la cui autorità scientifica era riconosciuta dagli stessi gesuiti, nel suo Ragionamento apologetico al dottissimo p. F.A. Zaccaria…, pubblicato a Venezia nel 1752 (cfr. p. 16).

Dopo aver ricevuto il gradimento dell'ambasciatore francese E.-F. de Choiseul e in stretto contatto con il papa, nel 1755 il G., unitamente al Tamburini, G. Besozzi e G. Spinelli, entrò nella congregazione cardinalizia che si occupava dell'applicazione della bolla Unigenitus in Francia e dei problemi creati dall'amministrazione dei sacramenti agli "appellanti" giansenisti.

Con una lettera a Luigi XV, Benedetto XIV aveva difeso l'autorità della Chiesa cattolica in materia di sacramenti e quindi la legittimità e necessità di non darli a chi si fosse dichiarato giansenista. Il G. e il Tamburini, e in seguito anche F. Landi, pur dimostrando simpatia e apertura verso le idee espresse dai rappresentanti dei Parlamenti e dell'Assemblea del clero francese, non poterono evitare, alla fine, di giudicare teologicamente insostenibili molte delle loro tesi, sicché il contrasto tra la Chiesa gallicana e Roma rimase aperto.

Nel 1757 Benedetto XIV si ammalò e il G., in qualità di penitenziere, lo assistette fino alla morte, avvenuta il 3 maggio 1758; il successore, Clemente XIII Rezzonico, ebbe per il G. una stima analoga a quella del suo predecessore e gli conferì altre cariche: nel 1763 lo nominò protettore del Collegio greco e dell'Accademia di teologia, nel 1764 protettore dei monaci betlemiti e della congregazione di S. Antonio Abate sul Monte Libano, infine nel 1766 lo ascrisse alla Congregazione per la Correzione dei libri della Chiesa orientale. Le questioni sollevate dal giansenismo restarono, comunque, al centro delle attività del Galli.

Nel novembre del 1758 il papa sottopose al S. Uffizio un memoriale di 23 tesi, redatto dal generale degli agostiniani P. Vasquez, in difesa della scuola teologica agostiniana, che era stata accusata di filogiansenismo. Il G. assunse una posizione favorevole al documento, coadiuvato dal Tamburini e dallo Spinelli, e osteggiato dai consultori filogesuiti. Per evitare la spaccatura, il 10 genn. 1759, nella chiesa della Minerva, il S. Uffizio si limitò ad affermare che la questione era già stata definita dalle precedenti deliberazioni sulla teologia agostiniana prese dal tempo di Paolo III in poi, e non condannò il documento.

Invece, nel 1761 il G. tentò invano di impedire la condanna della traduzione italiana, edita a Napoli nel 1758 e nel 1760, del catechismo francese di F. Mésenguy, già proibito in lingua originale. Questa volta, il suo invito del 28 maggio a un'opportuna revisione del testo non salvò l'opera dalla censura, che avvenne con il breve del 14 giugno, al quale, però, i governi napoletano, veneto, austriaco, francese e spagnolo non concessero l'exequatur, vanificandola.

Il 5 luglio 1761 morì il Passionei e il G. prese il suo posto come ponente della causa di beatificazione dell'antigesuita Giovanni Palafox y Mendoza, iniziata nel 1760 per volontà del re spagnolo Carlo III. In quest'occasione, il G. venne considerato più esperto del giovane Andrea Corsini, cui in un primo tempo i circoli filogiansenisti volevano affidare il delicato e, dal punto di vista giuridico-canonico, dubbio processo, dato che molte opere del Palafox erano state mandate al rogo. Il G. fece procedere la causa, che dopo la sua morte sarebbe stata affidata a G.V. Ganganelli (poi papa Clemente XIV) e solo nel 1777 dichiarata inammissibile da Pio VI.

Tutto ciò non nocque alla fama di moderato del G., che riuscì sempre a mantenere rapporti con personalità di parte antigiansenista. Nel 1765 il nome del G. venne affiancato a quelli più in vista del partito filofrancese (il Ganganelli, I. Conti e A.M. Durini), nell'eventualità di un possibile conclave che però, causa il ristabilirsi delle condizioni di salute di Clemente XIII, non ci fu.

Il G. amministrò accortamente il suo patrimonio, che divenne considerevole solo dopo la nomina a penitenziere. Ne tenne una precisa contabilità e, chiudendo ogni anno il bilancio con avanzi dai 300 ai 1000 scudi, promosse attività culturali e restauri nelle sue chiese titolari. Aggiornò la biblioteca del monastero del Ss. Salvatore a Bologna, dove aveva cominciato la carriera, e costruì praticamente ex novo quella di S. Pietro in Vincoli, acquistandone i libri dal cardinale N.M. Lercari. Inoltre, sempre a S. Pietro in Vincoli, nel 1765 fece rifare il pavimento della basilica (causando, però, la distruzione di quello antico, cosmatesco) insieme con altri lavori minori.

La morte lo colse il 24 marzo 1767, a Roma, nel suo palazzo alle Quattro Fontane. Il suo corpo fu sottoposto ad autopsia e imbalsamato; quindi, il 27 marzo, trasportato a S. Pietro in Vincoli con una solenne processione. I canonici di S. Pietro in Vincoli, grati, come quelli del Ss. Salvatore, dei ricchi legati lasciati loro nel testamento, gli eressero un monumento funebre, di autore anonimo, posto di fronte al Mosè di Michelangelo, con un'iscrizione celebrativa scritta dal p. M. Monsacrati. Nei locali della canonica si conserva un ritratto del G., pure di autore ignoto.

Opere. Il G. scrisse diversi libri di teologia, che non volle fossero pubblicati: sono conservati presso l'Arch. della Procura gen. dei Canonici regolari lateranensi di S. Pietro in Vincoli, Mss. (non cartulati) nn. 205: De angelis, De opere sex dierum, De virtutibus et vitiis; 212: De Trinitate; 214: Tractatus historicus criticus et theologicus adversus donatistas, jovinianistas et pelagianos; 223: De Trinitate et virtutibus theologicis; 226: De verbi incarnatione, adventu Messiae et cultu sanctorum; 227: De locis theologicis, De Deo et divinis attributis.

Fonti e Bibl.: Arch. segr. Vaticano, Lettere di vescovi, vol. 342, cc. 37-44; Roma, Arch. della procura gen. dei canonici regolari lateranensi di S. Pietro in Vincoli, vol. 225, s.n.; b. 422.1, ff. 4393-4403; Diario ordinario di Roma (Cracas), n. 7764, 4 apr. 1767, pp. 2-10; Correspondance de Benoît XIV, a cura di E. De Heeckeren, II, Paris 1912, pp. 305 s., 399, 421, 460, 476, 485, 498, 533; L. Caraccioli, La vie du pape Benoît XIV, Paris 1783, pp. 197, 222, 260; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, IV, Bologna 1784, pp. 27-30; L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali…, IX, Roma 1797, pp. 50 ss.; M. Monsacrati, Memorie delle s. catene di s. Pietro Apostolo, a cura di L. Giampaoli, Prato 1884, pp. 37, 40, 98-100, 125; M. Boutry, Choiseul à Rome, Paris 1895, pp. 23, 61, 65, 152, 251; P. Battifol, Histoire du bréviaire romain, Paris 1911, pp. 372, 382 s., 385, 395; G. Cacciatore, S. Alfonso de' Liguori e il giansenismo, Firenze 1944, p. 415; E. Damming, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del secolo XVIII, Città del Vaticano 1945, pp. 162, 183, 233, 236, 283, 346 ss., 355; E. Codignola, Illuministi, giansenisti e giacobini nell'Italia del '700, Firenze 1947, p. 202; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1, Roma 1953, pp. 20, 198, 204, 207, 255, 452, 1036; XVI, 2, ibid. 1954, p. 4; F. Callaey, La critique historique et le courant pro-janséniste à Rome au XVIIIe siècle, in Nuove ricerche storiche sul giansenismo, Roma 1954, p. 193; E. Appolis, Le "Tiers parti" catholique au XVIIIe siècle, Paris 1960, pp. 145, 185, 241, 321, 347, 366; M. Caffiero, Lettere da Roma alla Chiesa di Utrecht, Roma 1971, pp. 50, 52, 73; Id., G., A.A., in Dict. d'histoire et de géogr. ecclesiastiques, XIX, Paris 1981, coll. 838 s.; G. Moroni, Diz. di erudizione storico-eccl., XXVIII, pp. 122 ss.; R. Ritzler - P. Sefrin, Hierarchia catholica, VI, Patavii 1958, p. 17.

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