antropologia

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antropologia Scienza dell’uomo, considerato sia come soggetto o individuo, sia in aggregati, comunità, situazioni.

1. A. fisica

Ramo delle scienze biologiche che studia l’umanità dal punto di vista naturalistico, cioè in quanto costituente un particolare gruppo zoologico, sulla scorta di caratteri morfologici e fisiologici. Sganciandosi dall’a. di matrice umanistica, l’a. fisica nacque come disciplina autonoma nella seconda metà dell’Ottocento, quando vennero messe a punto tecniche e metodologie adatte per affrontare oggettivamente lo studio della diversità fisica dell’uomo nel tempo e nello spazio: l’a. diventò sinonimo di storia naturale dell’uomo. 

Alla fine del 18° sec. J.F. Blumenbach cominciò a studiare sistematicamente le variazioni fisiche (‘varietà’) dell’uomo partendo dall’osservazione ‘a occhio’ della forma del cranio. L’esigenza di quantificare il dato di osservazione portò A. Retzius (1842) a misurare lunghezza e larghezza della testa per trarne un rapporto, l’indice cefalico. Con la messa a punto di un ricco strumentario antropometrico (in parte ancora utilizzato) grazie all’opera di P.-P. Broca, fondatore a Parigi della prima scuola di a. (1876), si passò alla misurazione delle dimensioni assolute lineari e angolari del corpo nel suo insieme e nelle sue varie parti utilizzando punti di riferimento anatomici (punti antropometrici): furono le basi per sviluppare un settore autonomo dell’a. fisica, l’antropometria, basandosi sul concetto di ‘uomo medio’ introdotto da L.-A.-J. Quételet (1870). La scoperta della calotta cranica di Neandertal (1856) rappresentò il punto di avvio di un settore specifico che avrebbe assunto straordinario sviluppo, la paleoantropologia (o paleontologia umana), che trovò sostegno nella teoria dell’evoluzione le cui basi furono esposte nel 1859 da C. Darwin. Nel 1900 G. Sergi, il fondatore della scuola romana di a. fisica, secondo la moda del suo tempo di classificare l’uomo in razze, scrisse un saggio sulla sistematica antropologica. Nello stesso anno con la ‘riscoperta’ delle leggi di Mendel si cominciò a far luce sul meccanismo dell’eredità dei caratteri biologici e nel 1913 K. Landsteiner mise in evidenza che nell’uomo, oltre i caratteri morfologici esterni, anche caratteri interni quali i cosiddetti caratteri ematologi variano nei diversi gruppi umani. Su questa base W.C. Boyd (1950) utilizzò i gruppi sanguigni per classificare l’uomo in razze (classificazioni sierologiche). 

Negli anni 1940 la teoria darwiniana fu riformulata in chiave statistico-matematica e nella seconda metà del secolo sistemi di verifica sempre più attendibili, grazie alla messa a punto di tecniche di laboratorio e metodologie statistiche raffinate, hanno aperto un nuovo campo d’indagine sulla variabilità dell’uomo, consentendo di approfondire e in alcuni casi di chiarire determinati punti, con la conseguenza che certe posizioni assunte in passato dagli antropologi, in particolare per quanto riguarda la ‘tipologia razziale’, sono state criticamente riviste. Questo processo di rinnovamento ha richiesto in primo luogo l’apporto della biologia molecolare e della genetica che, con i loro modelli evolutivi, hanno permesso di superare la fase puramente descrittiva dell’a. fisica tradizionale. Sempre più l’interesse della disciplina si è spostato al livello delle molecole proteiche, che, essendo diretta espressione dei geni, sono obiettivamente più affidabili per un’interpretazione dei meccanismi evolutivi. L’estensione di questo tipo di indagini al livello degli acidi nucleici (DNA nucleare e mitocondriale) ha fornito prove decisive su aspetti fondamentali dell’evoluzione dell’uomo. 

1.1 Applicazionialla filogenesi. - Sebbene storicamente le prime ricerche comparate di tipo non morfologico sui Primati risalgano agli inizi del Novecento, è solo negli ultimi anni del secolo che gli studi in tale direzione si sono tanto sviluppati da costituire il corpo dell’a. molecolare. Oltre che su base paleontologica (confronto morfometrico e datazione di forme fossili), lo studio della filogenesi dei Primati è affrontato su base neontologica, confrontando cioè il grado di somiglianza (omologia) tra le molecole di singole proteine e di DNA in specie diverse di Primati. Le differenze, prodottesi per mutazioni geniche, sono il punto di partenza per misurare le distanze genetiche tra le specie; esse vengono trasformate con sufficiente precisione in ipotesi informative sul tempo di divergenza evolutiva delle specie stesse, se si ammette che le molecole mutano con ritmo evolutivo costante. In questo caso, il numero delle differenze accumulate indica da quanto tempo le specie si sono separate, differenziandosi dall’antenato comune. Le molecole vengono così a fungere da segnatempo evolutivo (orologio molecolare). Sebbene si discuta sul valore universale dell’orologio molecolare, questa ipotesi è largamente applicata per costruire alberi filogenetici. 

Per quanto riguarda la filogenesi degli Ominoidei (fig. 1), cioè del gruppo che riunisce l’uomo e le scimmie antropomorfe, la linea dei gibboni asiatici rappresenterebbe l’evento evolutivo più antico (12 milioni di anni); l’orango, anch’esso asiatico e già morfologicamente considerato in un’unica famiglia insieme alle due specie di scimpanzé e gorilla africani, è oggi filogeneticamente ricollegato ai ramapiteci, gruppo di Primati del Miocene (14-8 milioni di anni), che prima degli anni 1980 era invece ritenuto la base della linea evolutiva umana. I dati molecolari hanno inoltre evidenziato che l’orango si è separato dall’antenato comune 10 milioni di anni fa, mentre la linea uomo-gorilla-scimpanzé, separatasi tra 7 e 5 milioni di anni fa, rientra nella stessa famiglia (➔ Ominidi). Sono da definire le date di separazione all’interno della linea uomo-gorilla-scimpanzé (➔ sistematica); solo nel caso dell’uomo la stima molecolare trova conferma paleontologica nella comparsa intorno a 6 milioni di anni fa della linea evolutiva umana (Orrorin tugenensis). 

Per quanto riguarda la comparsa dell’umanità attuale (Homo sapiens), la distanza genetica tra popolazioni africane e non africane, stabilita utilizzando il DNA mitocondriale, e la datazione assoluta di materiale paleoantropologico (termoluminescenza, ESR) permettono di stabilire con ragionevole attendibilità che i moderni appartenenti alla specie Homo sapiens sono comparsi in Africa sudorientale tra 200.000 e 100.000 anni fa e di ipotizzare che abbiano raggiunto l’Europa e l’Asia per successiva migrazione, sostituendosi ai neandertaliani intorno a 35.000 anni fa (fig. 2). 

1.2 Applicazioni allo studio della variabilità intraspecificaEssenziale è stato l’apporto dell’a. molecolare all’analisi della variabilità biologica dell’uomo. Il cambiamento radicale nel modo di affrontare questo tema centrale dell’a. fisica ha comportato, in primo luogo, un processo di rinnovamento culturale con l’affermarsi del concetto di popolazione sul dogma della ‘tipologia razziale’. L’innegabile ed evolutivamente efficace variabilità biologica dell’uomo è oggi riconsiderata sulla base della variabilità individuale. 

Nella concezione tipologica in auge fino a tempi anche recenti (a. sistematica), invece, gli individui, esistendo solo in funzione del tipo, erano classificati razzialmente sulla base dei loro caratteri fisici ‘tipici’, assumendo così la razza il ruolo di una categoria sistematica discreta, naturalmente e aprioristicamente definita. Sicché la rassomiglianza tra razze non poteva che essere frutto di mescolanza. Questa visione essenzialista e fissista ha permeato l’a. fisica anche quando le indagini sui caratteri fisici (che, variando in modo continuo per l’effetto additivo di più geni in combinazione con pressioni ambientali, ammettono categorie necessariamente arbitrarie in funzione dei limiti che si pone l’osservatore) sono state estese ai caratteri a esclusiva componente genetica. Questi, espressione di un unico gene che però può manifestarsi nei diversi individui in forme allelicamente diverse (polimorfismo genetico: polimorfismo), variano in modo discontinuo, ammettendo tante categorie quante sono le diverse forme in cui si manifesta il gene. 

L’introduzione dei sistemi polimorfici di gruppo sanguigno (si appartiene a una categoria o a un’altra delle possibili) sembrò così ovviare all’inconveniente della soggettività; tali variabili furono considerate pertanto ottimali per classificare l’umanità in razze. Tuttavia, la progressiva identificazione di centinaia di polimorfismi ha reso sempre più evidente l’inesistenza di quadri tipici di variabilità razziale. Più del 90% della variabilità genetica è infatti indipendente dalla razza: utilizzando la classificazione tripartita tradizionale, la probabilità che un individuo bianco sia geneticamente più simile a un altro bianco piuttosto che a un nero o a un giallo è molto bassa. Una riprova è che gli alberi filogenetici costruiti utilizzando set differenti di polimorfismi non concordano né tra loro né con quelli costruiti su base morfologica, come ci si sarebbe aspettati ammettendo la realtà di ‘tipi razziali’. 

Pertanto, più largo impiego trovano nell’a. evoluzionistica le mappe geografiche di distribuzione di variabili biologiche, considerate singolarmente (analisi univariata) o in combinazione multipla (analisi multivariata). Mappe geografiche costruite applicando l’analisi delle componenti principali, l’analisi delle corrispondenze e la trend-surface analysis (stima della distribuzione di caratteri in un’area) sono disponibili per valutare in termini evoluzionistici la variabilità di caratteri antropometrici e dei dermatoglifi (figure irreversibili delle creste cutanee presenti sul polpastrello delle dita e sulle superfici palmare e plantare). La statura, il peso, il rapporto volume/superficie corporea (indice ponderale), la proporzione degli arti, la pigmentazione cutanea, la forma del naso (indice nasale), della faccia (indice facciale) e della testa (indice cefalico) risultano correlati con la latitudine e con gli elementi climatici, mentre la distribuzione del numero totale delle creste digitali risulta piuttosto soggetta a una variazione continua secondo un orientamento est-ovest. La costruzione di mappe sintetiche, combinando frequenze geniche, dati linguistici, dati archeologici e applicando modelli matematici molto complessi, ha introdotto una metodologia di studio molto produttiva, fornendo preziose informazioni sulle vicende del popolamento in tempi preistorici e protostorici delle diverse regioni della Terra. 

La variabilità intrapopolazione è un altro tema centrale che l’a. fisica affronta sfruttando in larga misura/">misura le frequenze geniche considerate in rapporto a parametri demografici (dimensione della popolazione, composizione della popolazione, matrice di migrazione, consanguineità), al fine di analizzare la struttura della popolazione e ricostruire la sua storia biologica anche in rapporto a fenomeni casuali (deriva genetica, cioè il cambiamento casuale delle frequenze di un dato allele all’interno di una popolazione).

2. A. criminale

Scienza che si propone lo studio dei particolari caratteri somatici e psicofisici del delinquente. Connessa ai metodi positivisti e naturalistici dell’a. fisica classica, mira a interpretare il comportamento antisociale delinquenziale come conseguenza di condizioni biologiche antropologicamente rilevabili e offre criteri di distinzione dei vari tipi di criminali. L’a. criminale sorse in Italia, a fine Ottocento, col fiorire della scuola positiva a opera di C. Lombroso, che ne è considerato il fondatore. In seguito, nuove teorie, tendenti di volta in volta ad approfondire gli aspetti costituzionalistici, caratterologici, endocrinologici, tipologici ecc., hanno apportato nuovi contributi alla primitiva scienza positiva antropologica, intesa sempre come storia biologica dell’uomo delinquente. Successive teorizzazioni hanno ristretto il concetto dei tipi specifici dei delinquenti e hanno dato rilievo ai caratteri delinquenziali considerati come sintomi indiziari dell’anormale o antisociale condotta umana. 

Le impostazioni lombrosiane sono state aspramente combattute in relazione alle deduzioni che sembrano astrarre dall’intrinseca responsabilità dell’uomo. Il principio biologico della condotta umana, come concetto puramente scientifico, difficilmente si concilia con la tradizionale concezione della libera volontà e perciò con la pregiudiziale responsabilità morale e con le basi stesse del diritto. L’altra accusa rivolta contro l’a. criminale riguarda la presunzione della pericolosità di un soggetto attraverso i suoi caratteri somatici prima che abbia commesso un reato, per prendere eventuali provvedimenti. 

Nonostante i limiti della disciplina, le cui indagini risultano oggi in gran parte destituite di valore scientifico, l’a. criminale – divenuta nel tempo parte integrante della criminologia –, ha avuto il merito, promuovendo lo studio dell’uomo delinquente, di porre il problema della prevenzione della delinquenza e del trattamento individualizzato del reo in base alla sua personalità, mettendo così l’accento sugli obiettivi di difesa sociale e di rieducazione.

3. A. culturale

Branca delle scienze umane o antropologiche che studia l’essere umano inserito in contesti socio-culturali specifici, sviluppatasi nella seconda metà dell’Ottocento a cominciare dagli Stati Uniti, da cui proviene la denominazione. Negli Stati Uniti lo sviluppo dell’a. culturale fu stimolato dall’esigenza pragmatico-politica di conoscere il mondo di idee, i sistemi di vita, la cultura dei gruppi etnici nativi, con i quali la popolazione bianca si trovava a dividere il territorio nazionale. Parallelamente in Gran Bretagna, verso il 1870, si ponevano le basi della cosiddetta a. sociale, pur essa stimolata, nel suo nascere e nei primi sviluppi, dal bisogno di approfondire la conoscenza circa l’organizzazione sociale e la forma di vita comunitaria delle popolazioni dell’impero coloniale, allora alla sua massima espansione. 

Benché le denominazioni tendano ampiamente a sovrapporsi, l’a. sociale britannica si distingue per la tendenza a studiare e interpretare i fenomeni culturali in stretta connessione con e in dipendenza dalle strutture sociali dei singoli gruppi etnici, mentre l’a. culturale statunitense, nella sua fase classica, tende a studiare la cultura come categoria universale, autonoma e indipendente, con una minore attenzione nei confronti dei condizionamenti delle strutture economiche e sociali. In Francia, pur riconoscendo certe partizioni concettuali tra vari settori delle scienze antropologiche, si è pervenuti a usare preferibilmente la denominazione generica di a. per indicare globalmente lo studio dell’uomo nel suo contesto culturale, sociale e – secondo certuni (C. Lévi-Strauss) – più ampiamente in senso filosofico-speculativo, per indicare lo studio e l’analisi dei tratti che distinguono il momento umano logico-simbolico, creatore-detentore di cultura dal momento animale della natura come dato biologico. I primi stimoli allo sviluppo della scienza antropologica francese provennero, sul finire del 19° sec., dalla scuola sociologica, e da esigenze speculative e culturali più che da motivazioni pragmatico-politiche. Soprattutto M. Mauss avvertì il bisogno di ampliare la prospettiva della sociologia durkheimiana avviando i discepoli verso lo studio delle società tradizionali, tribali, allora denominate ‘primitive’. In altri paesi dell’Europa continentale (Austria, Germania, Belgio, Paesi Bassi) le culture ‘primitive’ già formavano oggetto di studio, in senso stretto, dell’etnologia, disciplina che è fin dall’origine, e pur nei suoi ulteriori sviluppi, strettamente connessa con le altre branche dell’antropologia. 

Orientamenti e presupposti metodologici vari contraddistinguono non solo le discipline antropologiche l’una dall’altra, e quelle originariamente legate a certe scuole nazionali, ma anche gli indirizzi perseguiti, entro le singole nazioni, da capiscuola e autori diversi. L’intreccio e le influenze fra certi metodi e presupposti scientifici hanno scavalcato le divisioni territoriali e nazionali. Questo è stato possibile grazie ai più intensi rapporti culturali tra i vari paesi, alla crescente diffusione e circolazione delle idee, al rapido processo di omogeneizzazione delle strutture e della cultura conseguente alla espansione della civiltà industriale, all’esigenza di affrontare problemi comuni e di applicare criteri e prospettive condivisi, nel mondo scientifico, da cerchie internazionali di cultori e di ricercatori. La scuola sociologica francese di Durkheim influenzò largamente il fondatore del funzionalismo inglese B. Malinowski, e questo fornì materia alle tesi di Mauss nel primo scorcio del sec. 20°. Dopo gli anni 1950, lo strutturalismo di C. Lévi-Strauss ha fatto sentire la sua influenza in Gran Bretagna (V. Turner) e in Belgio (L. De Heusch). Reciprocamente, l’a. sociale britannica di E. Evans-Pritchard, G. Middleton, J. Beattie, M. Gluckman, con le sue aperture a prospettive dinamiste e storiche, ha trovato ampi consensi in autori francesi quali G. Balandier, P. Mercier, A. Métraux, R. Bastide, che appartengono all’indirizzo dinamista. I rapporti e i raccordi ideologici tra vari studiosi, al di là delle frontiere nazionali e continentali, si sono progressivamente intensificati. Ne è un esempio l’influenza del pensiero marxista su antropologi francesi quali M. Godelier e C. Meillassoux, su altri statunitensi come M. Harris e, più o meno sensibilmente, su antropologi inglesi quali R. Firth, Gluckman, P. Worsley. La scienza antropologica si è venuta sempre più configurando dunque come un magma composito, di tendenze e orientamenti svariati ma necessariamente intercomunicanti, in rapporto con gli sviluppi generali del pensiero scientifico, della speculazione epistemologica e delle metodologie di ricerca. 

3.1 Il concetto di cultura e i criteri metodologiciAl di là di ogni distinzione di metodi e di prospettive, un fondamento comune delle varie discipline antropologiche nei vari indirizzi è fin dall’origine, e permane tuttora, lo studio della cultura, che è carattere essenziale sia dell’a. culturale statunitense, sia dell’a. sociale britannica, sia dell’etnologia nei paesi dell’Europa continentale, sia infine dell’a. come scienza globale dell’uomo. Il concetto di cultura elaborato dalla scienza antropologica si diversifica nettamente dalla nozione tradizionale di cultura come somma di cognizioni e di esperienze personali del singolo individuo: secondo la classica definizione proposta da E.B. Tylor nel 1871 in Primitive Culture: «la cultura, o civiltà intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società»; la cultura quindi è la manifestazione e il prodotto di un’intera società o di un intero gruppo sociale o etnico, e comprende tutte le istituzioni, le idee, gli oggetti materiali, i comportamenti e i valori elaborati da ogni società o gruppo umano. 

A seconda del posto in cui la cultura venga collocata e vista rispetto all’ambiente, alle vicende esterne e interne d’ogni società, alla totalità delle esperienze collettive vissute, si distinguono vari approcci metodologici nello studio antropologico. La scuola americana successiva a F. Boas – il primo studioso che negli Stati Uniti affrontò unitariamente e con rigore scientifico i diversi aspetti della scienza antropologica – ha indagato le culture come fossero entità autonome, che hanno in sé stesse la propria ragion d’essere e di modificarsi (A. Kroeber, L. White, M. Herskovits e altri); la discussione circa la natura della cultura ha dato luogo a una ‘scienza della cultura’ (o culturologia) che presumeva di costituirsi come disciplina autonoma (Kroeber, White). Secondo Kroeber, il mondo reale include tre distinti livelli: quello inorganico o biologico, quello organico o psichico, quello superorganico o culturale. La cultura, come espressione del ‘superorganico’, seguirebbe leggi proprie e autonome, che incidono in modo determinante sulle strutture ideologiche e psichiche dell’individuo. Gli antropologi sociali inglesi della scuola struttural-funzionalista (R. Radcliffe-Brown) hanno indagato i rapporti che le singole manifestazioni culturali hanno, esplicitamente o implicitamente, con le relative strutture sociali. Gli autori d’indirizzo marxista hanno considerato i fatti culturali come sovrastrutture interpretabili nel loro rapporto dialettico con le strutture economiche, ossia con i rispettivi modi di produzione delle singole società e nella loro evoluzione storica. 

Differenze di taglio metodologico si hanno anche fra studi che concernono l’analisi di singole culture locali o di singoli aspetti d’una data cultura (approccio idiografico), e studi condotti in una prospettiva comparativista, che guarda a differenti culture nelle loro analogie e differenze, per giungere in certi casi a generalizzazioni (approccio nomotetico). Vi è un tipo di analisi sincronica riguardante le condizioni di una cultura locale nel momento preciso dell’indagine sul campo (scuola funzionalista classica) e un tipo di analisi diacronica che riguarda l’insieme dei mutamenti presentati da una cultura nel tempo storico. La prospettiva diacronica, emersa soprattutto nell’indirizzo dinamista francese e nell’indirizzo storico dell’a. sociale, è ampiamente utilizzata nella gran parte delle prospettive di studio antropologico. Nella generalità dei casi è considerato requisito essenziale e specifico dell’a. culturale l’esperienza di ricerche concrete sul campo. 

Gli antropologi si sono in parte allontanati dalla ‘ragione etnografica’, optando per prospettive di analisi incentrate sull’apertura di ogni società umana verso l’esterno, fino a indagare come localmente vengono percepiti e vissuti i flussi globali o come globalmente vengono definite (per es. attraverso la rete web, le diaspore o semplicemente le migrazioni) le identità locali. Autori come U. Hannerz, A. Appadurai e J.-L. Amselle si sono quindi orientati verso etnografie ‘multisituate’ o analisi dei mondi globali contenuti in villaggi locali. In più casi l’antropologo, dopo la ricerca sul campo, passa a teorizzazioni di carattere speculativo e a generalizzazioni. Nessuno dei singoli criteri metodologici suddetti può presumere di esaurire l’intero campo di conoscibilità dei fatti culturali: l’integrazione di varie prospettive è quanto si richiede da una rigorosa e critica a. culturale. 

3.2Principali filoni di studio. - Lo statunitense L.H. Morgan è stato il primo studioso a inserire i dati etnografici in un quadro teorico ampio, seppur segnato dal paradigma evoluzionista ottocentesco. Gli si devono la prima descrizione scientifica di una tribù (League of the Iroquois, 1851) e le prime importanti teorizzazioni dei sistemi di parentela. Tuttavia, nei primi decenni del Novecento, a opera di F. Boas, che rivendicò alla cultura, come anche alla lingua, un’autonomia rispetto ai fattori etnici della razza, l’a. culturale statunitense si sviluppò in chiaro contrasto con il paradigma evoluzionista imperante; con Boas, il cui insegnamento avrebbe influenzato due generazioni di antropologi americani, nacque un’a. culturale strettamente congiunta con l’etnologia, come mostrano le sue iniziative di ricerca sul campo. 

Tra i suoi allievi gli indirizzi di studio si moltiplicarono e diversificarono. R. Benedict affrontò lo studio dei modelli culturali identificabili attraverso caratterizzazioni psicologiche specifiche che contraddistinguono una cultura da un’altra. Da questa scuola presero avvio studi intorno ai cosiddetti ‘caratteri nazionali’ con criteri che sconfinarono nell’empirismo ascientifico e che trascurano le componenti storico-culturali poste alla radice delle attitudini collettive. La scuola di ‘cultura e personalità’, si affermò sul fondamento di un principio già indicato da Boas, quello del potere condizionante esercitato dalla cultura sulla psiche individuale. I cultori di questo indirizzo (R. Linton, A. Kardiner, C. Dubois) si proposero di identificare i modi nei quali ciascuna cultura modella certi tipi di ‘personalità di base’; quale importanza hanno le variazioni individuali in rapporto ai tipi ritenuti, in seno alla società, ‘normali’; in quali modi si attua il processo di socializzazione dell’individuo; come si configura il genere e lo sviluppo socio-culturale nell’infanzia (M. Mead). 

Dagli anni 1930 presero avvio gli studi riguardanti il fenomeno dell’‘acculturazione’, ossia dei mutamenti conseguenti al contatto culturale fra le società native e i portatori della cultura industriale dell’Occidente (R. Redfield, R. Linton, M. Herskovits), che rinnovarono il clima determinato dalla scuola diffusionista (➔ diffusionismo) di C. Wissler e A. Kroeber, prevalente fino a quel periodo negli Stati Uniti. Il fuoco degli interessi si spostò dai problemi che riguardano le lontane e più o meno congetturali ‘origini’ e il passato delle varie culture native a quelli delle loro trasformazioni recenti e contemporanee, fino a orientarsi a indagare lo studio dei contatti culturali nel quadro di ricostruzioni storiche precise e dei rapporti di forza globali. Verso la metà del Novecento, un importante indirizzo di studio dell’a. statunitense ha permesso di rivedere l’evoluzionismo in chiave multilineare (J. Steward) e, più in generale, di recuperare il pensiero di Marx per formulazioni generalizzanti (L. White, M. Harris). 

Anche in Inghilterra, nonostante gli esordi evoluzionistici di Tylor e J.G. Frazer, la nascita dell’a. culturale moderna si deve al rifiuto della prospettiva di uno sviluppo unilineare dell’umanità. Mentre Boas segnò la rottura negli Stati Uniti, B. Malinowski riformulò la disciplina in Gran Bretagna: Argonauts of the Western Pacific (1922) è considerato un testo fondamentale dell’a. culturale del Novecento sia per la metodologia utilizzata (l’osservazione partecipante), sia per la formulazione del nascente funzionalismo britannico, secondo il quale una singola istituzione indigena (nel caso specifico, lo scambio cerimoniale denominato kula presso gli abitanti delle Trobriand, in Melanesia) è funzionale al mantenimento del tutto. Sulla scia del contributo di Malinowski e con l’apporto della sociologia francese di Durkheim, fu A.R. Radcliffe-Brown a dominare la scena teorica britannica tra gli anni 1940 e gli anni 1960. Nello stesso periodo, le ricerche antropologiche in Africa si arricchirono per il contributo dei suoi allievi M. Fortes ed E. Evans-Pritchard. Con la Scuola di Manchester, il metodo struttural-funzionalista di Radcliffe-Brown iniziò a essere ripensato (M. Gluckman, V. Turner) attraverso una maggiore attenzione per il conflitto, le strategie individuali e le dinamiche processuali interne alla società; un’importante critica all’equilibrio strutturale fu formulata da E. Leach, mentre il suo allievo F. Barth ha offerto un contributo fondamentale alla ridefinizione dell’etnicità in chiave situazionale e relazionale, contro l’idea fissista e sostantivista dell’identità etnica. 

Negli sviluppi della scienza antropologica francese ha avuto larga parte il contributo successivo ai lavori di M. Mauss, dai cui insegnamenti derivano, per vie diverse, vari indirizzi. Uno è dato dalla scuola africanistica di M. Griaule, la cui opera fu proseguita da G. Dieterlen. A parte si sviluppò la scuola dinamista (Balandier, Mercier, Métraux, Bastide), che accentuò lo studio dei processi di trasformazione culturale, aggiungendo, ove possibile, l’indagine diacronica a quella sincronica, mediante l’uso di fonti storiche, mitologiche, archeologiche ecc. Particolare rilievo venne ad assumere, dagli anni 1940, l’opera di Lévi-Strauss, fondatore dello strutturalismo, che ha formulato una teoria generale concernente le strutture logiche e simboliche preposte alla cultura, nella sua contrapposizione e nel suo insorgere rispetto alla natura e ipotesi interpretative oltremodo suggestive a certi grandi problemi, propri della scienza antropologica, come quelli che riguardano il tabù universale dell’incesto e il totemismo. Un originale tentativo di reinterpretare i fatti culturali entro una prospettiva che combina istanze marxiste e strutturaliste, è stato operato da Godelier e Meillassoux, che hanno perseguito studi di a. economica. 

Gli sviluppi dell’a. culturale sono strettamente congiunti, nella teoria e nella ricerca sul campo, con la crescita di altre discipline, innanzitutto dell’etnologia. In Italia, si svilupparono dapprima gli studi etnologici, con l’insegnamento di W. Schmidt all’Università Pontificia di Roma e attraverso figure di africanisti e linguisti come C. Conti-Rossini ed E. Cerulli; successivamente, su un piano autonomo e originale un nuovo filone di ricerca antropologica fu aperto da E. De Martino con le sue ricerche sul campo intorno alla cultura e al folclore religioso del Meridione d’Italia, mentre in ambienti filosofici anticrociani iniziarono a filtrare i lavori di É. Durkheim e L. Lévy-Bruhl. Il lavoro etnologico di De Martino (legato all’insegnamento di B. Croce e A. Omodeo) segue un impianto storicistico e insieme si apre a istanze marxiane, mediate dall’opera di A. Gramsci. Ricerche sulla cultura nelle classi subalterne, specialmente contadine, si sono quindi sviluppate a opera di studiosi comeA.M. Cirese e A. Di Nola. Differenti tradizioni di studi si sono rifatti ai filoni principali dell’antropologia internazionale: T. Tentori si è orientato verso l’a. culturale statunitense, contribuendo alla diffusione in Italia degli autori classici d’oltreoceano; V. Grottanelli, a partire dalla sua partecipazione alla spedizione al Lago Tana del 1937, ha inaugurato un filone di ricerca africanistica che ha visto in B. Bernardi – dapprima vicino alla scuola diffusionista di Schmidt e poi all’antropologia britannica – una figura di spicco. Un ulteriore indirizzo di studi antropologici si è orientato verso problemi legati a interessi storici e culturali comuni al mondo europeo contemporaneo (V. Lanternari). 

3.3 Sviluppi della scienza antropologica. - Discussioni e revisioni critiche dello statuto epistemologico dell’a. culturale hanno portato a una chiarezza di finalità scientifiche, nella prospettiva di un futuro segnato dai profondi mutamenti culturali della società multietnica. La ricerca diretta sul campo resta lo strumento essenziale dello studio antropologico, sostenuta dall’analisi storico-comparativa delle tendenze dottrinali e dall’insegnamento dei grandi maestri, che costituiscono il patrimonio classico dell’antropologia. Si è smentita così la convinzione di chi aveva preconizzato la fine dell’a. culturale per esaurimento dell’oggetto di studio, identificato con i ‘primitivi’, dati per scomparsi con il passaggio all’indipendenza dei paesi coloniali. L’abbandono dello stesso concetto di primitivo, tipica sopravvivenza evoluzionistica, costituisce al contrario un segno di consolidamento scientifico dell’a. culturale, aperta allo studio di ogni aspetto della condizione umana senza preferenze esotiche: ne è esempio l’a. politica, il cui campo d’indagine sono le istituzioni e i comportamenti politici delle società contemporanee. 

Una critica radicale alle acquisizioni di metodo e di dottrina, in particolare la controversia epistemologica con l’enfatizzazione posta sull’aspetto soggettivo della scrittura dell’antropologo, equiparata all’opera inventiva del romanziere (equazione inizialmente proposta in C.J. Geertz, Works and lives. The anthropologist as author, 1988), ha stimolato un dibattito sulla natura dell’a. culturale, se sia da considerarsi arte o scienza. La risposta positiva che ha prodotto ha avuto effetti chiarificatori. L’antropologo registra dati che osserva con i propri occhi e descrive fatti seguendo il proprio stile, ma il grado personale della sua descrizione e della sua inventiva di interprete e di scrittore può sempre essere sottoposto a verifica. Nel metodo antropologico sono previste le ricerche compiute sia dallo stesso autore sia da un ricercatore successivo. È inoltre prevista la critica storica delle acquisizioni dottrinali ed etnografiche. Identificare un tale metodo con l’invenzione del romanziere equivale a negare l’attendibilità della ricerca antropologica e di conseguenza l’attendibilità epistemologica dello stesso sapere antropologico. Il metodo tradizionale dell’osservazione partecipante è stato, in ogni caso, ripensato sia per gli aspetti che riguardano il comportamento sul campo del ricercatore, sia per il valore delle descrizioni e interpretazioni dei dati raccolti e descritti dal ricercatore. 

3.4 Specializzazioni disciplinari. - Tra i settori disciplinari innovativi che hanno avuto sviluppo a partire dalla fine del Novecento si segnalano: l’a. culturale medica, nata negli Stati Uniti all’indomani della Seconda guerra mondiale sulla base dell’interesse per le pratiche e le credenze relative a malattia e salute in contesti extraoccidentali. Il suo oggetto specifico riguarda il problema igienico, ossia il rapporto tra l’ambiente ecologico e la salute, la concezione della malattia e i sistemi terapeutici (scientifici, alternativi e popolari) e, infine, l’analisi dei programmi sanitari e degli aspetti economici che condizionano la salute della popolazione e dei singoli individui.

L’a. culturale mediterranea è una specializzazione disciplinare di più recente affermazione, il cui carattere scientifico è peraltro oggetto di discussione. Lo studio delle società mediterranee era presente nell’a. sociale britannica dai suoi primordi e per anni, fino all’estensione dell’interesse antropologico per tali comunità ad altre scuole, è rimasto nell’ambito della scuola britannica. J.G. Peristiany (già affermato africanista) e J. Pitt-Rivers, furono i primi, a metà Novecento, a compiere ricerche di a. culturale in paesi mediterranei, con lo scopo di individuare i tratti comuni alle società della regione. 

Anche la. dello sviluppo, meglio definita come a. culturale della cooperazione, ha conquistato autonomia in tempi relativamente recenti. Essa si è andata costituendo a seguito delle esperienze di cooperazione internazionale a favore dei paesi in via di sviluppo che, in particolare a causa della mancata corrispondenza che i progetti proposti presentavano con le reali esigenze delle comunità interessate, hanno indotto agenzie internazionali e paesi donatori a ripensare il concetto stesso di cooperazione, non più inteso come apporto di tecniche avanzate per società tecnicamente arretrate, bensì come partecipazione tra donatori e comunità riceventi, tale da dare agli interventi una misura di effettiva rispondenza alle esigenze delle stesse comunità. Tale premessa ha posto in evidenza il ruolo primario dell’a. culturale, soprattutto in una prospettiva di mediazione basata sulla conoscenza antropologica dei modi di vita e delle concezioni culturali dei protagonisti (donatori e riceventi) per contribuire alla loro intesa e coinvolgere fin dalla fase della programmazione le due parti, in maniera che il risultato non sia effimero ma permanente e che derivi dalla comune comprensione e attività. 

L’a. visuale (o visiva) è una disciplina ispirata alla registrazione etnografica che si avvale di strumenti meccanici ed elettronici. Il suo oggetto di studio sono le rappresentazioni visive culturalmente determinate, le loro percezioni, i modi di comunicare per immagini, l’uso sociale che se ne fa. Il metodo segue i presupposti della ricerca sul campo, registrando le immagini della vita vissuta focalizzate da scelte mirate.

4. A. cognitiva

Disciplina (detta anche etnoscienza/">etnoscienza) nata negli Stati Uniti come sviluppo dell’ambito di studi di linguistica antropologica inaugurato da F. Boas. Influenzato dalle idee di K.W. von Humboldt e sulla base di un’intensa attività di ricerca empirica presso i nativi d’America, Boas sottolineò il nesso fra lingua, pensiero e realtà. E. Sapir e B.-L. Whorf proseguirono lungo il filone aperto dallo studioso e proposero una forma estrema di relatività linguistica, nota come ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua che parliamo modella i nostri pensieri e comportamenti; categorie e distinzioni codificate in un sistema linguistico sono peculiari di quel sistema e non sono commensurabili con quelle di altri sistemi. Gli studi di Boas, Sapir e Whorf furono ripresi, su basi modificate, dopo la Seconda guerra mondiale. Il principio della relatività linguistica, in precedenza postulato indiscutibile, divenne un principio da verificare e, eventualmente, da confutare e, parallelamente al graduale declino del principio della relatività linguistica, si è affermata la tendenza universalista di B. Berlin, influenzata dalle tesi di A.N. Chomsky sull’apprendimento linguistico. I principali sviluppi empirici e teorici dell’a. cognitiva riguardano la percezione, il linguaggio e le funzioni cognitive più elevate. 

4.1 L’indirizzo universalista. - Il campo semantico del colore è stato scelto, fra gli altri, per sottoporre a controllo le tesi del relativismo linguistico: B. Berlin e P. Kay hanno proposto un’ipotesi forte sulla visione del colore, in cui dato biologico e dato culturale sono entrambi tenuti in considerazione (Basic color terms, 1969). Gli autori dimostrano che tratti universali del sistema percettivo umano impongono dei limiti ai sistemi terminologici di colore delle lingue in tutto il mondo, tali che dal numero teoricamente molto ampio di possibili configurazioni si arriva a un numero molto basso e prevedibile. 

Le categorie linguistiche sono lo strumento per avere accesso alle categorie culturali. Alla base dell’a. cognitiva c’è l’idea della cultura come fatto mentale: la cultura di una società consiste di tutto ciò che un individuo deve sapere o credere per comportarsi in un modo corretto e accettabile dai membri della società stessa (W.H. Goodenough). Ne consegue che l’etnoscienziato deve prendere l’avvio dalla raccolta di tutte le parole che appartengono a un determinato dominio semantico (per es., quello della parentela, o dei colori o del mondo vegetale). Si ottiene così una classificazione popolare (folk classification). Quindi, secondo le procedure dell’analisi componenziale, che consiste nello scomporre le parole nei loro elementi semantici e nel mettere in luce le relazioni di opposizione esistenti tra gli elementi, si chiariscono le modalità di organizzazione del campo in questione, costruendone un modello che dovrebbe corrispondere a una sorta di mappa mentale dei parlanti. L’analisi componenziale presenta tuttavia i limiti del mentalismo: impossibilità di verifica, estrema complessità, oscurità del rapporto fra il modello semantico costruito e le strutture psicologiche e cognitive dei nativi. 

La relazione di inclusione può assumere due forme: l’elemento x è un tipo di X (passero è un tipo di uccello); l’elemento y è una parte di Y (dito è parte della mano). La prima forma logica è alla base delle tassonomie, mentre la seconda è alla base delle partonomie. Molta parte delle nostre conoscenze è organizzata secondo modelli di questo tipo. 

Per gli universalisti, i principi logici da cui derivano le relazioni di opposizione e di inclusione dipendono da facoltà innate della mente, la quale opererebbe in base a processi psicologici determinati dal bagaglio innato degli esseri umani. I seguaci di tale indirizzo sostengono l’indipendenza delle classificazioni dalla mediazione culturale: gli esseri umani seguono la loro capacità innata di organizzare in categorie le differenze e somiglianze che si impongono all’attenzione in misura più o meno forte, ma che sono comunque presenti in natura. La costruzione conoscitiva della realtà procede secondo il principio dei contorni sfumati, che concerne il grado di nettezza delle definizioni. Gran parte delle configurazioni con cui lavora il cervello degli esseri umani (parole, significati, forme visive, immagini) è riconosciuta all’istante, ma questo meccanismo ammette un certo margine di indeterminatezza. Attraverso la metafora informatica, ciò ci distingue dal computer: un calcolatore riconosce due istruzioni come uguali solo se lo sono anche nei dettagli; il nostro cervello ci consente invece di correggere l’errore, entro certi margini. Se non avessimo la capacità di riconoscere, con un certo margine, la parola, il significato, l’immagine, riportandola alla sua classe astratta e, quindi, di riconoscere come identiche occorrenze che in realtà non lo sono, risulterebbero impediti i nostri processi cognitivi e, insieme, lo stesso processo complessivo della comunicazione. 

4.2 Teoria del prototipo e dei concetti politetici. - Uguale discorso vale per le configurazioni mentali (taxa, cioè nuclei concettuali delimitabili). È questa la base della teoria del prototipo e dei concetti politetici, cioè non definibile attraverso il possesso comune di una proprietà, elaborata negli anni 1970 dalla psicologa cognitiva E. Rosch e utilizzata anche in ambito antropologico. Nella teoria del prototipo il significato è inteso come uno schema cognitivo, al quale un certo esemplare si conforma più o meno precisamente. Il taxon ‘uccello’ sarà preciso al centro, dove trovano posto gli esemplari tipici (passero, rondine ecc.), ma sempre più sfumato ai bordi (struzzo, pinguino). I concetti politetici consentono di porre, a fianco dell’organizzazione ad albero dei livelli di una tassonomia, un’organizzazione orizzontale, relativa a rapporti tra elementi della stessa categoria fondati su criteri percettivi, funzionali, affettivi, sinestetici, di contiguità spaziale o metaforica. Accanto alla tassonomia, che resta una modalità importante dell’organizzazione conoscitiva del mondo, vanno indicati gli schemi prototipici, le classificazioni politetiche e quelle analogico-associative. 

Dal punto di vista teorico, ciò che appare rilevante nell’a. cognitiva è la convergenza dell’a. e della neuropsicologia sul terreno delle scienze cognitive. Tuttavia, se attribuire tutto il pensiero e il comportamento umani a premesse culturali è un errore, può esserlo anche attribuirli interamente al cervello. Secondo B. Shore l’avvicinamento di a. e psicologia cognitive può realizzarsi in una teoria della cognizione basata sulla nozione di ragionamento analogico. Gli uomini possono imporre significati al mondo costruendo nuovi modelli perché il pensiero umano è analogico, in grado di riconoscere modelli a partire da input sensoriali. Il cervello in questo senso appare costantemente impegnato in una dialettica con l’ambiente, nel corso della quale i modelli sono imposti su nuovi dati e possono venire modificati per far fronte a nuove situazioni. Questo permette lo studio dei tratti culturali come legati al pensiero individuale e non più solo a una cultura collettiva, nozione peraltro sempre più difficilmente teorizzabile.

5. A. religiosa

Oggetto della disciplina non sono le credenze religiose, bensì il tentativo di capire perché si crede in una data religione. Le risposte sono complesse e conducono direttamente al cuore del problema: se si può definire la religione e come comprendere una credenza religiosa. La difficoltà di trovare una definizione di religione deriva da una difficoltà di ordine generale che investe tutta l’a.: quella di trovare il giusto punto di equilibrio fra gli elementi di generalità, indispensabili per alimentare il discorso scientifico dell’a., e le specificità sociali e culturali, indispensabili per cogliere il senso dei fenomeni studiati. Se da un lato una definizione di religione può apparire necessaria, dall’altro va detto che il concetto di religione non trova che scarso riscontro fuori dalla tradizione occidentale e che, anche per questo, molti antropologi hanno preferito evitare il problema della definizione e dedicarsi allo studio di religioni specifiche. 

La tradizione assegna a M. Müller il ruolo di fondatore della riflessione sull’essenza del fenomeno religioso. Lo studioso tedesco poneva alla base della religione il «sentimento dell’infinito», scaturito negli uomini dalla percezione della straordinarietà di certi fenomeni naturali (per es., il sole) ed espresso simbolicamente nelle pratiche e nelle credenze religiose o, anche, nel mito, espressione spontanea della spiritualità umana. Questo modo ‘romantico’ di pensare la religione è stato respinto dagli studiosi di orientamento intellettualista, che hanno visto nella religione il risultato di tentativi rozzi e primitivi di spiegare determinate esperienze. Così, E.B. Tylor pone alla base della religione le esperienze della morte, della malattia, del sonno, del sogno; riflettendo su queste condizioni ‘anormali’, l’uomo avrebbe concepito l’idea di un doppio, un’anima, da cui la prima forma di religione, detta appunto animismo, che è anche l’essenza di tutte le forme di religione dell’umanità. Simile la posizione di J.G. Frazer, secondo cui la magia è una sorta di surrogato della scienza e la religione una forma di completamento della magia. Un diverso modo di comprendere il fenomeno religioso è quello di É. Durkheim, di cui un precursore degno di nota è W. Robertson-Smith, che lo ritiene un prodotto della riflessione sulle pratiche rituali. Questa impostazione sociologica è ripresa da Durkheim, secondo cui la religione deriva da una trasfigurazione della società. A Durkheim si sono richiamati molti altri esponenti dello stesso indirizzo: M. Mauss, M. Leenhardt, R. Hertz, A.R. Radcliffe-Brown. 

A fianco all’idea sociologica, ma anche contro quella intellettualista, si è affermata una concezione delle religioni come fenomeni emotivi: R.R. Marett ha elaborato l’animatismo sulla base della nozione polinesiana di mana, forza soprannaturale diffusa e impersonale, cristallizzazione di forti emozioni connesse a determinate esperienze, idea accolta anche da B. Malinowski, seppure nell’ambito della sua concezione funzionale della cultura (e quindi anche della religione) come risposta a bisogni fondamentali. L. Lévy-Bruhl considera le religioni come il frutto di rappresentazioni collettive, non solo tese a conoscere il mondo (come per gli intellettualisti), ma costituite anche da elementi emotivi, di partecipazione mistica, ed espressione di una mentalità prelogica legata alla scarsa individualità propria di società primitive. P. Radin (1883-1959) e R.H. Lowie condividono entrambi l’impostazione ‘emotiva’ della spiegazione dei fenomeni religiosi, accentuando gli aspetti di fragilità psicologica legati alla precarietà esistenziale degli individui. M. Eliade, esponente di punta della corrente fenomenologica, ritiene l’essenza del sacro ontologicamente forte e soggiacente a ogni esperienza autenticamente religiosa. 

Si sovrappone alla considerazione sociologica quella simbolista, che pone in primo piano la dimensione simbolica dei fenomeni religiosi, e quindi il compito interpretativo dell’antropologo: di tale indirizzo sono esponenti E. Evans-Pritchard, E.R. Leach, V.W. Turner. Anche M. Douglas accoglie l’idea della religione come insieme coerente di significati, idea leggermente attenuata da C. Geertz, fondatore dell’a. interpretativa, per il quale la religione è sì un insieme di simboli e significati, ma a sua volta esprime il senso generale che ha l’esistenza in uno specifico ‘dove’. L’analogia fra lingua e mitologia è alla base delle imponenti analisi di C. Lévi-Strauss; D. Sperber ne ha ripreso alcune idee (pur criticandone molte altre), tra cui quella relativa all’efficacia cognitiva del dispositivo simbolico, innato nella specie umana. Secondo una ripresa del presupposto teorico intellettualista, religione e scienza sarebbero analoghi tentativi di spiegare il mondo: anche da questa impostazione, come da quella di Sperber, sembra emergere come preminente la funzione cognitiva della religione. R. Horton ha sostenuto che il pensiero religioso e magico sarebbe razionale al pari di quello scientifico, sulla base della nozione di ‘razionalità relativa’: le credenze non intendono descrivere l’esperienza, ma offrire dei modelli per darle una forma e controllarla. 

In Italia si è sviluppata una importante scuola di studi storico-religiosi, grazie a R. Pettazzoni, di cui si ricordano gli studi sulla figura dell’Essere Supremo, e a A. Brelich, cui si deve l’impostazione antifenomenologica ripresa poi da D. Sabatucci, E. De Martino e V. Lanternari, che ha dato importanti contributi allo studio di fenomeni religiosi quali la festa e i movimenti millenaristici.

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