CIRILLO, Bernardino

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981)

di Vera Lettere

CIRILLO, Bernardino. - Nacque all'Aquila il 20 maggio 1500. Suo padre fu Pietro Sante de' Cirilli e Gemma Bucci la madre.

Di "casa e di famiglia popolare e di bassa fortuna - dice il C. - ma assai ben costumata e onesta" (epistolario all'Aquila, I, p. 393). A cinque anni, per la morte del padre, le condizioni economiche della famiglia diventarono più dure, restando egli con sei fratelli interamente affidati alle cure materne. Poté proseguire gli studi grazie all'interessamento di un mecenate, S. Scala aquilano, e a soli quattordici anni prese "abito e tonsura clericale... per darsi agli studi legali" (ibid., I, p. 393).

Nel 1519 morì anche la madre ed essendo egli il maggiore dei fratelli fu costretto a lasciare la scuola per occuparsi della famiglia. In quel periodo si immerse nello studio della filosofia leggendo Platone, Plotino, Trismegisto, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Nicola Cusano, senza trascurare tuttavia lo studio delle leggi. Riuscì frattanto a terminare gli studi e a conseguire il sacerdozio, ottenendo le cappellanie di S. Maria di Roio dove, dal 24 nov. 1516, godeva di un piccolo beneficio, confermatogli poi da Paolo IV vita natural durante. Ad esso poté aggiungerne due altri pure all'Aquila: le cappellanie di S. Maria Egiziaca in S. Massimo e della Visitazione in S. Maria Paganica. Con il provento, benché tenue, di tali benefici, poté riprendere gli studi a Roma dove nel 1526 conseguì il grado accademico di "decretorum doctor". Tornato all'Aquila nel 1527 gli fu affidato il cancellierato del Comune. Ma dopo pochi mesi, a causa della peste, si ritirò a Castel Borghetto, presso il confratello e amico don Marco. Il mecenate S. Scala lo costituì allora usufruttuario di un modesto casale con annesso mulino nei dintorni dell'Aquila. Fino al 1529 fu vicario di Cittaducale, incarico che lasciò per andare presso la corte di Carlo V a trattare il recupero dei contadi tolti all'Aquila e difendere la città dall'accusa di essere ribelle all'imperatore. L'ambasciata non ottenne cospicui risultati: soltanto una lettera da recapitare al viceré di Napoli, cardinale Pompeo Colonna, per trattare della questione. Giunto a Napoli, il C. si ammalò gravemente. Guarito, tornò all'ufficio di vicario a Cittaducale. Passò con lo stesso incarico a Rieti, dove si fermò tre anni, trascorsi i quali fu chiamato all'arcipretura della S. Casa di Loreto. Vi rimase diciotto anni, fino al 1553.

Fino a quel momento il C. aveva dovuto mortificare la sua inclinazione alle lettere, dedicandosi all'attività di legale che gli permetteva di sostenere la famiglia. A Loreto, senza abbandonare le sue cause presso il foro ecclesiastico, si dedicò allo studio della storia della sua città e scrisse nel 1540 gli Annali della città dell'Aquila con l'historie del suo tempo, che vennero pubblicati a Roma solamente nel 1570 (ristampa anastatica, Bologna 1974).

Vi si narrano "i fatti e successi" dell'Aquila dalla sua edificazione fino al 1535. R. Colapietra - nella Storiografia napoletana del secondo 1500, in Bolfagor, XVI (1961), p. 44 n. 72 - afferma che l'opera ha più valore letterario che storico, ma ne mette in rilievo l'importanza anche in considerazione della scarsità di storie locali scritte nel Cinquecento. Nell'introduzione il C. illustra la sua concezione della storia come memoria e quindi madre della sapienza. La storia risente dell'intento moralistico di "innalzare con laude e gloria i buoni e di deprimere i cattivi".

Nel 1553 il C. accettò il vicariato di Fermo. Il 23 maggio del 1555 fu eletto pontefice il card. Gian Pietro Carafa, la cui madre, Vittoria Camponeschi, era nativa dell'Aquila. Il C. si era reso benemerito presso costei e i nipoti per alcuni servizi loro prestati. Fu pertanto invitato a Roma da uno di essi, Carlo Carafa, che era stato appena eletto cardinale; il 2 nov. 1555 si decise a recarsi a Roma dove fu accolto da Carlo Carafa, che gli donò 50 scudi d'oro e gli fece ottenere provvisoriamente un posto nella Cancelleria apostolica. Strinse particolarmente amicizia col segretario di papa Paolo IV, l'umanista Giovanni Francesco Bini, della scuola del Sadoleto. Morto nel 1556 il Bini, il C. gli succedette nel canonicato di S. Maria Maggiore. Nello stesso anno Paolo IV lo nomiava commendatore dell'Ospedale di S. Spirito in Sassia, carica che terrà fino alla morte. Nell'anno 1557 fu nominato maestro di casa di Paolo IV, incarico che dovette abbandonare con l'elezione di Pio IV, ma che gli venne riconfermato nel 1566 con l'ascesa al soglio pontificio di Pio V. Nel 1560 Pio IV gli assegnò una "provvisione" di 300 ducati d'oro annui per provvedere alle spese dell'amministrazione dell'ospedale di S. Spirito. Economicamente forte, il C. poté sistemare i suoi parenti poveri e i numerosissimi nipoti. Nello stesso tempo, con la caduta di Carlo Carafa (1560), la sua posizione diventò molto delicata. Dové limitarsi a sostenere l'amico in carcere con lettere e parole di conforto, ma non poté fare nulla di più perché egli stesso fu sospettato e venne sottoposto ad inchiesta per quanto riguardava l'amministrazione dell'ospedale di S. Spirito. Ne uscì reintegrato nella sua fama.

A Roma il C. si adattò malamente alla vita dei cortigiani, non volendo egli fare "la bertuccia a corte" (epistolario all'Aquila, I, 305), e rifiutò per tre volte l'episcopato, adducendo ragioni che in realtà mostrano di "non aver egli mai avuto inclinazione a ciò" (epistolario all'Ambrosiana, p. 19). Tuttavia, se il C. non si sentiva disposto a sottoporsi al peso di una diocesi, era anche per non dover esercitare un'autorità repressiva che non approvava e da cui intimamente era molto più distante di quanto non potesse pubblicamente ammettere come maestro di casa di Pio V, un papa che ancora cardinale aveva avuto, una parte fondamentale nel massacro dei valdesi di Calabria (G. Miccoli, Concilio e repressione: due facce di una stessa medaglia, in La storia religiosa, in Storia, d'Italia, II, 1, Torino 1974, p. 1073). Pur volendo operare all'interno della Chiesa romana, disapprovava lo zelo eccessivo dì alcuni "riformatori... che caverebbero un morto dalla sepoltura, per appiccarlo et fame prospettiva su le forche" (epistolario a Firenze, Bibl. naz., Capp. 783 f. 158v).

Durante la seconda fase del concilio di Trento, al tempo di Pio IV, dal 2 genn. 1562 al 4 dic. 1563 il C. intrattenne corrispondenza con monsignor Muzio Calino, monsignor L. Beccadelli e col cardinale C. Madruzzo, il quale a suo tempo aveva approvato entusiasticamente IlTrattato utilissimo del beneficio di Cristo, iltesto più famoso dell'evangelismo italiano (Benedetto da Mantova, Ilbeneficio di Cristo... Documenti e testimonianze, a cura dì S. Caponetto, Firenze 1972, p. 435, 455, 470).

In una postilla, in data 27 sett. 1575, apposta a un documento della Biblioteca Vaticana (Capp. 239, f. 206v) il C.viene definito "uno de' belli spiriti de la nostra età... Come dimostra questa lettera la quale egli scrisse in proposito della severità e zelo di Pio V e del cardinale Borromeo secondo lui forse troppo rigidi et fervidi ne le riforme a le quali si attendeva gagliardamente sotto quel pontificato". La lettera è indirizzata a monsignor Calino, già deputato al concilio di Trento e in quel tempo - 6 maggio 1568 -vescovo di Terni. Il C. affermava che "il por mano a censura, a rigori, tumultuare, empir il mondo di timori o di gride non è a proposito" (Bibl. Apost. Vat., Capp. 239, f. 196;Firenze, Bibl. naz., Capp. 78, f. 149v).

Egli godeva fama di letterato tra i suoi amici e corrispondenti e a lui si rivolgeva il 16 luglio 1573 il cardinale Ferdinando de' Medici, notificandogli la disapprovazione dei letterati toscani per la nuova edizione mutila del Decameròn (Firenze 1573) e pregandolo di intervenire presso il pontefice Gregorio XIII perché la censura venisse mitigata (Vanti, p. 47). Ma la posizione del commendatore di S. Spirito era diventata difficile. L'iniziativa che procurò maggiori noie al C. fu la ricostruzione dell'ospedale di S. Spirito. Egli assicurava che l'ospedale era in pericolo e si rendeva perciò necessaria una seria ricostruzione edilizia. I lavori ebbero inizio con l'ascesa al soglio pontificio di Pio V, nel 1566: venne completata la chiesa e ricostruito l'ospedale cui fu aggiunto il grandioso palazzo del commendatore. Sennonché, accusato di cattiva amministrazione, il C. venne sottoposto a visita. Un Avviso di Roma del 27 febbr. 1574 informa che i "Theatini ricercano S.S. del governo di S. Spirito, et si intende che già siano stati levati i libri dei conti a Mons. Cirillo, governatore dell'ospedale" (Bibl. Apost. Vat., Urb. lat. 1044, f. 40). Tuttavia la visita apostolica si volse in suo favore.

Il C. morì a Roma il 19 giugno 1575; fu sepolto nella chiesa di S. Spirito in Sassia.

Oltre agli Annali dell'Aquila il C. compose un Trattato sopra l'historia della Santa Chiesa et Casa della gloriosa Madonna Maria Vergine di Loreto, Venezia 1572. Alla Biblioteca Vaticana si conserva manoscritta una Relatione della fabrica e casa di S. Spirito di Roma (Ottob. lat. 2473, pp. 179-184). Altri lavori manoscritti andarono perduti. Dal suo epistolario si ha infatti notizia di una "Raccolta di tutte le materie di Dionisio Areopagita appartenenti alla teologia mistica e al trattato De divinis nominibus". Il C. ridusse in versi il De Ente et Uno di Pico della Mirandola; tradusse in volgare i cinque libri di Procopio sulle guerre dei Goti. Compose una Storia di Giobbe e un Pianto della Vergine, rappresentati con successo all'Aquila. Scrisse inoltre gli "Elogi degli uomini virtuosi e valorosi della sua patria"e alcuni "Trattati morali e civili spettanti al politico governo della città sua et all'istruzione dei cittadini".

Fonti e Bibl.: Fonte principale è l'epist. del C. in otto grandi voll., più un nono di autore anon. contenente la vita e il testamento. I primi due volumi si conservano presso la Bibl. prov. dell'Aquila, i rimanenti sono stati depositati nella Bibl. Lancisiana a S. Spirito in Roma (Coll. Cortelli);un altro volume di lettere del C. si trova alla Bibl. naz. di Firenze, Capponi, 78; trenta lettere del C. sono all'Ambrosiana di Milano, Cod. Misc. S. 77 sup. Una sua lettera è pubblic. in Lettere volgari di diversi nobilissimi uomini, Venezia 1567, pp. 216-224; cfr. inoltre: A. Caro, Delle lettere familiari, a cura di A. Greco, I, Firenze 1957, p. 353; P. Aretino, Lettere sull'arte, a cura di F. Pertile-E. Camesasco, II, Milano 1960, pp. 25 s.; G. Pico Fonticilano, Breve descr. di sette città illustri d'Italia, Aquila 1582, p. 19; C. Minieri Riccio, Bibl. storico-topografica degli Abruzzi, Napoli 1862, pp. 93 s., 115, 165; V. Forcella, Iscrizioni delle chiese... di Roma, VI, Roma 1874, p. 398, n. 1220; A. De Nino, Cronachetta anon. sulla famiglia dell'onnalista aquilano B. C., in Riv. abruzzese di scienze, lett. ed arti, XV(1900), 1-2, pp. 12-20; L. Palatini, B. C. nel IV centenario della sua nascita, in Bollettino della Società di storta patria A. L. Antinori negli Abruzzi, XII (1900), pp. 81-109; O. D'Angelo, B. C. e il suo epist. manoscritto, ibid., XV(1903), pp. 101-131; L. Rivera, Mecenati e artisti abruzzesi in Roma, Roma 1931, pp. 293 s.; M. Vanti, Mons. B. C. commendatore e maestro generale dell'Ordine di S. Spirito 1556-1575, Roma 1936; R. De Maio, A. Carafa, Città del Vaticano 1961, pp. XVIII, 27, 46, 101 s., 106, 275-277, 285; R. Aurini, Diz. bibl. della gente d'Abruzzo, II, Teramo 1955, pp. 91-98.

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