ARPIA

ARPIA

Enciclopedia Italiana (1929)
di Giuseppe MONTALENTI - Goffredo BENDINELLI Oscar DE BEAUX

ARPIA (gr. "Αρπυια, etimologicamente collegata dagli antichi con ἁρπαξω, "porto via"; lat. Harçĭa).

Mitologia. - Le arpie sono demoni femminili, variamente concepiti da poeti e mitografi dell'antichità. Loro aspetto originario è quello di donne alate, poi di più fantastici esseri femminili, con testa, busto e braccia umane, il resto da uccello. Regna incertezza sulla loro genealogia (figlie di Taumante e di Elettra, o di Tifone e di Echidna), come sul loro numero, indeterminato in Omero, fissato a due in Esiodo (Theog., 267), quindi ordinariamente fissato a tre (Virgil., Aen., III, 209). Iconograficamente regna una stretta somiglianza tra le arpie e le sirene, per cui in età ellenistico-romana se ne fece una contaminatio, come arpie-sirene. Favolosa è dapprima la loro residenza: nei giardini delle Esperidi, e comunque nell'estremo Occidente, in direzione del mondo infero; quindi nelle Isole Plotae o Strofadi, isole dapprima indeterminate, che si vollero poi identificare geograficamente nel Mar Egeo o nello Ionio, a sud di Zante. Versione questa mantenuta da Virgilio, ripresa poi efficacemente da Dante (Inf., XIII, 10 segg), insieme con le abitudini ripugnanti che le arpie manifestano, in uno stadio avanzato del mito, nella persecuzione di Fineo. Lo stesso Virgilio (Aen., VI, 289) pone, con gli altri mostri, le arpie alle porte d'Averno, sotto l'influsso d'Omero, che descrive le arpie appunto come dee della morte (Odyss., I, 241; XIV, 371; XX, 77). Anche la fine leggendaria delle arpie si collega col mito di Fineo, poiché, secondo una delle versioni del mito, esse sarebbero state uccise, nell'impresa degli Argonauti di liberare Fineo, da Càlai e Zete, figli di Borea (Boreadi); secondo un'altra versione, le arpie, inseguite dai Boreadi, si sarebbero rifugiate nelle Isole Strofadi. In Esiodo (l. c.), Iris, figlia di Taumante e di Elettra, appare sorella delle arpie, quando evidentemente era escluso da queste qualsiasi carattere ripugnante. Nel mito come nella poesia greca, specialmente nella tragedia (Eschilo, Sofocle), la fortuna delle arpie è inscindibile da quella del mito di Fineo.

La loro maggiore popolarità è forse però dovuta alla loro natura di demoni alati infernali, di aspetto più o meno ibrido, ma non ripugnante, addetti al trasporto delle anime a volo nell'al di là. In tale funzione di rapitrici di esseri mortali, le arpie sarebbero da identificare, al pari dei Boreadi, con le divinità del turbine. Perché un essere mortale sia rapito dalle arpie, non occorre che esso sia morto. Al contrario rimane in vita anche nell'al di là, come avvenne delle figlie di Pandareo (Odyss., XX, 66 segg.). Il che potrebbe riflettere una prima rudimentale aspirazione all'immortalità dell'anima. In tale funzione funebre sono rappresentate le arpie con un essere umano tra le braccia, nei rilievi di un monumento sepolcrale di Xanthos (Licia), detto appunto "delle arpie" (fine sec. VI). Su monumenti sepolcrali attici (stele, ecc.) comparisce lo stesso tipo iconico, in atto di sonare la cetra o altro strumento (tipo dell'Arpia-Sirena).

Bibl.: Sittig, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., s. v. Harpyiai; Engelmann, in Roscher, Lexikon d. griech. u. röm. Mythol., I, ii, col. 1842 segg.; O. Gruppe, Griech. Mythol. und Religionsgesch., Lipsia 1906, II, p. 846 segg.; C. F. v. Nälgesbach e G. Autenrieth, Homerische Theologie, 3ª ed., Norimberga 1884, p. 91; E. Rohde, Psiche, traduzione ital. di E. Codignola e A. Oberdorfer, I, Bari 1914, p. 74 segg.; M. Collignon, Les statues funéraires dans l'art grec, Parigi 1911, p. 76; Ph. Furtwängler e C. Reichhold, Griech. Vasenmalerei, Monaco 1900, tavv. 41 e 60, 2 (illustrazioni del mito di Fineo).

Zoologia. - Oggi, Arpia è nome popolare di diversi uccelli rapaci, quali l'Avvoltoio degli agnelli (Gypaëtus barbatus grandis Storr.), il Falco di palude (Circus aeruginosus L.), il Falco pescatore (Pandion haliaëtus L.). Gli ornitologi chiamano Arpia il Thrasaëtus harpyia L., grosso rapace dell'America centrale e meridionale, che gl'Indiani cacciano per impadronirsi delle penne, di cui si fanno ornamenti. Talvolta ne catturano i nidiacei e li allevano, per strappar loro le penne della coda, regolarmente due volte l'anno, non appena sono adulti, secondo quanto racconta il D'Orbigny.

Ugual nome ha un genere (Harpyia Illig.) della famiglia Pteropina, ordine dei Chirotteri (v. ipsignato).

Arpia è anche il nome di alcune farfalle notturne (Lepidotteri Eteroceri) appartenenti al genere Cerura Schrank, e alla famiglia dei Notodontidi. Comune in Italia è l'Arpia vinula, Cerura vinula L., che si trova, di primavera e d'estate, sui tronchi dei salici; più rara è l'Arpia bifida, Cerura bifida Hübn., il cui bruco vive sui pioppi (v. farfalle e notodontidi).

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