CAPPELLO, Antonio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 18 (1975)

di Francomario Colasanti

CAPPELLO, Antonio. - Del ramo di S. Polo della nobile famiglia veneziana, nacque da Gianbattista di Marino e da Paola di Marino Garzoni presumibilmente nel 1494, dato che il 1º dicembre 1514, a vent'anni compiuti come innovava a partire dal 1497 una deliberazione del Consiglio dei dieci, fu presentato all'Avogaria di Comun dalla madre che faceva le veci del marito morto sin dal 1505, per concorrere all'estrazione della Balla d'oro.

Figura scialba quella paterna: assorbito dagli affari di famiglia, coronò una modesta carriera politica con l'ingresso in Pregadi; la madre invece era figlia di quel Marino che, dopo essersi segnalato come senatore e consigliere ducale, fu podestà a Verona ed a Padova, duca di Candia ed ascese alla Procuratia de Citra. Il fratello minore, Marino, morto a trent'anni, entrò in Senato in forza d'un prestito alla Repubblica.

Totale il silenzio delle fonti sugli anni giovanili del C.; sicuramente documentabile invece il suo cursus honorum iniziato nel luglio del 1515 con la nomina ad ufficiale della Dogana da mar, anche se, già nel 1511, pur non avendo l'età richiesta, per quasi tre mesi in occasione del richiamo a Venezia del podestà Fantino Moro, aveva ricoperto a Cologna Veneta, per ordine dei sindaci di Terraferma inviati ad inquisire sulle malversazioni del Moro, la carica straordinaria di vice-podestà. L'ascesa del C. verso le magistrature più prestigiose, grazie al cospicuo patrimonio che consentiva frequenti elargizioni alle casse dello Stato allora esauste, fu rapida: eletto nel dicembre del 1516 provveditore e capitano a Legnago anche in seguito ad un donativo di 200 ducati, nel settembre del 1519 fu chiamato a far parte del collegio dei Dieci savi alle Decime, nel novembre del 1521, approfittando d'uno dei provvedimenti straordinari cui in quei giorni il Consiglio dei dieci faceva ricorso per reperire denaro, mediante il prestito di 400 ducati acquisì il diritto ad entrare in Pregadi per i quattro anni successivi, mentre l'8 marzo 1523, dietro un nuovo esborso, questa volta di 8.000 ducati, riuscì ad ottenere l'ambita dignità procuratoria sia pure "per expetativa", ritardando cioè al 1º marzo del 1525 l'effettiva assunzione della carica - dopo il rituale sorteggio fatto dal doge risulterà essere la Procuratia de Supra - e divenendo nel frattempo membro di diritto del Senato.

Il provvedimento di cui usufruì, e che prevedeva l'elezione di due procuratori (se ne avvalse anche un altro giovane patrizio, Antonio Mocenigo, mentre circolava voce, come ricorda il Sanuto nei Diarii, che un terzo candidato, Luca Vendramin dal Banco, avesse rinunciato per "non esser con questi si zoveni"), assicurava al C. la restituzione dei 7.500 ducati prestati (500 erano dovuti come dono) in ragione di 2.000 nel giro di due anni ed in seguito di 50 al mese da trarre dal ricavato del dazio sulla farina. Annota il cronista che il C. "per tanta ambition" si era accollato l'onere di "uno stocho in Rialto con sier Alvise Pisani procurator dal Banco di sacchi goton [di cotone] a ducati 7 termine do anni, et non trova contadi [non riesce a venderli a] ducati 4"; ma le difficoltà dovettero venire in qualche modo superate visto che al momento dell'elezione egli portò alla Signoria, come dice lo stesso Sanuto, "ducati 8.000 in sachi 6" pur essendone allora richiesti solo la metà. Desideroso di far fruttare al meglio il proprio denaro ed al tempo stesso sensibile al prestigio della famiglia, il C. presentò di lì a poco una supplica al Consiglio dei dieci perché il diritto ad entrare in Pregadi, per lui ormai inutile, acquisito con il prestito del 1521, fosse trasferito al fratello, ciò che di fatto avvenne a partire dal giugno successivo.

Nei tre anni che seguirono l'ingresso nella Procuratia, forse a causa dell'impopolarità dei modi usati per anticipare i tempi della sua ascesa (testimonia il Sanuto che in occasione della solenne presentazione in Collegio, benché la tradizione volesse che tutti i procuratori accompagnassero il neoeletto, "niun di vecchi vi venne"), il C., dopo aver fatto parte, dal settembre del 1525, del collegio dei savi incaricati di "reveder le tanse", rimase ai margini della vita politica dedicandosi quasi esclusivamente, come imponeva la sua nuova carica, all'amministrazione della basilica di S. Marco di cui anche in seguito s'occupò con grande solerzia, come è testimoniato tra l'altro dalla lapide posta nei locali del Tesoro a ricordo d'importanti lavori di ristrutturazione da lui promossi e diretti nel 1530. Riprese il suo cursus honorum nel nov. 1528 come provveditore sopra le fabbriche di Legnago.

Compito del C. era coordinare da Venezia le attività dirette alla costruzione delle nuove fortificazioni della cittadina. Inviato però a Legnago per reperire ulteriori fondi, benché ostilmente accolto dal rettore, il cognato Giacomo Bembo - pur d'evitare l'intrusione del più titolato familiare questi non aveva infatti esitato ad affermare, come ricorda il Sanuto, che il giovane procuratore "per non esser troppo amado non farà quello desidera la Signoria" -, il C. riuscì a convincere gli abitanti ad aumentare a 2.800 ducati il contributo annualmente dovuto e poco dopo, incontratosi con i rappresentanti di Vicenza, Padova, Treviso e del territorio polesano, ottenne assicurazioni circa le corvées di uomini e denaro loro imposte per accelerare i lavori di cui egli stesso aveva progettato di ridurre tempi e costi facendo uso del materiale ricavato dall'abbattimento delle vicine ed ormai strategicamente inutili rocche di Castelbaldo e Badia Polesine. Ma la lentezza con cui le fabbriche progredirono (tornato a Legnago agli inizi del 1532 dovette informare la Signoria che, pur essendo già stati spesi 30.000 ducati, erano stati completati soltanto i baluardi ed i terrapieni e che appena allora avevano avuto inizio la costruzione delle cortine e la fortificazione della frazione di Porto) fece sì che il Senato, nell'aprile del 1532, lo sollevasse dall'incarico ricoperto "senza utilità alcuna" ed istituisse un'apposita magistratura in luogo dell'ufficio straordinario e gratuito fino ad allora esistente. I meriti del C., ricordati a Legnago dalla lapide posta proprio in quei giorni sulla porta S. Martino, furono però poco dopo ampiamente riconosciuti dal duca d'Urbino capitano generale dell'esercito veneziano, che, scrivendo al doge di far affrettare i lavori della fortezza, raccomandava d'intervenire, ricorda ancora il Sanuto, perché "il magnifico misier Antonio Capelo tornasse a pigliar quello assumpto il qual ha mostrà, in quello che si ha fatto, aver molto ben inteso il disegno".

A neppur un anno dalla sfortunata esperienza di Legnago, nel febbraio del 1533 il C. fu nominato savio alle Acque, carica che tenne ininterrottamente fino all'ottobre del 1538, occupandosi tra l'altro della navigabilità del Brenta e dell'interramento della laguna vicino a Fusina. Nell'ottobre del 1536, a conferma della crescente considerazione goduta, fu inoltre eletto tra i nove procuratori destinati ogni anno ad entrare nella zonta del Consiglio dei dieci in forza d'una deliberazione del 1529.

Successivamente, nello stesso mese, fu tra i quattro ambasciatori straordinari incaricati di confermare a Carlo V, allora a Genova, l'alleanza e l'amicizia della Serenissima pur dopo la fallita spedizione di Provenza; l'ambasceria, composta anche da Marcantonio Corner, Nicolò Tiepolo ed Antonio Venier, non lasciò però Venezia essendosi l'imperatore nel frattempo imbarcato alla volta della Spagna.

Nel settembre del 1537 gli fu affidato il compito di accompagnare il duca d'Urbino in una ricognizione alle fortificazioni di Treviso, Padova e Chioggia e conseguentemente, nel luglio dell'anno dopo, quello di riattare le difese della cittadina lagunare. L'apice del prestigio fu però raggiunto dal C. il 27 dic. 1539 quando, assieme a Vincenzo Grimani, fu prescelto quale ambasciatore straordinario all'imperatore ed al re di Francia in risposta alla missione del marchese del Vasto e del maresciallo d'Onibeau, inviati congiuntamente dai due sovrani (Carlo V su invito di Francesco I stava allora attraversando la Francia diretto in Fiandra) per assicurare la Repubblica del loro accordo e del comune desiderio d'intraprendere una grande offensiva contro il Turco.

Dando esecuzione alla commissione ricevuta il 13 genn. 1540, dopo una tappa a Milano ove ribadirono al marchese del Vasto il bisogno di grano in cui versava la Repubblica in seguito all'interruzione delle importazioni dal Levante, provocata dalla guerra contro la Porta, avuta notizia che l'imperatore stava per accomiatarsi dal re francese, i due ambasciatori si separarono ed il C., destinato a recarsi presso Carlo V, si diresse in Fiandra attraverso la Germania. Raggiunta alla fine di febbraio la corte imperiale a Gand, assieme a Pietro Mocenigo ed a Marino Giustinian, rappresentanti ordinari della Serenissima presso Carlo V ed il re dei Romani, egli, pur vigile ai maneggi della grande politica europea che minutamente descrive nei numerosi dispacci, s'adoperò soprattutto ad ottenere concreti vantaggi per Venezia sollecitando la consegna dei grani siciliani promessi dall'imperatore. Ma ancora bloccati nei porti isolani, come pure l'allestimento d'una nuova flotta da affiancare a quella veneziana in vista dell'auspicata spedizione contro il Turco, assicurando nel contempo la disponibilità della Repubblica a qualsiasi azione contro la Porta, nonostante le trattative di pace che Alvise Badoer stava conducendo a Costantinopoli. Il successo del C. a Gand fu però più personale che politico (anche durante la malattia del Mocenigo fu infatti il Giustinian a sostenere il peso maggiore dell'attività diplomatica), se è vero che il 2 maggio 1540, prima del commiato, Carlo V l'insignì del titolo ereditario di conte con il diritto di caricare lo stemma dell'aquila imperiale.Dopo il ritorno dalla Fiandra il C., chiamato ad una più intensa attività pubblica, dal luglio 1541 al marzo 1544 fu membro del Collegio solenne delle acque e dall'ottobre 1542 al settembre 1543 anche della zonta del Consiglio dei dieci. Nel novembre del 1542 entrò inoltre nel collegio straordinario dei venticinque sopra le fortificazioni di Zara, che però lasciò nel gennaio del 1543 per assumere, fino all'ottobre successivo, la carica di recente istituzione e ben più importante di provveditore alle Fortezze. Poco dopo, nel novembre del 1543, assieme a Francesco Contarini, ebbe il compito di negoziare le condizioni per l'acquisto della piazzaforte di Marano.

Divenuta dominio imperiale dopo Agnadello, occupata su istigazione della Serenissima nel 1541 da tal Beltrame Sachia alla ripresa dei contrasti tra le maggiori potenze europee, ceduta da questo a Pietro Strozzi, allora al soldo francese, Marano costituiva per la Repubblica, soprattutto dopo che il fuoruscito fiorentino, vistisi negati da Francesco II promessi aiuti militari, gliene aveva offerto la cessione, un pericoloso focolaio di guerra che minacciava di trascinarla nel conflitto allora in corso tra Francia ed Impero. In ottemperanza alle istruzioni ricevute il C. ed il Contarini furono quindi costretti ad accogliere, nei sempre più drammatici abboccamenti con Federico Pazzi, emissario dello Strozzi a Venezia, quasi tutte le condizioni poste e, di fronte alla minaccia di consegnare la fortezza ai Turchi, anche ad aumentare da 30.000 a 35.000 ducati la somma convenuta per la cessione.

Gli anni seguenti videro il C. impegnato di prevalenza nelle magistrature tecniche: grazie alla specifica esperienza maturata, fino alla fine dei suoi giorni fu infatti ininterrottamente presente ora tra i savi alle Acque (aprile-ottobre 1544, maggio 1546-aprile 1548, luglio 1560-agosto 1561) ora nel Collegio solenne delle Acque (febbraio 1545-aprile 1546, febbraio 1549-aprile 1560, febbraio 1567, gennaio 1565), ricoprendo nel contempo le cariche di membro del collegio dei trenta alle fortificazioni (ottobre 1544-marzo 1545), di provveditore alle Fortezze (aprile-ottobre 1551, ottobre 1552-marzo 1553, aprile 1558-marzo 1559, ottobre 1564-gennaio 1565), di provveditore sopra Olii (ottobre 1550-marzo 1551), di provveditore all'Armar (ottobre 1557-marzo 1558), di sopraprovveditore alle Pompe (agosto 1562-giugno 1563, novembre 1564-gennaio 1565). Di qualche rilievo anche l'attività più strettamente politica ch'egli esplicò nello stesso periodo come membro della zonta del Consiglio dei dieci (ottobre 1554-settembre 1555, ottobre 1556-settembre 1557, ottobre 1558-settembre 1563), come uno dei quarantuno elettori dei dogi Francesco Venier (giugno 1554) e Gerolamo Priuli (agosto 1559) e come provveditore sopra Monti (ottobre 1563-settembre 1564).

Il nome del C. è inoltre legato sia alla costruzione del nucleo originario della libreria di S. Marco, di cui diresse i lavori, come ricorda anche la lapide postavi nel 1553, nella sua qualità di procuratore de Supra, sia ad alcuni importanti interventi sul patrimonio monumentale della città.

Dal gennaio 1551 al novembre 1554 e dall'ottobre 1555 all'ottobre 1556 come provveditore sopra il ponte e le fabbriche di Rialto, assieme a Tommaso Contarini e Vettor Grimani prima ed a Matteo Bembo e Gianbattista Grimani poi, diede infatti inizio alle attività preliminari alla costruzione dell'attuale ponte, prima tra tutte la gara per il progetto che indisse tra i migliori artisti dell'epoca riuscendo ad ottenere, già nel 1554, un considerevole numero di modelli; contemporaneamente dall'agosto 1553 all'agosto 1554, nominato provveditore sopra le fabbriche di Palazzo, assieme a Giulio Contarini ed a Francesco Venier promosse alcuni restauri conservativi e poco dopo, eletto nell'apposito, collegio dei quindici patrizi, dall'aprile 1557 al marzo 1559 sovraintese, ancora in palazzo ducale, al completamento della scala d'onore detta, per la magnificenza delle decorazioni, "scala d'oro".

Il C. morì di polmonite il 16 gennaio dell'anno 1565.

Fu sepolto, secondo le disposizioni date nel testamento autografo del 21 ag. 1562, nella chiesa, ora distrutta, di S. Antonio di Castello, ai piedi dell'altare dedicato al santo dove egli nel 1528 aveva traslato le spoglie del padre, della madre e del fratello. Nello stesso atto, con rigidi criteri d'equità, aveva istituito i figli Gianbattista e Marino (Gasparo, nato nel 1526, gli era premorto) avuti nel 1523 e nel 1528 da Francesca di Pietro Dolfin, nonché i loro discendenti, eredi principali del suo patrimonio la cui parte più importante era costituita, come appare dall'elenco dei beni redatto in occasione dell'estimo del 1537, da più d'una decina di appezzamenti intorno a Legnago per quasi 1.200 "campi" con i relativi pascoli. Forti anche gli interessi immobiliari sia a Legnago sia a Padova dove, oltre alle case adibite a sua abitazione, possedeva un certo numero di stabili dati in locazione con le relative botteghe; a Venezia era invece proprietario del solo palazzo di S. Polo, sul Canal Grande, ove usualmente dimorava. Il liquido, anch'esso rilevante, gli aveva permesso tra l'altro di prestare garanzia per una quota di 1.000 ducati a favore dei banchi che Antonio Priuli e Silvano Cappello avevano aperto nel 1524 e nel 1528.

Il ritratto del C., originariamente visibile nella Procuratia de Supra e già ritenuto opera di Tiziano, è oggi conservato alle Gallerie dell'Accademia ed attribuito al Tintoretto.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Venezia, Miscellanea codici I, Storia veneta, 18: M. Barbaro-A. M. Tasca, Arbori de' patritii veneti, pp. 243, 245, 251; Ibid., Avogaria di Comun,Balla d'oro, reg. 165/IV, c. 98v; Ibid., Nascite,Libro d'oro, reg. 51/1, cc. 73v, 300v; Ibid., Cronaca matrimoni, reg. 107/2, c. 78v; Ibid., Segretario alle voci,Misti, reg. 7, c. 35r; reg. 8, cc. 45v; Ibid.,Elezioni del Maggior Consiglio, reg. 1, c. 78v; Ibid., Elezioni dei Pregadi, reg. 1, cc. 27v, 29r, 35r-37v, 58v, 84v; reg. 2, cc. 40v, 46v, 53r, 73v; reg. 3, cc. 40r, 52r, 62r; reg. non numerato (1530-1558), cc. 26r-27v, 32v-34v, 59v, 72v, 74v, 77r; Ibid., Consiglio dei Dieci,Misti, reg. 27, c. 129v; reg. 44, c. 82r; reg. 46, c. 26v; Ibid., Comuni, reg. 12, cc. 3r, 70r, 136r, 144v; reg. 15. c. 66r; reg. 26, cc. 48r, 60r; Ibid., Secreta, reg. 4, cc. 88v-89v, 99r-100r; Ibid., Collegio,Notatorio, reg. 20, c. 240v; Ibid., Senato,Secreta, reg. 60, cc. 95r, 100r, 103v-105v, 107r; reg. 61, cc. 3v-4v; reg. 63, cc. 76v, 78r; Ibid., Archivio proprio Spagna1, nn. 100 s., 104-110; Ibid., Savi ed Esecutori alle Acque, b. 227, cc. 2r-3v, 6v; b. 559, cc. 1r-9r; Ibid., Provveditori alla Sanità,Necrologi, reg. 800; Ibid., Archivio notarile,Testamenti,notaio Marsilio, b. 1206 n. 17; b. 1210/ XII, cc. 77r-80r; Ibid., S. Antonio di Castello,Catastico vecchio, p. 21; Catastico, t. XIV, c. 101; Ibid., Dieci Savi alle Decime, b. 99, S. Polo condizione 308; Venezia, Bibl. naz. Marciana: cod. It. VII, 15 (= 8304): G. A. Cappellari Vivaro, Il Campidoglio veneto, I, cc. 228v, 236r; Ibid., cod. It. VII, 816-826 (=8895-8905): Raccolta dei Consegi, nn. 4-14, a) c. 223r; b) cc. 66, 224r, 228r, 236.r; c) cc. 35v, 51v, 99r, 129r, 133r; d) c. 243r; e) cc. 44r, 78v, 112r, 247r; f) c. 44r; g) cc. 102r, 103v, 119v, 122v, 175r, 207v, 317r; h) cc. 40v, 111v, 178v, 278v, 327v, 329v; k) cc. 2v, 49v, 76v, 114v, 177v, 197v, 213v, 226v, 240r, 266v, 300v, 338v; i) cc. 48v, 127v, 129v 163v 198v, 250v, 263r, 280v, 301v, 305v, 310v, 312v, 315v, 320v, 347; i) cc. 43v, 101v, 113v, 123v, 166v, 249v, 262v, 274v; Ibid., cod. It. VII, 198 (=8383): Registro dei Reggimenti..., c. 59r; Ibid., cod. It. VII, 615 (= 847): Procuratori di S. Marco, p. 76 e pp. 5, 11 pt. II; Ibid., Bibl. del Civico Museo Correr, cod. Cicogna 2889 (= 3781): G. Priuli, Pretiosi frutti del Maggior Consiglio, I, c. 125v; F. Sansovino, Venetia Città nobilissima et singolare... ampliata da Giovanni Stringa..., Venezia 1604, cc. 1r, 34v, 57r, 205v, 207v, 214r, 216v, 239r; M. Sanuto, Diarii, XV, XXII-XXIV XXVI-XXVII, XXIX, XXXI-XXXIX, XLII, XLIV-XLV, XLVII-L, LII-LVIII, Venezia 1866-1903, ad Indices; G. B. Lorenzi, Monumenti per servire alla storia del Palazzo ducale di Venezia…, I, Venezia 1868, pp. 280, 299; G. Zabarella, Il Pileo o vero nobiltà heroica et origine gloriosissima dell'eccellentinima famiglia Capello, Padova 1670, pp. 34, 42; P. Paruta, Historia vinetiana..., Venezia 1718, VII, p. 649; X, p. 113; XI, p. 157; A. Morosini, Historia veneta..., Venezia 1719, IV, p. 418; VI, pp. 576, 598; G. Meschinello, La chiesa ducale di San Marco…, II, Venezia 1753, p. 47; III, ibid. 1754, p. 102; E. A. Cicogna, Delle Inscrizioni veneziane, V, Venezia 1842, p. 542; VI, ibid. 1853, pp. 567, 787; G. Cardo, Storia documentata su Cologna Veneta, Venezia 1896, p. 411; R. Cessi-A. Alberti, Rialto. L'isola,il ponte,il mercato, Bologna 1934, p. 186 (ove però è erroneamente indicato come Antonio Grimani); M. Luxoro, La biblioteca di San Marco nella sua storia, Firenze 1954, p. 59; S. Moschini Marconi, Gallerie dell'Accademia di Venezia. Opere d'arte del secolo XVI, Roma 1962, p. 236 n. 409; C. Boscagnin, Storia di Legnago, Verona 1966, pp. 147 ss., 596, 688.

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