CORRER, Antonio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 29 (1983)

di François-Charles Uginet

CORRER, Antonio. - Figlio di Filippo di Nicolò, del ramo dei Correr a Castello, e di Chiara Venier, nacque a Venezia il 14 gennaio del 1369. Ricevette la prima educazione letteraria e teologica presso il convento domenicano dei SS. Giovanni e Paolo e passò quindi a studiare diritto nell'università di Padova. Scelse la vita ecclesiastica per incoraggiamento dello zio Angelo Correr. Quest'ultimo, nominato patriarca di Costantinopoli, il 28 sett. 1390 gli procurò il decanato di Corone in Grecia di cui egli stesso era stato titolare fino al 1380 e che poi era riuscito a mantenere vacante con vari cavilli, fino al raggiungimento della maggiore età canonica del nipote.

Nel De vita et obitu beatae ntemoriae Antonii episcopi Ostiensis soffloquium ad Deum il nipote Gregorio Correr afferma che il C. sarebbe entrato sin dal 1392 tra i gesuati e poi, ordinato sacerdote, si sarebbe avvicinato ad una diversa esperienza religiosa. Fu, infatti, insieme con il cugino Gabriele Condulmer (il futuro EugenioIV) tra i fondatori della Congregazione di S. Giorgio in Alga che iniziò la sua vita ufficiale il 15 marzo 1404.

Con l'elezione di Angelo Correr al pontificato, con il nome di Gregorio XII, alla famiglia Correr, e ai suoi consorti, si aprì la possibilità di sistemarsi stabilmente in seno alla Curia romana. Il nuovo papa, infatti, non solo favorì la carriera del C., ma anche quella del cugino Gabriele Condulmer. Eletto vescovo di Modone, in Grecia, dove sicuramente non si recò mai, il C. ricevette la consacrazione episcopale il 26 febbr. 1407 nella cappella palatina del Vaticano dalle mani di Gregorio XII, assistito da Agostino da Lanzano, vescovo di Spoleto ed antico tesoriere, da Guglielmo della Vigna, vescovo di Todi e antico tesoriere anch'egli, da Giacomo Ciera, vescovo di Chirone a Creta, di origine veneziana, e dal domenicano Antonio Correr, vescovo di Asolo e suo cugino. A partire da questa data il C. viene qualificato come referendario e tesoriere del papa, per quanto non si abbia alcuna conoscenza di suoi precedenti nell'amministrazione finanziaria.

Con il fratello Paolo entrò nella cerchia più intima dei familiari del pontefice e ricevette da questo incarichi di particolare fiducia. Eletto vescovo di Bologna nel marzo del 1407, non riuscì a prendere possesso nemmeno di questa diocesi, anche se ne tenne il titolo per molti anni; in compenso gli fu assegnata una pensione annua di 250 fiorini sulle rendite della Camera apostolica (bolla del 13 giugno 1407). Il giorno precedente era stato nominato camerlengo della Chiesa romana, al posto di Leonardo de' Fisici, vescovo di Fermo. Non potendo sempre svolgere personalmente le funzioni di questa importante carica curiale, il C. si fece sostituire spesso da vicari: nel 1408 da Paolo di Planta da Giovinazzo, che ebbe il titolo di vicecamerlengo, nel 1409 dal cardinale Gabriele Condulmer, che risulta indicato come gerente della Camera postolica, e a partire dal 15 ag. 1411, da Francesco Novelli, vescovo di Modone, che fu ancora confermato nella carica il 4 sett. 1414.

Il C. fu abbastanza moderato nell'accumulare benefici: oltre all'amministrazione delle Chiese di Costantinopoli, di Corone e di Creta - che Gregorio XII gli aveva accordato il 13 dic. 1407, riservandosi, peraltro, il possesso personale delle stesse anche in caso di rinuncia al pontificato -, ebbe l'arcidiaconato di Lincoln (600 marchi di rendita annua) e la prevostura di Szeben (oggi Nagy-Szeben) nel vescovato di Esztergom. Alla fine del 1408 fu nominato anche vescovo di Porto.

Nipote del papa e membro del suo entourage, ebbe un ruolo di primo piano nei negoziati che si svolsero tra il 1407 e il 1408 per porre fine allo scisma che opponeva Gregorio XII a Benedetto XIII, con l'abdicazione concertata dei due papi. Inviato a Marsiglia il 27 febbr. 1407, il C. ne ritornò alla fine di maggio latore di una convenzione firmata dai rappresentanti di Benedetto XIII che fissava Savona come luogo dell'incontro fra i due pontefici; ma Gregorio XII non approvò la scelta. Il fallimento degli accordi sull'incontro tra i due pontefici è stato attribuito da alcune fonti coeve e da una parte della storiografia all'azione concorde del C. e degli ambasciatori di Benedetto XIII venuti a Roma per sollecitare Gregorio XII nel luglio del 1407. Certo è che il C. e l'inviato di Benedetto XIII, Simon Salvador, ebbero numerosi abboccamenti segreti, il cui oggetto sfuggì agli osservatori allora presenti a Roma e in particolare agli inviati del re di Francia venuti per garantire al papa la sua sicurezza in caso di viaggio a Savona. Comunque, nonostante non fosse d'accordo sul luogo dell'incontro, Gregorio XII non aveva del tutto rinunciato ad un riavvicinamento con Benedetto XIII e il 9 ag. 1407 lasciò Roma dirigendosi verso il Nord. Il C. faceva parte del suo seguito e fu vicino al papa in tutti i suoi spostamenti, fino a Lucca.

Quando il 25 aprile dell'anno successivo Ladislao di Durazzo occupò Roma, la notizia fu accolta con grande gioia dai nipoti di Gregorio XII che vi videro un mezzo per rafforzare il pontificato dello zio e per bloccare ogni possibilità di intesa con Benedetto XIII. Certo è che Gregorio XII si sentì libero abbastanza per procedere alla nomina, il 9 maggio, di quattro nuovi cardinali, fra i quali il C., che ebbe il titolo di S. Pietro in Vincoli (in seguito, prima del 9 sett. 1409, avrà il vescovado di Porto), e Angelo Condulmer. Questa creazione fu fatta contro il parere dei cardinali più anziani e di un certo numero di rappresentanti esteri: due giorni dopo otto cardinali abbandonarono la Curia di Gregorio XII. L'isolamento del papa rafforzò tuttavia la volontà di resistenza dei suoi partigiani. La situazione era per lui tutt'altro che sicura, tanto che il C. dovette reclutare un certo numero di uomini d'arme per rinforzare la guardia del papa a Lucca (26 giugno 1408). Il 2 luglio Gregorio XII convocò un concilio che doveva tenersi nella provincia di Aquileia o nell'esarcato di Ravenna per la pentecoste del 1409. Era la sua risposta alla convocazione del concilio di Pisa ad opera dei cardinali dissidenti.

Il C., che accompagnava sempre lo zio, lo seguì a Siena (estate del 1408), poi a Rimini, dove il 13 dic. 1408 ricevette le bolle per una legazione in Germania. Il contenuto della missione non era precisato, ma Gregorio XII aveva deciso di riunire il concilio a Cividale del Friuli il 19 settembre e si può presumere che il C. dovesse reclutare partigiani nelle regioni più favorevoli all'obbedienza urbanista. La missione fu ampliata presto con una legazione in Inghilterra e in Irlanda, per la quale il C. ricevette i poteri il 17 gennaio 1409. La sua assenza si protrasse per un certo tempo, perché all'inizio di aprile il cugino Gabriele Condulmer lo sostituì nel reclutamento delle guardie del papa (Rimini, 4 apr. 1409). Ma il 6 giugno il C. assistette al concilio di Cividale e il 29 giugno confermò l'assoldamento di Cincio di Paternò e di duecentoquaranta lance: i mercenari erano stati reclutati nel mese di marzo da Paolo Correr, fratello del C., e dal re di Napoli Ladislao di Durazzo.

Il 6 sett. Gregorio XII abbandonò precipitosamente il Friuli e si rifugiò, nel gennaio 1410, a Gaeta sotto la protezione del re di Napoli. Ma quando anche Ladislao riconobbe Giovanni XXIII, il papa di obbedienza pisana, Gregorio XII si ritirò a Rimini, nelle terre di Carlo Malatesta (1412). Nel corso di questi anni, mentre l'obbedienza di Gregorio XII si andava dissolvendo, il C. fece parlare poco di sé. La sua carica di camerlengo fu esercitata di fatto dal tesoriere Francesco Novelli. E non è neanche sicuro che Gregorio XII fosse proprio contento dei suoi servizi.

Nel luglio del 1414 il papa risiedeva con il suo seguito nel castello di Montefiore presso Rimini. Aveva già inviato a Costanza, dove era riunito il concilio generale, l'atto della sua rinuncia al pontificato, ma solo il 19 luglio ricevette la notizia dell'accoglienza riservata al suo gesto. Il 14 inviò al C. un cursor latore di una bolla datata 9 luglio. Prima che fosse letta pubblicamente, il C. ne prese conoscenza e chiese subito udienza a Gregorio XII. Il papa rifiutò di ricevere il nipote e fu letta allora la bolla che lo privava della sua carica di camerlengo. Forse questo provvedimento fu causato dalla rivalità tra il C. e il tesoriere Francesco Novelli: il 27 agosto, sempre a Montefiore, un cursor notificò al C. la risposta di quest'ultimo alle sue minacce di destituzione e di pene canoniche.

Nel mese di novembre il C. raggiunse Costanza insieme con i cardinali Condulmer e Bandelli. Nelle sessioni conciliari egli agì sempre di concerto con il cugino Condulmer: essi sostennero decisamente il partito di Sigismondo, re dei Romani, nella sua opposizione ai cardinali, al punto che nel luglio del 1416 furono esclusi per qualche tempo dalle riunioni del Collegio cardinalizio. Quando si decise di eleggere un nuovo pontefice, dopo la deposizione di Giovanni XXIII, il C. e il Condulmer si batterono perché al conclave partecipassero in parti uguali i rappresentanti delle tre obbedienze e non, come si proponeva da altri, i rappresentanti eletti dalle cinque nazioni. Ancora il 4 nov. 1417 essi tentarono invano di convincere Sigismondo che era arrivato proprio allora a Costanza. Il fatto è che fra i rappresentanti delle nazioni non era stato eletto un solo partigiano di Gregorio XII.

Il trasferimento a Roma di Martino V, eletto a Costanza, fu per il C. l'occasione per ritornare agli affari di Curia. Insieme con i cardinali Alfonso Carrillo e Pierre de Foix fu incaricato il 24 luglio 1419 di istruire il processo contro Braccio da Montone ma un accordo negoziato di lì a poco con i Fiorentini rese inutile questo provvedimento. Alla morte di Braccio, il C. fu nominato (6 ag. 1424) vicario di Perugia, nel cui territorio furono fatte rientrare Todi, Spoleto e altre città già appartenenti alla signoria di Braccio o sottratte a Corrado Trinci (Assisi, Nocera, Spello, Montefalco, Gualdo Cattaneo, e i dintorni di Foligno). In seguito nella sua giurisdizione fu posta anche Città di Castello (8 maggio 1425) di cui il C. riuscì ad impadronirsi solo nel dicembre del 1427.

Nel 1423 il C. partecipò al concilio convocato a Siena da Martino V. Vi giunse nel settembre insieme con il cardinale Carrillo, con il compito di rassicurare i padri conciliari circa la loro autonomia e nello stesso tempo di trattare con i Senesi inquieti per la decisione del concilio di trasferirsi a Basilea. Il C. lasciò Siena il 25 febbr. 1424, ma i Senesi continuarono a raccomandarsi ai suoi buoni uffici fino al momento in cui il papa sciolse il concilio di Siena e istituì, il 12 marzo 1424, una commissione cardinalizia incaricata della riforma della Chiesa e composta dai cardinali Pierre de Foix, Alfonso Carrillo e Antonio Correr.

Durante il pontificato di Martino V il C. godette del favore del papa, come attestano i numerosi benefici che gli furono concessi: nel gennaio del 1418 la commenda dell'abbazia benedettina di S. Lorenzo d'Aversa, che egli conservò fino al marzo del 1424 per cederla al cardinale Brancaccio; nel marzo del 1420 la commenda del monastero basiliano di S. Maria di Terreti nella diocesi di Reggio Calabria, che conservò fino al novembre del 1437; nel maggio del 1420 la commenda dell'abbazia cisterciense di Follina nella diocesi di Ceneda (ora Vittorio Veneto), che conservò fino all'anno 1425; nel dicembre del 1422 la commenda dell'abbazia benedettina di S. Maria in Organis di Verona, che egli sembra avere conservato, con intervalli, fino alla morte; nel giugno del 1424 la commenda dell'abbazia benedettina di S. Procolo di Bologna; nel novembre del 1428 la commenda della chiesa di S. Crisogono di Roma, che era senza titolare e della quale ebbe l'incarico della conservazione nell'aprile del 1429; nel marzo del 1427 la commenda dell'abbazia di S. Cipriano di Murano.

La morte di Martino V e l'elezione di Gabriele Condulmer con il nome di Eugenio IV non ebbero per il C. le felici conseguenze che ci si poteva aspettare. Le prime avvisaglie di un loro dissapore si ebbero nel conclave riunito, nel marzo del 1431, nella chiesa della Minerva in Roma. Il C. protestò perché il cardinale Domenico Capranica era stato escluso con il pretesto che non era stato investito ufficialmente della dignità cardinalizia. L'incidente non ebbe conseguenze immediate, perché il 15 marzo Eugenio IV, che era stato incoronato l'11, nominò il C. alla sede vescovile di Ostia, vacante dalla morte del cardinale de Brogny, e il 4 aprile lo designò come legato per concludere la pace tra i Fiorentini e i Senesi.

Il concilio di Basilea era stato convocato per il 23 luglio 1431. Eugenio IV non tardò a manifestare la sua opposizione e il 18 dicembre pubblicò una bolla (inviata il mese precedente al card. G. Cesarini 9, Basilea) che annunciava lo scioglimento del concilio e ne fissava la ripresa. a Bologna entro diciotto mesi. Il C. figura fra i dieci cardinali che sottoscrissero la bolla: spiegherà più tardi di avere agito così nella convinzione che il legato pontificio, cardinale Cesarini, e i padri conciliari presenti a Basilea vi consentissero. Ma subito dopo prese posizione: nel corso dell'estate del 1432, con il pretesto di andare a respirare aria migliore a Spoleto, abbandonò Roma. I suoi procuratori, Simone Della Valle e il domenicano Giovanni da Ragusa erano già in cammino per Basilea, dove il 4 settembre lessero davanti al concilio una sua lettera di adesione. Il papa, probabilmente al corrente di queste manovre, tentò invano di farlo arrestare a Bologna (30 settembre), ma il C. riuscì a dileguarsi. Raggiunse Padova, quindi Verona: il suo arrivo a Basilea fu annunciato dal re dei Romani, Sigismondo, il 28 novembre, ma una forte indisposizione e forse anche le difficoltà frapposte dai Veneziani impedirono che egli raggiungesse il concilio prima del 2 apr. 1433. Incorporato il 6 nell'Assemblea, il 20 aprile fu nominato penitenziere, per il caso in cui il cardinal legato avesse rifiutato questa carica, cosa che a quanto pare avvenne.

Il C. svolse un certo ruolo nel concilio di Basilea. Come cardinale vescovo presiedette alle funzioni liturgiche più solenni, ma si oppose soprattutto frequentemente ai presidenti nominati dal papa, quando ebbe accettato di riconoscere l'Assemblea. Oltre che di diverse commissioni arbitrali, il C. fu incaricato dal concilio dello studio della riforma del calendario, in considerazione delle sue conoscenze astronomiche (18 giugno 1434) e fece parte della commissione istituita per la riforma dei canonici regolari (9 ag. 1434).

Il 20 sett. 1434 lasciò Basilea con l'intenzione dichiarata di recarsi dal papa; cacciato da Roma, Eugenio IV si era rifugiato a Firenze nel mese di giugno. Non si sa se fra i due cugini ebbe luogo la riconciliazione, ma i loro contrasti furono sicuramente appianati, perché i registri della Camera apostolica attestano che nel novembre del 1435 il C. ricevette la commenda della ricca abbazia camaldolese della Vangadizza, nella diocesi di Adria, tassata per una rendita di mille fiorini.

La partecipazione del C. al concilio di Firenze sembra essere stata di pura forma. Tuttavia è probabilmente al termine della sua lunga esperienza conciliare che egli chiese nel 1441 a Giovanni da Capistrano di comporre il trattato De papae et concilii sive ecclesiae auctoritate (verrà pubblicato a Venezia nel 1580). Nel 1437 il C. aveva già chiesto e ottenuto l'autorizzazione a disporre dei suoi beni per testamento. L'ultimo documento pontificio che testimonia di una iniziativa sua è una bolla del 13 sett. 1440 con la quale Eugenio IV decise che i fondi agricoli della Chiesa di Ostia sarebbero stati tenuti in modo indiviso dal vescovo e dal capitolo che ne dovevano godere la rendita in parti uguali.

Negli ultimi anni di vita il C. si ritirò a Padova nel monastero di S. Giovanni Battista. Qui morì il 19 genn. 1445.

Uomo di vasta cultura umanistica (scrisse vari lavori letterari oggi perduti), lasciò alla sua morte una raccolta di centoventi preziosi codici alla Congregazione di S. Giorgio in Alga, ai cui ideali di carità e di purezza di vita era rimasto fedele sin dagli anni della giovinezza. La sua sensibilità per le correnti più attive della religiosità contemporanea è testimoniata, inoltre, dai vincoli di amicizia che lo legarono a s. Giovanni da Capistrano, a s. Antonino da Firenze e a s. Bernardino da Siena.

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