ATTALO I

ATTALO I

Enciclopedia Italiana (1930)
di Giuseppe Cardinali

ATTALO I ("Ατταλος, Attălus). - Nato nel 269 a. C. da Attalo, assai probabilmente non fratello ma nipote di Filetero, e da Antiochide, figlia di Acheo (v. attalidi), successe nel 241 a. C. ad Eumene I (v.) nel principato di Pergamo. Nei primi anni del regno assistette alla guerra fraterna tra Seleuco Callinico ed Antioco Ierace, e vide quest'ultimo allearsi coi Galati, sconfiggere il fratello ad Ancira, assicurarsi il possesso dell'Asia Minore al di qua del Tauro, fronteggiare una ribellione dei barbari, ristabilire poi, mercé denaro, il buon accordo con essi ed allearsi con Ziela di Bitinia. Del suo atteggiamento in questi primi anni nulla è stato tramandato; la prima cosa che di lui sappiamo è che ad un tratto (e ciò dovette accadere verso il 230 a. C.) egli si rifiutò di sborsare ai Galati il tributo che fino ad allora Pergamo, come tutti gli altri stati d'Asia Minore, aveva dovuto pagar loro. Era facile capire che questo atto avrebbe assai probabilmente portato ad una rottura con Antioco Ierace, alleato dei Galati; ma Attalo, ambizioso di estendere il piccolo stato da lui ereditato, non rifuggiva dall'inevitabile lotta, pago di mettere Antioco Ierace nella luce di nemico della libertà dei Greci d'Asia Minore e di adiutore dei barbari. Al rifiuto del tributo, i Galli Tolistoagi, ai quali era soggetta questa parte d'Asia Minore (Liv., XXXVIII, 16), si avanzarono contro Pergamo, ma A. li sconfisse ai confini dei suoi dominî, presso le fonti del Caico (Fränkel, Inschriften von Pergamon, nn. 20 e 24; Dittenberger, Orientis Graeci inscriptiones selectae, nn. 269 e 276). Allora i Tolistoagi chiamarono in aiuto i Tectosagi e Antioco Ierace, e tornarono ad avanzarsi sin nelle vicinanze di Pergamo, ma qui, in prossimità del tempio di Afrodite, A. li affrontò e li vinse su tutta la linea (Fränkel, op. cit., n. 23; Dittenberger op. cit., n. 275 e Fränkel op. cit., n. 247). A questo punto i Galati si ritirarono dalla lotta lasciando solo Antioco, che A. sconfisse in altre tre battaglie, nella Frigia Ellesponzia, nella Licia presso Coloe, e nella Caria presso il fiume Arpaso (Fränkel op. cit., nn. 22, 27, 28, 58; Dittenberger, op. cit., nn. 274, 278, 279, 271), costringendolo così a ripassare il Tauro e impadronendosi di tutta l'Asia Minore seleucidica.

Pol., XVIII, 41, 7; Liv., XXXIII, 21, 3; Strab., XIII, 624, parlano di una grande vittoria riportata da Attalo sui Galati senza accennare all'intervento di Antioco, cfr. Pausan., X, 15, 3; Polyaen., IV, 20; invece Iustin., XXXVII, 3, 5-6, cfr. Trog., Prol., 27, ed Euseb., I, 251 ci informano delle lotte sostenute da A. contro Antioco e Galati insieme, ed è accaduto che la maggior parte dei moderni hanno creduto che A. riportasse una sua grande vittoria sui Galati prima ed indipendentemente dalla guerra contro Antioco e Galati insieme, e questa vittoria hanno posta nel primo anno del regno di A., prendendo alla lettera un'espressione di Polibio, XVIII, 41, 8. Ma questa concezione è falsa: la sconfitta dei Galati appartiene all'unico ciclo della guerra galato-antiochena, e questa si deve essere svolta intorno alla data eusebiana della battaglia di Coloe, 229/8, a. C. (v. G. Cardinali, Il regno di Pergamo, p. 23 seg. e 114 seg., J. Beloch, Griechische Geschichte, IV, 2, 2ª ed., 544 seg.).

La sconfitta dei barbari, abilmente esaltata nella corte di Pergamo, diede alla figura di A., che si cinse ora il capo della corona reale, l'aureola di vindice dell'ellenismo, e tutta una produzione artistica sorse a glorificare il trionfo (Plin., Nat. Hist., XXXIV, 84; Pausan., I, 4, 6: gli scavi di Pergamo hanno messo in luce due monumenti commemorativi, cui appartengono le iscrizioni Fränkel op. cit., nn. 20 e 21-28; e sono considerate come copie di statue in bronzo pertinenti a questi due monumenti il cosiddetto Gallo morente del Museo Capitolino e il gruppo del Gallo con la sua donna del Museo delle Terme).

Morti Antioco Ierace verso il 226 a. C. e Seleuco Callinico poco appresso, Seleuco Cerauno, successo a quest'ultimo, concepì il disegno di ristabilire il proprio dominio sopra i territorî conquistati da A., e spedì perciò un esercito oltre il Tauro, ma i suoi strateghi furono sconfitti in parecchie battaglie dal re di Pergamo, aiutato da Tolomeo (v. Fränkel, op. cit., n. 35; Dittenberger, op. cit., n. 272, 25-26; Dittenberger, 277 e 36, cfr. Cardinali, op. cit., p. 44, n. 1); e quando scese in campo egli stesso, fu nella Frigia assassinato da un suo ufficiale (223 a. C.), e il comando delle truppe fu assunto dal cugino Acheo. In breve tempo questi ridusse A. al solo possesso di Pergamo e di poche altre città; ma, essendosi poi allontanato per una spedizione contro Selge in aiuto di Pednelisso, A. riprese le armi, riconquistò alcuni territorî; e la guerra fu continuata fino a che, nel 216, Antioco III si alleò con A. ai danni di Acheo, arrestò questo in Sardi e lo mise a morte (214). Già durante queste lotte contro Acheo, A. aveva rivolto la sua attenzione all'Occidente, e, timoroso della sete di dominio di Filippo V di Macedonia, si era avvicinato alla lega etolica (Pol., IV, 65, 6); ed ecco che nel 214, con un passo decisivo che tracciava tutto lo sviluppo storico futuro del suo regno, egli entrò nell'alleanza che gli Etoli avevano stretta con Roma contro il re di Macedonia, partecipò a parecchie delle operazioni della cosiddetta prima guerra Macedonica, ebbe il regno invaso da Prusia, re di Bitinia, e fu compreso, insieme con questo, nella pace conclusa nel 205 tra Filippo e i Romani. Poi nel 201 a. C. egli partecipò alla guerra dei Rodî contro Filippo, e cioè alla battaglia di Chio, nella quale il re di Macedonia fu sconfitto; ma A. corse pericolo di essere catturato (Pol., XVI, 3-5). Nell'anno successivo A. passò in Europa per chiamare a raccolta i nemici tutti della Macedonia, e fu accolto in Atene con grandissimo sfarzo da quei cittadini, che in suo onore istituirono la tribù Attalide. Poco dopo, mentre Filippo assediava Abido, i Romani gli dichiararono la guerra, nel corso della quale (seconda guerra macedonica) A. restò fedele alleato di Roma. Nel 199 a. C. operò, con gli altri alleati, sulle coste della Macedonia e nell'Eubea, ove Oreo fu assalita e presa (Fränkel, op. cit., 50, cfr. 38; Dittenberger, op. cit., nn. 288 e 284). Alla fine dell'inverno del 198 a. C., Antioco assalì il territorio di Pergamo, ma poi, invitato a ciò dai Romani, lo sgombrò, sicché A. poté cooperare, nella buona stagione, alla conquista di altre piazze forti dell'Eubea, e al vano assedio di Corinto. Intanto anche gli Achei erano entrati nell'alleanza di Roma, e nel 197 A., venuto in Sicione (Pol., XVII, 16; Liv., XXXII, 40, 8), si mostrò con loro assai liberale, e al principio della primavera intervenne nell'assemblea della Lega Beotica in Tebe, ove, mentre esortava i Beoti ad allearsi con Roma, fu colpito da apoplessia (Liv., XXXIII, 2, 1; Pol., XVIII, 17, 6, cfr. XXI, 20, 5). Sopravvisse storpiato e, ricondotto in Pergamo, vi morì non prima del mese di settembre, all'età di 72 anni. "Morì" dice Polibio (XVIII, 41, 9) "nel mezzo delle più belle imprese, mentre lottava per la libertà dei Greci" (cfr. Strab., XIII, 624; Plut., Flam., 6). Aveva regnato per 44 anni, esempio di saggezza politica, di valore personale, di virtù famigliari, e mercé le sue doti eminenti e la propizia fortuna gli era riuscito di elevare il suo regno da piccolo e trascurabile staterello a potenza di notevole importanza, così dal punto di vista politico, come da quello culturale. Personalmente amante degli studi, fu protettore di filosofi, letterati e matematici: chiamò alla sua corte Antigono di Caristo, Neante ed Apollonio di Perge. Particolari cure rivolse allo sviluppo edilizio della capitale, che abbellì di sontuosi edifici e di egregi monumenti. Con la moglie Apollonide, una privata cittadina di Cizico, e coi quattro figli: Eumene, Attalo, Filetero ed Ateneo, visse in esemplare concordia.

Bibl.: v. attalo iii.

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