COLOMBO, Bartolomeo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 27 (1982)

di Giovanni Nuti

COLOMBO (Colón), Bartolomeo. - Figlio di Domenico e di Susanna Fontanarossa, fu il terzogenito della famiglia. Nel documento del 7 ag. 1473 in cui Susanna, vantandovi una ipoteca, acconsentiva alla vendita di una casa nella contrada della Olivella in Genova, compaiono i figli Cristoforo e Giovanni Pellegrino, maggiorenni, ma non il C., più piccolo di entrambi e ancora minorenne. Da una sua testimonianza rilasciata a Santo Domingo nel 1512, in cui egli si dichiarava in età di "cinquenta años o más", si ricava che egli dovette nascere a Genova, dove suo padre da tempo risiedeva, verso il 1460, senza che sia possibile fissare più puntualmente l'anno di nascita.

Sulla sua giovinezza possediamo scarsissimi dati, alla cui mancanza molti storici hanno tentato di ovviare con una singolare abbondanza di ipotesi, attendibili o assolutamente fantastiche (sollecitate, tuttavia, dalla necessità di definire le esperienze, la cultura, i contatti tra il C. e Cristoforo, per valutarne con precisione il rispettivo contributo alla grande scoperta), ma basata su testimonianze - queste, abbondanti - di contemporanei, nessuna delle quali può considerarsi assolutamente degna di fede. Tra i numerosi documenti genovesi riguardanti la sua famiglia, uno solo ricorda il C.: il 15 giugno 1480, a Savona, il padre Domenico lo nominava suo procuratore. Tale atto fu segnalato dal Belloro, che lo fornì, come gli altri da lui pubblicati, in un regesto estremamente succinto: l'originale non è stato più ritrovato. Non è possibile, pertanto, sapere se il C. risiedesse in quel periodo accanto al padre o se a Savona si trovasse casualmente durante uno dei suoi viaggi marittimi. Per la ricostruzione del periodo che va dalla sua nascita fino alla sua partenza da Lisbona per l'Inghilterra (periodo fondamentale per valutare il contributo di esperienze e conoscenze che il C. poté aver portato alla ideazione del grande progetto), è possibile utilizzare, come si è ricordato, solo testimonianze di contemporanei che ebbero rapporti con la famiglia Colombo o che conobbero il C. negli anni della sua maturità, nessuna delle quali ha valore probante e definitivo.

Secondo i Commentarii de rebus Genuensium et de navigatione Columbi di Antonio Gallo (notaio, cancelliere del Banco di s. Giorgio, legato da rapporti di affari con la famiglia di Antonio Colombo, fratello di Domenico), Cristoforo e il C. avrebbero esercitato il mestiere di scardassiere (con ogni probabilità nella bottega del padre, tessitore), ma si sarebbero dati alla navigazione fin da giovani (senza che il termine "puberes", usato dal Gallo, possa essere meglio precisato). Se tali informazioni possono essere accettate, almeno per quel che riguarda il C., assai discutibili sono le altre notizie fornite dal Gallo (come è noto, egli attribuisce il merito di aver formulato il progetto di raggiungere le Indie da ovest al C. che, risiedendo a Lisbona ed esercitandovi il mestiere di cartografo, avrebbe utilizzato le informazioni avute dai marinai portoghesi per formulare il progetto, comunicato in seguito al fratello Cristoforo), dato che egli non poteva che avere notizie frammentarie sul soggiorno portoghese dei due fratelli. Reagendo indirettamente al Gallo (del cui scritto si servirono il Senarega e l'abate Giustiniani, contro il quale è rivolta la polemica), il figlio di Cristoforo, Fernando, sostenne che fu il C. a raggiungere Lisbona dopo l'arrivo di Cristoforo, il quale avrebbe insegnato al fratello minore l'arte della cartografia. Anche la testimonianza di Fernando deve essere valutata criticamente, non solo perché, come egli stesso afferma, non poté interrogare il padre sugli avvenimenti relativi alla suavita, ma anche perché nella sua polemica tesa a rivendicare a Cristoforo la paternità del grande progetto, egli poteva essere spinto ad attribuire al padre meriti che in parte potevano spettare allo zio.

Tutte le testimonianze ricordate (compresa quella di padre Bartolomeo de Las Casas, che attribuisce al C. maggiore perizia cartografica rispetto a Cristoforo) concordano, tuttavia, nel ritenere il C. abile cartografo, oltreché esperto marinaio. Allo stato attuale della documentazione, su questo periodo della vita del C. si possono solo formulare delle ipotesi, basate su preferenze soggettive piuttosto che sui dati di fatto inoppugnabili. Il C. potrebbe essere rimasto a Genova o a Savona nella bottega del padre fino alla sua partenza per Lisbona, chiamatovi dal fratello maggiore, come afferma Fernando (in tal caso, l'assenza del suo nome dai documenti genovesi o savonesi si spiegherebbe con la minore età del ragazzo); durante la sua permanenza accanto al padre, egli avrebbe potuto frequentare la bottega di qualche disegnatore di carte, dato che in quel tempo Genova vantava una fiorente scuola cartografica, e avrebbe potuto essere, così, il primo intellettuale della sua famiglia (come ha suggerito C. Verlindten). Questa ipotesi, tuttavia, non si appoggia su alcun documento. Accogliendo la testimonianza del Gallo (che poté utilizzare le notizie fornitegli dalla famiglia dello zio dei due grandi navigatori), il C. potrebbe aver aiutato il padre nel cardare la lana, per poi imbarcarsi fin da ragazzo come mozzo (il che si accorderebbe col silenzio delle fonti genovesi o savonesi sul suo nome), raggiungendo nei suoi viaggi Lisbona, dove operavano numerose ditte commerciali genovesi. Probabilmente fu il C. il primo della sua famiglia a darsi alla navigazione e ad interessarsi di cartografia, appresa a Genova o a Lisbona: qui incontrò Cristoforo, giuntovi verso il 1476, ma non necessariamente in tale data il C. poteva aver iniziato a risiedere presso il fratello. Si è notato che difficilmente il C. era in grado di vantare una approfondita esperienza cartografica in questo periodo, dato che sarebbe stato poco più che quindicenne, ma si dimentica che la sua data di nascita è approssimativa e può oscillare in un ambito di alcuni anni.

Anche sul suo soggiorno portoghese, sulla sua partecipazione alla spedizione di Bartolomeo Díaz o ad altri viaggi fino in Guinea e sul suo contributo alla formulazione del progetto colombiano non abbiamo dati certi e definitivi, ma è solo possibile formulare ipotesi, ognuna delle quali con punti accettabili e altri discutibili, e basate tutte sulla controversa interpretazione della postilla alla Imago mundi di Pierre d'Ailly (n. 23 della edizione De Lollis). L'autore di essa ricorda la spedizione del Díaz (partita nell'agosto 1486 0 1487 e ritornata l'anno seguente), il superamento del Capo di Buona Speranza e la costruzione della carta illustrante l'impresa, "in quibus omnibus interfui": a parte la interpretazione di questa ultima frase (l'autore della postilla potrebbe essere stato solo presente all'arrivo del Diaz a Lisbona, partecipando - ma non si sa a che titolo - ai lavori di stesura della carta presentata a Giovanni II del Portogallo, o potrebbe aver preso parte anche al viaggio di circumnavigazione dell'Africa), resta l'interrogativo su chi sia l'autore della postilla e, più in generale, dell'intero corpus di annotazioni marginali ai libri costituenti la biblioteca colombiana. Dopo la ipercritica dello Streicher (che su duemilacinquecento postille ne riconobbe solo duecento di sicura mano di Cristoforo), altri studiosi, come il De Lollis, hanno aumentato il numero di quelle attribuite a Cristoforo, mentre altri ancora, come il Magnaghi e il Revelli, hanno ridiscusso il problema anche dal punto di vista paleografico, riconoscendo a Cristoforo l'intera paternità delle postille. Le testimonianze dei contemporanei non sono più chiarificatrici: Bartolomeo de Las Casas afferma che le scritture dei due fratelli erano assai simili, identifica l'autore della postilla sul viaggio del Díaz con Bartolomeo e su tale base sostiene che fu quest'ultimo a partecipare alla spedizione al Capo di Buona Speranza. Secondo Fernando, invece, il C. non possedeva "lettere latine", il che escluderebbe l'attribuzione a lui delle postille. Recentemente, inoltre, si è sostenuto che l'anno di inizio delle postille deve essere fissato non al 1481 (come voleva il De Lollis, sulla base di una errata interpretazione di una di queste), ma dopo il 1488, quando Cristoforo si trovava già in Spagna e quando il C. doveva trovarsi in Inghilterra; anche le altre postille sarebbero state scritte nel periodo compreso tra il 1488 e il 1492. Ritornando agli anni portoghesi dei due fratelli, se la postilla n. 23 deve essere attribuita al C. (come sostenne il Caddeo), egli sarebbe stato catturato da pirati di una imprecisata nazionalità ("esterlins", come li chiama il Las Casas) e in seguito, posto in libertà, sarebbe tornato a Lisbona in tempo per imbarcarsi sulle navi del Díaz e per rientrare sulla fine del 1487 a Lisbona, da dove si sarebbe trasferito ancora una volta in Inghilterra. Si può anche pensare, per aggiungere un'altra ipotesi alle tante avanzate su questo periodo della sua biografia, che, partito il fratello maggiore per la Spagna, il C. abbia prolungato il suo soggiorno in Portogallo, prendendo parte alla spedizione del Díaz o assistendo al suo ritorno (avvenuto alla fine di dicembre del 1487, data che si accorda a quella del dicembre 1488 contenuta nella postilla colombiana in quanto, iniziando l'anno dal Natale e non conoscendosi il giorno esatto dell'approdo del Díaz a Lisbona, si può verificare lo scarto di una unità nell'anno, a seconda che si fissi tale giorno prima o dopo il 25 dicembre). L'anno seguente, deciso a trasferirsi in Inghilterra, il C. sarebbe stato catturato dai pirati e, dopo un periodo più o meno lungo trascorso probabilmente a Londra, sarebbe entrato in rapporto con la corte di Enrico VII, senza che sia necessario collocare la data di tale incontro nel febbraio, mese in cui il C. terminò la carta, o mappamondo, offerta successivamente al sovrano inglese.

Se la postilla risulta, invece, di mano di Cristoforo (ma, in tal caso, bisognerebbe ammettere che, dopo essersi trasferito in Castiglia, egli sia ritornato effettivamente in Portogallo, accogliendo l'invito di Giovanni II e benché stipendiato dalla corte spagnola; la data della spedizione del Díaz dovrebbe, inoltre, essere collocata nel 1488, il che, come si è detto, è tutt'altro che pacifico; la postilla in questione, infine, dovrebbe essere interpretata in senso riduttivo), il C., rimasto nelle mani dei pirati, una volta liberato, sarebbe stato costretto a vivere in Inghilterra in povertà e in infermità (come attesta Fernando), disegnando carte nautiche almeno sino al febbraio 1489, quando terminò un mappamondo e lo inviò alla corte inglese. Enrico VII gradi questo dono e accordò udienza al Colombo. Se è certa la missione in Inghilterra, dove egli si recò per ottenere i fiiianziamenti necessari al piano elaborato da o con il fratello, sul risultato di questo tentativo le fonti non concordano: Fernando sembra supporre che il re abbia stipulato col C. dei capitoli per una futura spedizione, mentre per il Las Casas il tentativo alla corte inglese si concluse con un nulla di fatto. Del resto, se il C. avesse effettivamente raggiunto il suo scopo, non si capisce perché, invece di dirigersi subito in Spagna per informare il fratello del buon esito della missione, egli sia passato in Francia, come lo stesso C. testimonia nell'Extracto di un espediente steso su sua richiesta nel 1501. Qui risiedette per alquanto tempo presso madame de Bourbon, identificata con Anne de Beaujeu, figlia di Luigi XI e principessa di Borbone.

Secondo un'altra ipotesi su questo tormentato periodo avanzata da un attento storico colombiano, il Ballestreros Beretta, il C., iniziati i suoi viaggi marittimi e ritornato in Portogallo, si sarebbe recato in Inghilterra, salvo ritornare a riferire a Cristoforo l'insuccesso del suo tentativo, dato che della sua presenza accanto al fratello maggiore in Spagna sembra essere testimone lo stesso C., che afferma di essere andato sollecitando il re e la regina insieme con il fratello, senza, però, precisare in quale periodo. Fallito anche il primo tentativo di Cristoforo alla corte spagnola, il C. si sarebbe recato in Francia, soggiornandovi per alcuni anni e venendo informato della scoperta delle Indie compiuta dal fratello mentre si trovava presso quella corte.

Nessuna delle ipotesi esposte è, tuttavia, soddisfacente: il problema critico della ricostruzione di questo periodo resta aperto, anche se è possibile affermare che, al di là del maggiore o minore contributo che ognuno dei due fratelli poté aver portato alla ideazione del progetto, il C. ne fu in pieno responsabile, tanto da condividerne gli obiettivi e da conoscerne in modo approfondito le basi scientifiche e geografiche, se a lui toccò illustrarlo alla corte inglese e francese, come il fratello maggiore dovette fare in Portogallo e Spagna. In Francia lo raggiunse la notizia che Cristoforo, col quale aveva perso i contatti, aveva già organizzato una spedizione, conclusasi con la scoperta delle Indie. Benché affrettasse il suo ritorno verso la Castiglia, grazie anche ad una somma con la quale, secondo Fernando, lo avrebbe aiutato Carlo VIII, giunse quando il fratello era già partito per il secondo viaggio (25 sett. 1493). Dopo aver accompagnato a corte, agli inizi del 1494, i due nipoti Diego e Fernando, perché fossero paggi del principe, don Juan, il C. fu inviato dai re cattolici all'Española per soccorrere la colonia, secondo le richieste portate a corte da Antonio de Torres, e fu messo a capo di tre navi finanziate grazie all'aiuto del vescovo di Palencia.

Salpato da Cadice il 30 apr. 1494, giunse nell'isola il 24 giugno in un momento difficile. Partito Cristoforo alla volta di Cuba, lasciando il fratello Giacomo al governo dell'Española, il malcontento verso i Colombo era esploso nella rivolta di Pedro Margarit, nominato dall'ammiraglio comandante dell'armata. Dopo essersi dato al saccheggio dei villaggi indiani, egli preferì ritornare in Spagna, imbarcandosi, dopo essersene impadronito, sulle navi con le quali era arrivato Bartolomeo. Nel settembre Cristoforo, di ritorno dal suo viaggio di esplorazione a Cuba e alla Giamaica, ammalato, poté abbracciare il fratello, di cui apprezzava l'abilità e il coraggio, più adatto al governo dell'altro fratello, Giacomo, che si era rivelato poco capace. Da questo momento, determinante si dimostrò l'aiuto che il C. fornirà a Cristoforo nell'organizzazione economica e politica delle terre scoperte, nell'opera di repressione dei moti indiani e nella lotta contro le frequenti rivolte di coloni spagnoli.

Nel frattempo, esasperati per i saccheggi e le violenze patite dagli uomini del Margarit e assoggettati a un gravoso sistema di riscossione dei tributi in oro, gli Indios si ribellarono sotto la guida dei loro cacicchi, il più potente dei quali era Caonabò. Per reprimere la rivolta, Cristoforo organizzò una spedizione punitiva (marzo 1495), appoggiata dal cacicco Guacanagari, affidando parte dell'esercito al fratello. Nella regione della Vega Real gli Indios, comandati da Manicatoex, fratello di Caonabò, si scontrarono con i soldati spagnoli nelle savane di Matanza (24 marzo 1495). 1 duecento spagnoli, appoggiati da venti cavalieri, furono divisi dal C. in modo da assalire gli Indios da più lati. Gli squadroni mossero all'attacco contemporaneamente, uscendo allo scoperto e con sparo generale delle armi da fuoco, che provocarono il panico nelle file degli Indios. Datisi alla fuga e inseguiti dai cavalieri guidati dall'Hojeda, essi furono massacrati, lasciando sul campo migliaia di cadaveri. Nell'ottobre dell'anno seguente giunse nell'isola il repostero reale Juan Aguado, spedito come inquisitore da re Ferdinando, sollecitato dalle calunnie che il Margarit e altri stavano spargendo a corte contro Cristoforo, impegnato nel frattempo nella lotta contro i fratelli del cacicco Caonabò.

L'Aguado entrò in conflitto con il C., rimasto all'Isabela come governatore e successivamente lasciato al governo della isola in qualità di adelantado, per la partenza di Cristoforo verso la Spagna (10 marzo 1496). Tale nomina, che comportava il comando supremo militare ed ampi poteri giudiziari sulla provincia cui si riferiva, non poteva essere concessa che dal re il quale, giudicando l'atto di Cristoforo come una violazione dei diritti spettanti alla Corona, solo l'anno seguente rinnovò al C. la carica, in proprio nome e come a caso vergine (22 luglio 1497). Gli stessi coloni considerarono illegittima la nomina del C. ad adelantado e videro in lui un usurpatore dei poteri della Corona. Durante l'assenza di Cristoforo, il C. si diresse verso la parte meridionale dell'isola, dove erano stati scoperti fortunosamente dei giacimenti auriferi; a presidio della zona costruì il forte di San Cristóbal, sovraintendendo ai lavori per tre mesi; in seguito, partì verso il forte della Concepción nella Vega Real per riscuotere il tributo imposto agli Indios. Nel luglio arrivarono le caravelle comandate da Pedro Alonso Niño con vettovaglie e con una lettera di Cristoforo, nella quale al C. venivano date istruzioni affinché edificasse una città con porto di merci all'imboccatura del fiume Ozama. Cristoforo ordinava, inoltre, al fratello di dare inizio alla tratta di schiavi verso la Spagna, scegliendo a tale scopo gli indios ribelli, secondo il parere espresso dai teologi e dai giureconsulti spagnoli. Il C. provvide a imbarcare sulla caravella del Niño 300 prigionieri e tre cacicchi e fece, quindi, ritorno alla fortezza di San Cristóbal con le vettovaglie, per dedicarsi alla costruzione della città che, chiamata prima Isabela e poi Santo Domingo, diventerà il centro più importante dell'isola. Il C. visitò in seguito la fertile regione dello Xaraguà, nella parte occidentale, dove riuscì a stringere cordiali rapporti col cacicco Behequio e con Anacoana, vedova di Caonabò.

Ritornato all'Isabela, si trovò di fronte all'ostilità degli Spagnoli, che non gli perdonavano di essere uno straniero detentore di un potere illegittimo e che vedevano in lui e nel fratello Cristoforo i responsabili delle difficoltà e delle tremende condizioni incui erano costretti a vivere. Per placare in qualche modo il malcontento, il C. diede ordine di costruire due caravelle e provvide a trasferire gli ammalati in località più salubri all'interno dell'isola; costruì, infine, una catena di postazioni militari fra l'Isabela e Santo Domingo. La situazione, tuttavia, fu aggravata da una nuova rivolta indiana, provocata dalle razzie e dalle spoliazioni cui i villaggi erano continuamente soggetti e scatenata da alcuni episodi (il C. fece condannare al rogo alcuni indios accusati di aver incendiato una cappella eretta da due missionari nella Vega Real), che spinsero anche i cacicchi incerti o pacifici come Guarinoex a unirsi agli altri nella lotta contro i conquistatori. Dei piani di rivolta (gli Indios intendevano assalire di sorpresa gli Spagnoli il giorno stabilito per il pagamento dei tributi) giunse notizia al forte della Concepción; il C., avvertito del pericolo, fece precipitoso ritorno da Santo Domingo nel forte, circondato da migliaia di indios. Con abile stratagemma, egli ordinò di assalire di notte gli Indios per catturare di sorpresa i cacicchi. Il piano fu attuato con fulminea rapidità: la rivolta fu prevenuta e i due cacicchi, ritenuti responsabili di essa, uccisi, mentre Guarinoex fu perdonato.

Ben presto, tuttavia, il C. si trovò di fronte ad una rivolta più pericolosa e più grave: quella di Francisco Roldán. Costui, nominato daCristoforo alcalde mayor dell'isola, approfittò dell'assenza dell'ammiraglio e del C., alle prese con la esplorazione dello Xaraguà, per ribellarsi e rendersi autonomo, con il pretesto di essere rimasto leso nei suoi diritti dall'adelantado, che gli aveva preferito come governatore il fratello Giacomo. Il Roldán trovò facilmente sostenitori. approfittando del malcontento diffuso tra i soldati, delusi dalla povertà delle terre scoperte e stremati dalle malattie e dalla fame. L'odio verso i Colombo era tale che si giunse ad organizzare una congiura per pugnalare il C. il giorno del supplizio di uno spagnolo, certo Barahona, accusato di aver provocato la rivolta di Guarinoex, avendone violentato la favorita. L'esecuzione non fu compiuta e, in tal modo, la congiura si sciolse. Per liberarsi di Roldan, Giacomo commise l'errore di spedirlo nel Cibao, per pacificare una sommossa indiana: egline approfittò per ingrossare le file della sua banda e per tentare la conquista della fortezza della Concepción, difesa abilmente dal castellano Miguel Ballestrer. Avvertito della rivolta dallo stesso castellano, il C. giunse con rinforzi; fallito un abboccamento tra i due, il Roldán saccheggiò, dopo averla assalita di sorpresa, l'Isabela, mentre Giacomo si asserragliava nella fortezza coi fedeli, e tentò un ultimo colpo di mano contro la Concepción, dove il C. fu assediato e posto in gravi difficoltà. L'arrivo delle tre caravelle, guidate da Pedro Hernandez Coronel (3 febbr. 1498), con provviste e trecento uomini, migliorò la situazione. Il Coronel era anche latore di una lettera spedita al C. da Cristoforo, che lo esortava ad esercitare la tratta degli schiavi senza ledere gli interessi dei sovrani; portava, infine, il riconoscimento del titolo di adelantado al C., che provvide a inviare lo stesso Coronel nello Xaraguà, per tentare un accordo col Roldán, ma senza successo. In seguito, egli represse una nuova rivolta di Indios guidati da Guarinoex e sobillati dal Roldán. Vistosi scoperto, il cacicco preferì fuggire sulle montagne del Ciguay, inseguito dal C. che gli diede la caccia finché riuscì a catturare dapprima il cacicco Mayobanex, che aveva ospitato il ribelle, e poi lo stesso Guarinoex, che fu gettato in prigione.

Ritornato dalla Spagna (ag. 1498), Cristoforo, che nell'esplorazione dell'Orinoco e della penisola di Paria si era ammalato, tanto da avere quasi perso la vista, trovò la colonia in condizioni critiche: al Roldán si era aggiunto anche un altro avventuriero, Alonso de Hojeda; scarsa fortuna avevano avuto i tentativi compiuti dal C. per trovare miniere del tanto sospirato oro; pressoché falliti erano risultati gli sforzi per mettere a coltura le terre; gli stessi Indios erano in fermento, mentre tra i soldati spagnoli serpeggiava la sifilide. Di fronte alla rivolta del Roldán, Cristoforo si mostrò incerto: alla strada dell'azione energica per stroncarla, egli preferì quella del compromesso, che finì, in pratica, col permettere al Roldán di continuare la rivolta (1499). Il 20 febbraio dell'anno seguente, Cristoforo e il C. partirono per visitare l'isola: lasciata Santo Domingo, giunsero all'Isabela nel marzo e alla Concepción nell'aprile. Nel giugno, il C. fu inviato nella provincia dello Xaraguà.

A Santo Domingo rimase solo Giacomo, che, nell'agosto, accolse Francisco de Bobadilla, spedito dal re Ferdinando all'Española con l'incarico di procedere ad una inchiesta sullo stato della colonia. Ritornato Cristoforo a Santo Domingo e imprigionato insieme con Giacomo, il C. obbedì all'ordine del fratello di consegnarsi al Bobadilla, che li inviò incatenati in Spagna, Cristoforo e Giacomo sulla "Gorda" e il C. forse su un'altra nave. Essi giunsero a Cadice tra il 20 e il 25 novembre e furono consegnati al corregidor della città in attesa delle disposizioni reali, giunte dopo venti giorni con l'ordine di scarcerazione. Ormai debole era il credito di cui Cristoforo godeva presso la corte spagnola, delusa sia per la mancanza di profitti dai territori scoperti sia per i contemporanei successi del rivale Portogallo nell'aprire nuove rotte marittime più lucrose.

Cristoforo riuscì, tuttavia, a organizzare ancora una spedizione con quattro piccole navi, su cui s'imbarcò anche il C., con lo scopo di trovare lo stretto che avrebbe permesso di raggiungere una immaginaria terra avanzata dell'Asia. Al C. fu affidato il comando effettivo della "Santiago de Palos" benché il capitano stipendiato fosse Francisco de Porras. La flotta, salpata da Cadice il 9 maggio 1502, fu costretta dal vento a rimandare la partenza di due giorni. Direttosi su Arzila, città portoghese nel Marocco, per soccorrerla dallo assedio dei Berberi (che, nel frattempo avevano rinunciato all'impresa), il C., col nipote Fernando, fece visita al capitano, della città, ferito dai Mori. Il 20 maggio la piccola flotta giunse alla Gran Canaria, e, seguendo la rotta già percorsa da Cristoforo nel suo secondo viaggio, arrivò alla fine di giugno alla Martinica e a San Juan de Portorico. Il cattivo stato delle navi obbligò, tuttavia, l'ammiraglio a desistere dal suo progetto di esplorare la terra di Paria e a dirigersi verso Santo Domingo dove il nuovo governatore, Nicola de Ovando, gli rifiutò il permesso di entrare nel porto. Scoppiata una furiosa tempesta, il C. riuscì a salvare la nave di cui era capitano e a raggiungere, spinto dalle correnti insieme con le altre navi, Puerto Escondido (oggi Puerto Viejo de Arua) il 3 luglio. Da qui la piccola flotta fu trascinata dal vento fino alle isole de la Bahia, al largo dell'Honduras. Inviato ad esplorare l'isola di Bonacca con due barche, il C. s'imbatté in una canoa carica di mercanzie di indigeni. Essi, probabilmente, provenivano dall'Honduras (come indicherebbero, secondo il Morison, sia il tipo di merci trasportate sulle canoe, caratteristiche della zona del Mayapan appartenente all'Honduras, sia il nome Maya, che era appunto dato dagli indigeni al tratto di costa fronteggiante Bonacca) e non dalMessico, come si è sempre creduto.

La navigazione" proseguì all'insegna delle tempeste e del cattivo tempo che tormentarono le navi (in modo particolare quella del C., la più malandata) da punta Caxinas (l'attuale capo Honduras) sino al capo Gracias a Dios. Dopo varie peregrinazioni lungo la costa, convinto da molte informazioni che l'oro dovesse trovarsi più a sud, nel paese detto Veragua, Cristoforo preferì proseguire in quella direzione. Giunti nelle sue vicinanze, sempre alle prese col cattivo tempo, i due fratelli risalirono il fiume Belén, il cui territorio sembrò promettere l'oro sperato. Il C. si incontrò col cacicco della regione, detto El Quibián e (febbraio 1503) esplorò l'interno alla ricerca di miniere. Gli Indios, tuttavia, manifestarono ben presto ostilità verso gli stranieri, tanto che Cristoforo preferì prevenire una possibile rivolta, spedendo il fratello verso il villaggio del Quibián. Una imboscata organizzata dagli Indios fallì, il cacicco fu catturato, ma, spedito verso le navi, riuscì a fuggire e ad organizzare un assalto alle navi stesse, che il C. sventò, restando, tuttavia, ferito nello scontro. Visti svaniti gli sforzi per insediarsi nella zona e risultati inutili i tentativi di spingersi fin verso il golfo di Darién, la flotta fece ritorno (16 aprile), ma il viaggio si rivelò tormentato come quello di andata: perseguitate dal maltempo, in pessime condizioni, le navi superstiti giunsero alla Giamaica, mentre gli stenti e le malattie inficrivano sui marinai in rivolta contro i Colombo, sobillati dai fratelli Porras. Cristoforo, colpito da gotta e sempre più sfiduciato, dopo aver spedito verso la Española Bartolomeo Fieschi e, Diego Méndez su due canoe, preferì convincere il C. a desistere dall'idea di soffocare la rivolta ormai aperta dei marinai, decisi a ritornare in Castiglia e per questo imbarcatisi verso la Española su due canoe. Trascorsi otto mesi senza.che si avessero notizie del Fieschi e del Méndez, tra gli uomini rimasti accanto ai Colombo fu organizzata una congiura, guidata da certo maestro Bernal, placatasi fortunataménte grazie all'arrivo della nave inviata dall'Ovando (marzo 1504). Ritornati indietro i rivoltosi guidati dai Porras che non erano riusciti a raggiungere la Española e fallito un tentativo di accordo, nella scaramuccia di Mayma (17 maggio) il C. riuscì a catturare Francisco de Porras, restando ferito ad una mano.

Arrivata la nave che il Méndez aveva comprato a Santo Domingo e imbarcatisi i superstiti (28 giugno), iniziò con non minor travaglio il viaggio di ritorno verso la Española, raggiunta il 13 agosto. Dopo aver noleggiato una nave, affidata al C., si fece ritorno in Spagna, sbarcando a Sanlúcar de Barrameda il 7 nov. 1504. I Colombo furono accolti a corte nel maggio dell'anno successivo, in un ambiente ormai indifferente alla loro sorte; iniziata la lunga e faticosa opera per rivendicare il riconoscimento dei diritti spettanti a Cristoforo, il C. fu incaricato dal fratello, ammalato e costretto a rinunciare all'intenzione di seguire il re, di incontrare donna Giovanna e don Filippo d'Austria, che egli accompagnò sino a Puebla de Sarabrix (fine giugno 1506).

Morto nel frattempo Cristoforo, il C. nel 1507, sì recò a Roma dove ottenne dal pontefice Giulio II un intervento a favore del nipote Diego presso Ferdinando e presso l'arcivescovo di Toledo, Francisco Ximenes Cisneros. In questa circostanza, egli avrebbe consegnato a fra' Gerolamo di S. Giovanni in Laterano un disegno relativo alle terre scoperte nel quarto viaggio, come afferma l'"Informatione di Bartolomeo Colombo", di cui si dirà in seguito. Nel 1509 egli accompagnò il nipote Diego alla volta del Nuovo Mondo, ma vi soggiornò per poco tempo. Ritornato in Spagna, la corte lo colmò di riconoscimenti (la proprietà della piccola isola di Mona, la sovraintendenza delle miniere eventualmente scoperte a Cuba, un repartimiento di trecento indios, la nomina a "contino" con relativo appannaggio e senza obbligo di risiedere a corte), ma, pur confermandogli il titolo di adelantado, preferì affidare ad altri le spedizioni esplorative, in particolar modo l'esplorazione dell'istmo di Darién, affidata ad Alonso de Hojeda e a Diego de Nicuesa. Nel 1512 il C. fu inviato nuovamente a Santo Domingo con l'incarico di comunicare al nipote Diego istruzioni, sollecitate dalle lamentele e dalle accuse che alla corte spagnola si levavano continuamente contro il nuovo governatore. Giunto all'Española, nel 1514 fu invitato dal re ad organizzare una spedizione per fondare colonie sulla costa, di Veragua e per governare in nome di don Diego, essendo falliti i tentativi compiuti dall'Hojeda e dal Nicuesa.

Il C., ammalato, dovette rinunciare alla spedizione; all'Española si spense, forse nella città di Concepción nella Vega Real, tra il 23 nov. 1514 e il 10 genn. 1515 (giorno in cui la regina Giovanna nominò Diego, erede del C., a succedergli nella carica di adelantado).

Il C. stese il suo testamento (non pervenutoci) il 16 apr. 1509, poco prima di partire per le Indie, consegnandolo a don Gaspare Gorricio. Il 30 ag. 1511 aggiunse un codicillo, coi quale, annullando il legato di 20.000 maravedís fatto a favore di Catalina Marron, morta nel frattempo, assegnava a sua figlia naturale Maria, di tre anni, ospitata nel monastero di S. Liandre di Siviglia, la somma di 100.000 maravedís, nel caso in cui volesse farsi suora, e, nel caso in cui volesse maritarsi, la somma di 400.000 maravedís. Il 12 ag. 1514 stese a Santo Domingo un altro testamento, anche questo a favore di Diego.

Tutte le testimonianze concordano nell'attribuire al C., oltre a grandi capacità di uomo d'azione, certamente superiori a quelle del fratello Cristoforo, anche abilità di valente marinaio oltreché di esperto cartografo. Il De La Rosa gli attribuisce la stesura di tredici carte geografiche e quattro astronomiche; Fernando ci informa della costruzione di un mappamondo o di una carta che egli, firmandosi (come riporta il Las Casas) "Bartholomeus de Terra Rubra", offrì in dono al re Enrico VII d'Inghilterra nel 1488.

Al C. sono state attribuite di volta in volta alcune carte o schizzi di terre oltreoceaniche, attribuzioni sempre incerte o discusse. In particolare, gli è stato assegnato il cimelio della Biblioteca nazionale di Parigi (raffigurante il continente tolemaico, la parte occidentale dell'Asia, l'Europa e gran parte dell'Africa), che, secondo Charles de la Roncière (v. Revelli, in La partecipazione..., 1937)autore del ritrovamento, sarebbe stato composto prima del 1493 da Cristoforo o dal C., ma che, più probabilmente, risale agli inizi del sec. XVI ed è opera di un cartografò genovese o veneto. Più controversa è l'attribuzione di tre schizzi conservati nella Biblioteca nazionale di Firenze in un volume facente parte della Miscellanea di cose geografiche, una raccolta di manoscritti e stampe composta dal geografò veneto A. Zorzi nella prima metà dei sec. XVI. Essi illustrano la Informatione di Bartolomeo Colombo sulla Navigatione di ponente et Garbin de Beragna nel Mondo Novo (pubblicata da Henri Harrisse nella sua Bibliotheca Americana vetustissima) esono fondamentali per la conoscenza delle concezioni geografiche colombiane dopo il suo quarto viaggio. Il primo schizzo rappresenta una parte dell'Africa e una parte dell'America meridionale, il secondo rappresenta una parte dell'Africa orientale, dell'Asia meridionale e orientale, iI terzo una parte dell'Asia orientale, delle coste ad Est dell'America centrale e della costa settentrionale del Sudamerica. Riprodotti dal Wieser nel 1893 e da lui attribuiti al C., per l'Almagià due schizzi rispecchierebbero le idee dello Zorzi, mentre il terzo schizzo sarebbe stato ricavato dallo Zorzi sulla base di una carta originale del C. da lui posseduta. Il Revelli, infine, pur notando che la rozzezza dei disegni escluderebbe il riferimento ad un cartografo esperto come il C., ha sostenuto che non è possibile negarne l'influenza, anche se indiretta, sulla loro stesura, data la testimonianza della stessa Informatione, secondo cui il C. avrebbe consegnato a Roma a fra' Girolamo di S. Giovanni in Laterano un disegno delle terre scoperte nel quarto viaggio. Più recente è l'attribuzione al C., avanzata dal Destombes, di una carta nautica conservata nella Biblioteca Estense di Modena.

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Approfondimenti

COLOMBO, Bartolomeo > Enciclopedia Italiana (1931)

COLOMBO, Bartolomeo. - Terzo fratello di Cristoforo, nato a Genova circa il 1460, morto nel 1514 a S. Domingo. Nel 1480 era ancora a Genova e seguì a qualche anno di distanza il fratello in Portogallo. Non conosciamo con certezza quali furono le sue ... Leggi

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Colómbo, Fernando. - Figlio naturale di Cristoforo (Cordova 1488 - Siviglia 1539); ancor giovinetto, seguì il padre nel quarto viaggio; si recò poi (1509) alle Indie col fratello Diego, governatore dell'isola Hispaniola (Haiti). Viaggiò a lungo in Europa, raccogliendo una ricca biblioteca cui è rimasto il suo nome (Biblioteca Colombina, conservata, dal 1551, nella cattedrale di Siviglia)

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