ARAGONA TAGLIAVIA, Pietro d'

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 3 (1961)

di Roberto Zapperi

ARAGONA TAGLIAVIA, Pietro d'. - Appartenente all'antica famiglia palermitana Tagliavia, che assunse in seguito al matrimonio di Gian Vincenzo con Beatrice d'Aragona (1522) il cognome Aragona, abbracciò lo stato ecclesiastico con prospettive di rapida e brillante carriera, se si considerano l'alta posizione sociale della famiglia e i legami di parentela e di fedeltà agli Aragonesi e poi agli Asburgo.

Il 28 Maggio 1537 fu nominato vescovo di Girgenti e, quattro anni dopo, nel 1541, si trovava al seguito di Carlo V a Ratisbona, dove, se non partecipò al colloqui tra cattolici e luterani, ne dovette seguire probabilmente da vicino l'andamento. Il 10 ott. 1544, su presentazione di Carlo V, fu nominato arcivescovo di Palermo, ed in tale qualità partecipò al concilio di Trento, nei due periodi del 1545-47 e 1551-52.

Giunse a Trento il 10 ag. 1545 e per tutta la durata delle sessioni seguì senza assentarsi mai i lavori concwari, allineandosi in generale sulle posizioni del gruppo spagnolo. Da questo atteggiamento si distaccò solo in qualche occasione, assumendo posizioni di un certo interesse. Fu così il solo prelato ad appoggiare il Pacheco nella questione del controllo degli ordinari sulla predicazione dei regolari, sostenendo che tale controllo dovesse limitarsi al minimo. Particolare rilievo assunse l'A. nel corso della discussione sullo spinoso problema della giustificazione, insistendo fortemente e ripetutamente sul valore della grazia, considerata del tutto preminente rispetto alle opere ("solum Deus est causa augendae iustitiae et caritatis, sicut ipse solus est causa caritatis per creationem. Unde ille canon deberet dicere: opera bona sunt necessaria ad augendam caritatem et iustitiam, et non debet fieri mentio de causa"). Tale posizione, di sapore schiettamente agostiniano e che andrebbe forse ricollegata all'esperienza fatta dall'A. a Ratisbona, non incontrò il favore dell'assemblea, che alla fine, nonostante gli ostinatì e ripetuti interventi dell'A., la respinse risolutamente. Nessun rilievo invece ebbe la presenza dell'A. a Trento nel periodo 1551-52.

A Trento l'A. non mancò di adoperarsi presso i legati pontifici per ottenere il cappello cardinalizio, allentando anche, a tal fine, la stretta solidarietà col gruppo spagnolo, ma senza oltrepassare certi limiti, se nel 1547, in occasione del trasferimento del concilio a Bologna, restò a Trento seguendo rigidamente le direttive della politica imperiale.

La sua candidatura al cardinalato era stata avanzata a Carlo V dai deputati del Regno di Sicilia già nel 1545, e l'anno dopo l'imperatore la presentò al papa, inizialmente però senza caldeggiarla eccessivamente. Le trattative andarono per le lunghe, a causa delle resistenze opposte da Giulio III, evidentemente poco propenso a introdurre nel Sacro Collegio un uomo così devoto alla causa imperiale. Alla fine, le insistenti pressioni di Carlo V vinsero ogni resistenza, e il 22 dic. 1553 l'A. fu creato cardinale prete del titolo di S. Callisto. In tale qualità partecipò ai due conclavi del 1555, schierandosi nelle votazioni col gruppo spagnolo: votò prima per il Cervini (Marcello II) e fu poi fra i più decisi oppositori del Carafa, che, tuttavia, sarà eletto e assumerà il nome di Paolo IV.

Nessuna notizia si ha sull'attività pastorale svolta dall'A. nella diocesi di Girgenti; scarse notizie su quella svolta nella diocesi palermitana.

L'A. fece l'ingresso solenne nella diocesi palermitana nel gennaio del 1545,ma nello stesso anno dovette allontanarsi per partecipare al concilio e lasciò le cure della diocesi a due vicari generali. Prelato di sincera pietà, non mancò di interessarsi alla vita religiosa della sua diocesi anche durante i lunghi soggiorni tridentini, mostrando, a giudicare dalla scarsissima documentazione disponibile, orientamento sinceramente riformatore.

Il 20 marzo 1545ottenne da Paolo III un breve che gli dava la facoltà "reformandi et coercendi exemptos", del quale dovette servirsi per la visita e la riforma di certi monasteri palermitani, ordinariamente sottratti alla sua giurisdizione, se dalla Sicilia partirono decise proteste a Carlo V. Nel 1551invitò nella sua diocesi il gesuita p. Bobadilla a svolgervi attività di apostolato, e, a quanto pare, nel 1555,tenne un sinodo, promulgando costituzioni delle quali purtroppo resta solo qualche traccia nel proemio ai Decreta del sinodo diocesano del 1564.In tale proemio si fa esplicito riferimento alle "sanctiones et decreta circa cleri et populi reformationem, ac vitam honestam" emanate dall'A. e convalidate dai suoi successori.

Geloso tutore della giurisdizione vescovile, l'A. non poteva non entrare in conflitto con la strapotente Inquisizione di Sicilia. Da una lettera dell'A. a Carlo V, da Trento, in data dell'8 maggio 1548, si ha notizia di un primo contrasto con il S. Uffizio che non usava rispettare la giurisdizione vescovile. I contrasti però si rinnovarono in forma più acuta nel 1555, quando l'A., appoggiato dal viceré Juan de Vega, ricorse a corte, chiedendo maggior rispetto per la sua giurísdizione, ed ottenendo dì avocare al tribunale vescovile tutte le cause di bigamia e, fatto più importante, quei "negocios de sortilegios y divinaciones" che costituivano parte essenziale dell'attività del S. Uffizio.

A tali risultati l'A. poté arrivare certo per la sua posizione di grande prestigio ed autorità, aumentati dal fatto che, con dispaccio dell'8 dic. 1556, Filippo II lo nominò presidente del Regno di Sicilia, essendo stato esonerato il de Vega dalle sue funzioni di viceré. Nel breve periodo in cui tenne la presidenza del Regno (dal febbraio al maggio del 1557), l'A non ebbe modo di svolgere attività politica di rilievo.

L'A. morì a Palermo il 5 ag. 1558.

Personalità ancora assai mal nota e poco studiata, pesa sull'A. il giudizio di Giulio, III, che nel 1551, davanti all'insistenza con cui veniva sostenuta la sua candidatura al cardinalato da parte di Carlo V, ebbe a scrivere di lui: "è un buon gentil'huomo et ben accostumato, ma non ha troppo lettere, pur non possiamo dire che non sia degno et non meriti ogn'honore...,". Giudizio, questo sulle "lettere", che, ripreso anche recentemente in sede storiografica, non sembra tuttavia trovare perfetto riscontro nell'attività svolta dall'A. a Trento, dove mostrò in generale buona, anche se non eccelsa, preparazione teologica.

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