FERRERI, Antonio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 46 (1996)

di Raffaella Cascioli

FERRERI, Antonio. - Nacque a Savona verso la metà del XV secolo da una famiglia di bassa estrazione sociale. Poco si conosce della gioventù del F., finché non divenne domestico e scudiero del cardinale Girolamo Basso Della Rovere, appartenente ad una delle più nobili famiglie liguri. Dopo qualche anno ottenne la protezione del cugino di questo, il cardinale Giuliano Della Rovere. Forse per l'interesse e l'intervento del suo protettore, che, secondo l'uso del tempo, gli diede il proprio cognome accogliendolo tra i suoi familiari, il F. fu avviato alla carriera ecclesiastica. Dai registri apostolici di Perugia e dell'Umbria (cfr. L. Fumi) risulta che tra il 1472 ed il 1476 fu tesoriere un "Antonio Della Rovere savonese", che potrebbe essere identificato con il Ferreri. Successivamente il F. raggiunse il Della Rovere a Roma, ma non è in alcun modo provato che nel 1492 lo seguisse in Francia, dove il cardinale si era rifugiato in seguito all'elezione di papa Alessandro VI, suo rivale.

Tornato in Italia nel 1503 e divenuto papa col nome di Giulio II, il Della Rovere nominò il F. suo maggiordomo. A partire dal dicembre 1504, il F. assunse anche l'ufficio di maestro e soprintendente del palazzo apostolico. La successiva carriera del F. fu tra le più rapide e brillanti tanto da suscitare invidie ed ostilità tra molti cardinali. Eletto vescovo di Noli l'8 genn. 1504, il F., allora già protonotario apostolico, il 13 agosto dello stesso anno sostituì Francesco Della Rovere nella diocesi di Gubbio. A partire dal 1505 Giulio II si servì di lui per ristabilire ed estendere il potere temporale del Papato. Nel gennaio 1505 il F. fu inviato in qualità di commissario apostolico ad Orvieto, dove il papa temeva che Giampaolo Baglioni cospirasse per sottrarre la città all'autorità Pontificia e consegnarla a Bartolomeo d'Alviano.

Per sincerarsi della fondatezza di questi sospetti, il F. raggiunse in gran segreto la rocca di Orvieto l'8 genn. 1505. Le fonti divergono sui risultati dell'inchiesta, sostenendo o negando che il Baglioni risultasse implicato nella congiura della quale il F. accusò il vescovo di Orvieto, Bernardino Della Rovere. Comunque quest'ultimo fu imprigionato e giustiziato insieme ad altri quindici cittadini.

Nominato da Giulio II prefetto del palazzo apostolico, il F. fu creato cardinale con il titolo di S. Vitale il 1º dic. 1505, nonostante che in molti si fossero opposti apertamente, accusandolo di ignoranza e di doppiezza. Da questo stesso mese il F. amministrò l'ufficio della Dataria; il 30 marzo 1506 aggiunse alle sue cariche il vescovato di Perugia, in seguito alla morte di Troilo Baglioni, ed il 4 aprile fu nominato legato della città e dell'Umbria.

Nel breve periodo in cui si trattenne a Perugia, il F. ebbe modo di farsi apprezzare per la sua condotta prudente ed esegui gli ordini del papa preparando il terreno alla restaurazione del potere pontificio. Richiamato ben presto da Giulio II il F. partì da Perugia lasciando in qualità di vicelegato il genovese Lorenzo Fieschi, vescovo di Brugnato. Il 5 settembre giunse ad Orvieto insieme coi duca d'Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, per incontrare il papa che, deciso a sottomettere Perugia e Bologna, era partito da Roma il 26 agosto con un'armata che contava solo 400 lance.

La condotta del papa fu influenzata dalle argomentazioni moderate del F. e del duca d'Urbino, i quali avevano convinto il Baglioni a sottomettersi a Giulio II e indussero quest'ultimo ad una pacifica annessione della città di Perugia agli Stati pontifici. I Perugini dimostrarono la loro gratitudine per questa mediazione dei F. inviando ad Orvieto tre ambasciatori per ringraziare il papa di averlo scelto come legato e perché ne riconfermasse la nomina. L'8 sett. 1506 il F., il duca d'Urbino e lo stesso Baglioni ritornarono a Perugia per preparare l'entrata di Giulio II, che avvenne il 13 settembre.

Dopo aver ricevuto dal papa un'ingente somma di denaro per l'amministrazione di Perugia, il F. si affrettò a raggiungere Gubbio dove il 22 settembre accolse Giulio II. Il F. ottenne poi che il papa revocasse l'ordine del vicelegato Fieschi, il quale per impedire gli intrighi delle fazioni contro il dominio pontificio, aveva disposto che venissero distrutte le roccaforti di Perugia. I Perugini per gratitudine onorarono il F. della cittadinanza ed egli riassunse il governo della città fino al 1º febbr. 1507 quando fu sostituito da Leonardo Della Rovere e inviato a Bologna, insieme col legato Galeotto Franciotto Della Rovere, per indurre alla sottomissione Giovanni Bentivoglio. Uscito il Bentivoglio da Bologna e ridotta la città all'obbedienza, il 19 febbr. 1507 Giulio II ne conferì la legazione al F., con ampi poteri di governo, non limitati dal Senato dei quaranta di nuova istituzione.

Aderendo alle disposizioni pontificie, il F. contrastò in ogni modo gli esponenti del partito dei Bentivoglio, simpatizzanti per i Francesi, facendoli bandire da Bologna e comminando numerose condanne a morte. Dopo aver scoperto una congiura ordita da M. Fantuzzi, B. Ranuzzi e C. Caprara che intendevano aprire le porte della città ai figli di Giovanni (II), il F. rafforzò, col consenso del Senato, le difese di Bologna ed il 27 febbraio minacciò la scomunica a chiunque avesse avuto ancora contatti con i precedenti signori. I pochi mesi della sua legazione registrarono l'arrivo della peste, il fallito tentativo da parte di Annibale ed Ermete Bentivoglio di entrare in Bologna ed infine la temuta riconciliazione di Giovanni Bentivoglio con il re di Francia. Il F. represse con brutalità ogni cospirazione ed il 3 maggio consentì ad E. Marescotti e C. Gozzadini di appiccare il fuoco al palazzo dei Bentivoglio. Per un mese il popolo saccheggiò e rase al suolo il palazzo. A questo atto di vandalismo, per cui perirono da sessanta a duecento persone, non fu estraneo il papa che ratificò la decisione del F., volendo così suggellare la disfatta dei Bentivoglio.

Sedate le opposizioni interne con la forca e sicuro ormai dell'appoggio di Giulio II, il F. iniziò ad abusare dei propri poteri, spingendosi sino a vendere dispense e benefici per circa 30.000 ducati. Il Senato inviò allora a Roma Alberto Albergati per protestare presso il pontefice. Sospettato di congiurare con il card. G. d'Amboise contro il papa, il F. fu richiamato a Roma da Giulio II e nella legazione di Bologna gli successe il 19 maggio 1508 il cardinale Francesco Alidosi. Giunto a Roma il 9 ag. 1507, il F. non fu ricevuto dal Papa e l'11 fu imprigionato in Castel Sant'Angelo, dove si ammalò. Inutilmente il prestigioso agostiniano Egidio da Viterbo, su preghiera dello stesso F., cercò di intervenire presso il pontifice in suo favore. Il 27 ag. 1507 il F. fu processato dal tribunale ecclesiastico, costretto a pagare 20.000 scudi e trasferito il 26 ott. 1507 nel convento di S. Onofrio sul Gianicolo, dove mori, probabilmente avvelenato, nella notte tra il 22 ed il 23 luglio 1508.

Per volere di Giulio II, fu sepolto di notte nella chiesa di S. Agostino senza alcuna cerimonia funebre.

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