BRANCIFORTE COLONNA, Antonio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 14 (1972)

di Giuseppe Pignatelli

BRANCIFORTE (Branciforti) COLONNA, Antonio. - Nato a Palermo il 28 genn. 1711 da Giuseppe, principe di Scordia, capitano e pretore di Palermo, e da Anna Maria Naselli e Fiorito dei principi d'Aragona, fu destinato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica e inviato a Roma, ove si laureò in utroque iure alla Sapienza il 1º febbr. 1736; divenne referendario delle Due segnature e quindi reggente della Cancelleria. A Roma il B. fu ospitato dalla ricchissima famiglia siciliana dei Colonna di Borgo, di cui divenne erede verso la metà del secolo, aggiungendo il cognome Colonna al proprio e acquistando un cospicuo patrimonio che dilapidò ben presto in gran parte. Nel 1751 Benedetto XIV, forse anche per questa "soverchia generosità" che gli rimproverava come unico difetto, ma che poteva riuscire gradita in un uomo destinato a svolgere fastosi compiti di rappresentanza, affidò al B., con l'ufficio di nunzio straordinario, il compito di recare al duca di Borgogna, primogenito del delfino e di Maria Giuseppina di Sassonia e che morirà prematuramente nel 1761 a soli dieci anni, le fasce donate dal papa. Giunto in Francia nel luglio 1752, il B. vi rimase per più di un anno, accolto con molta simpatia alla corte borbonica. Per una malattia del delfino Luigi la cerimonia della consegna delle fasce poté avvenire soltanto il 19 giugno 1753: frattanto il B., che sperava di ottenere la nunziatura ordinaria di Parigi dopo la partenza di mons. Durini, cercava di dimostrare le sue doti di diplomatico segnalando nei suoi dispacci al segretario di Stato le notizie politiche e militari di cui veniva a conoscenza. Le sue aspettative andarono deluse (tra l'altro anche quella di ottenere da Luigi XV un'abbazia in Francia), ma Benedetto XIV già nell'ottobre 1753 mentre egli stava ritornando in Italia, aveva deciso di nominarlo nunzio a Venezia. Rientrato a Roma, il B. fu a tale scopo preparato all'ordinazione sacerdotale: suddiacono il 23 dic. 1753, diacono il 1º genn. 1754, divenne prete il 2 febbraio; il 17 febbraio fu consacrato dal card. Portocarrero arcivescovo di Tessalonica e il 27 febbraio ebbe la dignità di assistente al soglio pontificio; infine il 2 aprile gli fu affidata ufficialmente la nunziatura presso la Serenissima. Prima di raggiungere la nuova sede il B. ottenne le pingui rendite dell'abbazia della SS. Trinità della Magione a Palermo.

Giunto il 1º agosto a Chioggia, donde raggiunse subito la Dominante, il B. vi fu accolto con tali manifestazioni di deferenza da parte della Repubblica, che credette a un tranquillo svolgimento della propria missione. Ma le prime impressioni dovettero rivelarsi ben presto fallaci: infatti, poco più di un mese dopo, il 7 sett. 1754, veniva approvato dal Senato un decreto sulla giurisdizione ecclesiastica che poneva in crisi i rapporti tra Venezia e la Santa Sede.

In realtà il decreto era stato preparato da lungo tempo, fin da quando il 9 dic. 1752il doge Francesco Loredan aveva affidato al savio di Terraferma Sebastiano Foscarini l'incarico di riferire "qual metodo attualmente si osservi nella gelosa incombenza del licenziamento dei Brevi, o altre carte ecclesiastiche, da quali persone venga la stessa ora adempita e quali siano le leggi nel proposito" (Venezia, Archivio di Stato, Consultori in iure, filza 560, c. 532);la relazione del Foscarini, che in realtà era dovuta alla penna del consultore Antonio di Montegnacco, presentata al doge il 15 luglio 1753, approvata dai consultori il 12marzo 1754e letta quindi in Senato, fu alla base del decreto del 7settembre. Ispirata ai principî del giurisdizionalismo più avanzato - derivato evidentemente da un'attenta lettura di autori tedeschi, come Reiffenstül, Schmalzgrüber e Pirhing, e dei gallicani Thomassin e Bossuet, ma soprattutto del fiammingo Van Espen -, la relazione sosteneva come atto inalienabile di sovranità il diritto dello Stato di giudicare l'opportunità di pubblicare i documenti ecclesiastici pontifici introdotti nella Repubblica, sottoponendoli al giudizio di un revisore: fissato il principio che anche le costituzioni e le bolle universali dovevano essere sottoposte a tale disciplina, benché si concedesse che il principe non poteva ingerirsi nelle materie dogmatiche ma soltanto in quelle concernenti la esteriore disciplina ecclesiastica, si colpivano in particolare i documenti che si spedivano da Roma a richiesta di ricorrenti laici ed ecclesiastici riguardanti le indulgenze, i privilegi di altari, le dispense sacramentali, le concessioni, la disciplina dei regolari, le aggregazioni e le materie beneficiarie. Giustilicato sul piano religioso dall'intenzione di impedire un rilassamento della moralità e la corruzione della dottrina della fede, il provvedimento non nascondeva d'altra parte la preoccupazione di evitare che per la spedizione dei documenti curiali una notevole quantità di denaro migrasse dallo Stato veneto a quello pontificio: anzi per accertarne l'entità proponeva che i vescovi delle diocesi venete rendessero conto delle somme versate dai ricorrenti come tassa per pensioni, dispense, benefici o per altri documenti provenienti da Roma nello spazio dell'ultimo decennio. Il decreto del 7 settembre dava allo stesso Montegnacco l'ufficio di revisore.

Il compito del B., che fu quello di ottenere la soppressione o per lo meno la sospensione del decreto, era molto arduo, assai più di quanto egli stesso in un primo tempo pensasse. Il B., infatti, attribuiva tutta la responsabilità del provvedimento adottato al "temerario" Montegnacco, in cui i savi della Repubblica avevano riposto eccessiva fiducia, mentre il Senato guardava con indifferenza e la popolazione era in massima parte ostile. Egli, perciò, fece credere a Roma che sarebbe stato sufficiente esercitare forti pressioni sul consultore friulano, affidarsi all'azione di altri consultori ecclesiastici della Repubblica più sensibili all'autorità del papa, quali il Rubeis e il Wrachien, o in via subordinata ottenere per mezzo del vescovo di Treviso, il patrizio P. F. Giustinian, che si levassero in Senato autorevoli voci contro le tesi del Montegnacco. A Roma, perciò, anche a causa di tali informazioni, si ritenne l'affare facilmente riparabile con una condotta abbastanza duttile e si dette per prima cosa incarico al B. di controllare le somme giunte a Roma dallo Stato veneto negli ultimi anni, compilando un elenco delle concessioni ottenute dai monasteri e dalle curie vescovili e notandone gli eventuali abusi. Finalmente lo scambio delle prime note diplomatiche, che mostravano la fermezza del governo veneto, e il rifiuto di Venezia a scendere a trattative per un concordato convinsero la Santa Sede ad un'azione più incisiva che si concretò nel marzo 1755 nell'apertura di conversazioni fra i due governi, senza che si venisse ad una sospensione preliminare del decreto. I colloqui si tennero a Venezia tra il B., delegato di Benedetto XIV, e i procuratori Giovanni Emo e Marco Foscarini.

Al B., che a Roma era considerato insufficientemente preparato sul piano dottrinale, ma non privo di abilità diplomatica, furono inviate istruzioni particolareggiate (2 aprile): egli avrebbe dovuto chiedere la sospensione immediata del decreto; non entrare in discussioni generali sui rapporti tra le potestà ecclesiastica e laica, ma prendere in esame i singoli articoli del decreto rilevando la violazione dei diritti della Santa Sede pur senza insistere sulle prove dottrinali. Avrebbe dovuto inoltre far presente che la Santa Sede era disposta a transigere sulla questione dell'exequatur, ma non poteva tollerare una limitazione della propria autorità in materia religiosa, come sarebbe avvenuto se i vescovi avessero concesso le dispense riservate e le indulgenze. Sul piano più strettamente economico, il B. doveva ricordare i cospicui finanziamenti concessi dal Papato a Venezia per le guerre contro i Turchi e minacciare che la Santa Sede avrebbe potuto concedere gratuitamente le dispense e grazie se la Repubblica si fosse impegnata a pagare gli interessi dei debiti contratti da Roma a tale scopo (gli interessi ammontavano annualmente - secondo i calcoli pontifici - a quattro o cinque volte il gettito delle dispense).

Le conferenze del B. con i delegati veneti (7 maggio, 10 agosto e 3 sett. 1755) non dettero però i risultati sperati, in quanto le parti rimasero strettamente ancorate ai propri punti di vista; ma in particolare il B. non aveva compreso che la Serenissima non intendeva cedere sulla questione di principio, ma desiderava trovare una via d'uscita onorevole che l'intransigenza della Santa Sede - orientata in questo senso anche dal nunzio - non le permetteva. Fu in seguito lo stesso B. - che, in contatto con la diplomazia austriaca, aveva ricevuto assicurazioni sulle favorevoli disposizioni dell'imperatrice - a sollecitare Benedetto XIV a servirsi della mediazione di Maria Teresa (aprile 1756): la successiva decisione pontificia di chiedere l'appoggio delle corti imperiale e francese dimostrava l'incapacità dello Stato pontificio a tutelare da solo i propri interessi, anche se otteneva il risultato di riaprire le trattative, con l'invio a Roma dell'ambasciatore straordinario M. Foscarini (marzo 1757). La scena dei colloqui si trasferì quindi a Roma, ove giunse nell'agosto il nuovo ambasciatore ordinario, Correr e si ebbero lenti progressi sulla via di un accordo. Il B. si limitò a partecipare all'ultimo atto presentando al Senato veneto il 12 ag. 1758 la lettera del neoeletto Clemente XIII, che, da buon suddito veneto e fine conoscitore degli umori della Serenissima, implorava come "grazia" la revoca del decreto, riconoscendo la sovrana autorità legislativa e permettendo quindi alla Repubblica di uscire con onore da una situazione che si era fatta critica per le pressioni delle corti.

Il B., durante i quattro anni della controversia, pur rivelando una certa prudenza e abilità spicciola, non si era mostrato capace di penetrare i motivi più profondi della crisi (attribuendoli ad iniziative personali del Foscarini, del Montegnacco o del Renier), né poi aveva compreso - come comprese invece il Rezzonico, che mai egli aveva consultato quand'era vescovo di Padova - le ragioni dell'ostinazione del Senato anche di fronte alle massicce pressioni diplomatiche di Vienna e Parigi: egli si mostrò in conclusione un mediocre funzionario, tipico esempio della decadenza della diplomazia pontificia nel sec. XVIII, poco preparato sul piano politico.

Nominato presidente dello Stato di Urbino il 10 dic. 1759, il B. lasciò Venezia alla fine di febbraio 1760. Benché il 26 sett. 1766 venisse elevato alla porpora con il titolo di S. Maria in Via (il cappello cardinalizio gli fu consegnato ad Urbino il 13 ottobre), egli non godette molto favore presso Clemente XIII: infatti non solo non ottenne, nonostante l'appoggio della corte di Francia, la desiderata legazione di Romagna, ma addirittura si impedirono le dimissioni del vecchio cardinal Oddi dalla diocesi di Viterbo, per non dover assegnare al B. tale vescovado da lui ambito. Assegnato alle congregazioni della Consulta, Riti, Disciplina regolare ed Acque, il B. preferì ritirarsi in Sicilia, ove il 10 apr. 1768 fu festeggiato dal clero e dalla nobiltà di Palermo. Ritornò a Roma nel 1769 per partecipare al conclave seguito alla morte di Clemente XIII.

La sua candidatura sarebbe stata gradita alle corti borboniche (tra l'altro il nome del B. figurava nell'elenco degli undici cardinali "buoni" che era stato inviato dal governo spagnolo all'ambasciatore Azpuru, incaricato di sorvegliare attentamente gli sviluppi del conclave), consapevoli tuttavia che essa aveva scarse possibilità di riuscita. In effetti, benché anche a giudizio di un intransigente come il card. Pirelli, il B. fosse ritenuto uomo "provato e di buone massime", spiaceva agli zelanti la sua fedeltà alla cotte napoletana.

Egli rimase perciò prudentemente nell'ombra fino all'elezione di Clemente XIV puntando sulla conquista di qualche carica di rilievo: sia il Tanucci sia il Grimaldi, infatti, avrebbero visto favorevolmente la nomina del B. alla segreteria di Stato, anche perché avrebbe dato affidamento per la soppressione della Compagnia di Gesù; più realisticamente la Francia giudicava la cosa irrealizzabile per il carattere troppo debole del Branciforte. Clemente XIV affidò, invece, al B. la legazione di Bologna, ove, giunto il 29 nov. 1769, egli rimase fino al 1776, svolgendovi compiti in gran parte rappresentativi e addossando il peso dell'amministrazione sull'abile vicelegato I. Boncompagni Ludovisi, che poi gli successe. Il B., che non aveva recitato alcun ruolo di rilievo nel conclave del 1774, su designazione di FerdinanIo IV di Napoli, fu destinato da Pio VI il 15 apr. 1776 a reggere la diocesi di Agrigento. Dopo una lunga permanenza a Napoli, durata per quasi tutto il 1777, nel novembre il B. si diresse verso la Sicilia, entrando ad Agrigento nel marzo 1778. Egli però risiedette di rado nella sua diocesi, preferendo soggiornare per lunghi periodi a Palermo presso il fratello principe di Scordia, anche allo scopo di mantenere amichevoli contatti con il vicere per giovare alla Santa Sede nelle controversie giurisdizionali. Su questo terreno il B., comunque, pur professando una sincera sottomissione all'autorità papale, si mostrò disposto ad accogliere alcune istanze del governo in favore dell'ampliamento dei poteri giurisdizionali dell'episcopato: tale arrendevolezza fu giudicata a Roma eccessiva e non giustificata da uno stato di necessità (Arch. Segr. Vaticano, Cardinali 168, ff. 219-223).

Il B. morì ad Agrigento il 31 luglio 1786.

Fonti e Bibl.:Arch. Segr. Vat., Francia 488, ff. 367-466 (dispacci dal 5 luglio al 25 dic. 1752); 489, ff. 275-429 (dispacci dal 1º gennaio al 24 sett. 1753); Ibid., Venezia 214, 214 C, 215, 216, 216 A, 217, 218 (si vedano anche i mazzi 407, 408, 409 che contengono: Carte relative alla vertenza fra la Santa Sede e la Repubblica di Venezia per il decreto del 7 sett. 1754);Ibid., Urbino 66-69; Ibid., Bologna 119-121; Ibid., Cardinali, 162, f. 268; 163, ff. 265, 302, 312; 165, f. 258; 166, f. 11; 167, ff. 7-15, 18, 58, 84, 93, 107, 117-118, 122, 141, 154, 241, 280, 289; 168, ff. 116, 209, 219-223, 321, 348, 350; 169, ff. 3-4, 92-94, 139, 216; 170, ff. 18-20; Notizie per l'anno 1770, Roma 1770, p. 109; E. de Heeckeren, Correspondance de Benoît XIV, II, 1750-1756, Paris 1912, pp. 145, 202, 209, 346; Lettere di Benedetto XIV al card. de Tencin, a cura di E. Morelli, II, Roma 1965, pp. 421, 495, 504; L. Berra, Ildiario del conclave di Clemente XIV del card. Filippo Maria Pirelli, in Archivio della Soc. romana di storia patria, LXXXV-LXXXVI (1962-63), pp. 25-319, passim (ma specialmente pp. 182 s.); F. Petruccelli della Gattina, Histoire diplomatique des conclaves, IV, Bruxelles 1866, pp. 174, 189, 214; L. Boglino, La Sicilia e i suoi cardinali, Palermo 1884, pp. 70 s.; A. M. Bettanini, Benedetto XIV e la Repubblicadi Venezia..., Milano 1931, passim; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1, Roma 1934, pp. 1027s.;XVI, 2, ibid. 1935, pp. 27, 29, 58, 82;G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XIV, pp. 308s. e ad Indicem;R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica, VI, Patavii 1958, pp. 71, 404.

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