Ambedkar, Bhimrao Ramji

Ambedkar, Bhimrao Ramji

Dizionario di Storia (2010)

Ambedkar, Bhimrao Ramji Giurista e politico indiano (Mhow, Maharastra 1891-Nuova Delhi 1956). Di casta Mahar, importante comunità «intoccabile» del Maharastra, nel 1907 superò l’esame di ammissione all’università di Bombay, dove studiò giurisprudenza. Nel 1913, vinta una borsa di studio, andò a studiare all’estero. Ottenuti due diplomi dottorali presso la Columbia University di New York e la London school of economics – nel frattempo ebbe anche una breve, infelice esperienza, tornato in patria, quale ministro delle Finanze dello Stato di Baroda – e conseguita una seconda laurea in Economia nell’università di Bonn, rientrò nel 1924 a Bombay, dove praticò l’avvocatura e ottenne la docenza universitaria, ma subì discriminazioni per il suo status di intoccabile. Già negli Stati Uniti era venuto in contatto col noto leader nazionalista Lala Lajpat Rai e a Londra aveva avuto modo d’incontrare il segretario di Stato per l’India E.S. Montagu e V.J. Patel, e anche con questi aveva discusso della futura evoluzione del sistema costituzionale indiano, auspicando una autentica riforma della vita sociale che garantisse il rispetto dei diritti di tutti. Assunse un ruolo guida nel movimento delle «classi depresse» e fu invitato dagli inglesi alla Round table conference: qui si ritrovò in un folto gruppo di portavoce delle più disparate minoranze, sapientemente selezionati dai dominatori coloniali per controbattere la richiesta di swaraj (autogoverno) avanzata dai nazionalisti. A. riuscì però a sfruttare quell’occasione per accrescere il prestigio della sua leadership, senza per questo porsi in antitesi al movimento antibritannico: considerava infatti l’indipendenza politica un passaggio necessario verso l’abbattimento di poteri e privilegi consolidati. Nel 1932 si contrappose a Gandhi circa la creazione di elettorati separati per gli intoccabili, da lui auspicati e dall’altro invece considerata misura catastrofica, ma in seguito accettò un compromesso (patto di Pune). Proseguì la carriera politica fondando prima l’Independent labour party (1936), mediante il quale tentò invano di costruire una piattaforma economica unitaria delle classi inferiori, e poi la All-India scheduled castes federation (1942), maggiormente rivolta alle specifiche esigenze sociali e politiche delle caste intoccabili. Dopo il 1947 partecipò all’Assemblea costituente e fu posto alla presidenza del comitato incaricato di redigere il testo della Costituzione indiana (entrato in vigore nella sua interezza il 26 gennaio 1950). La Costituzione conteneva ben 395 articoli e 8 schedules (liste), nei quali sostanzialmente veniva adottata una via intermedia fra la sovranità parlamentare all’inglese, dove protagonista era il popolo attraverso i suoi rappresentanti, e il «legalismo» all’americana, il quale comportava la costante vigilanza di una magistratura indipendente sull’azione legislativa del governo. Si sottolineava il prevalere dell’«indistruttibile» unità dello Stato sulla dimensione federale, ma si cercava di raggiungere un equilibrio fra centralismo e stabilità da una parte, e flessibilità e autonomia dall’altra. Gli architetti della Costituzione, secondo A., dovevano inoltre prefiggersi l’obiettivo di educare il popolo indiano alla democrazia. Chiamato da J. Nehru a far parte del governo interinale nel 1946, e quindi del primo governo dell’India indipendente in qualità di ministro della Giustizia, A. propose fra l’altro una riforma del codice civile indù che avrebbe tutelato individui e classi tradizionalmente emarginati o svantaggiati. Questa fondamentale riforma della società indù fu osteggiata da alcuni colleghi di gabinetto, e venne momentaneamente accantonata. Nel 1951 A. introdusse la legge sulla rappresentanza popolare, che stabiliva i requisiti necessari a esercitare il diritto di voto (universale), e le procedure da seguire nel corso delle elezioni. A. era convinto che il fenomeno dell’intoccabilità fosse intimamente connesso alle strutture sociali e alla visione religiosa proprie del mondo indù, e per questo giunse alla conversione al buddhismo. Per propagare queste idee tenne numerose conferenze, in India e nei Paesi limitrofi, diresse alcune riviste e fondò, nel 1955, la Bharatiya buddha mahasabha («Grande assemblea buddhista indiana»). All’interpretazione del problema dell’intoccabilità in India egli aveva intanto dedicato diverse riflessioni, tra cui il saggio The untouchables, pubblicato nel 1948. A fianco di interpretazioni storiche a tratti fantasiose, egli sostenne in tali suoi scritti che l’esistenza delle caste era del tutto incompatibile con l’ideale di una nazione moderna, efficiente, egalitaria, guidata da un robusto senso civico, e culturalmente dinamica. In questo senso l’opera di A. può essere interpretata come la ricerca di una mediazione fra un’istanza egalitaria e libertaria, e la rivalutazione di un’essenza culturale indiana ritenuta più adeguata alle particolari esigenze di un mondo in trasformazione. Nel 1990 il governo indiano gli conferì il titolo di bharat ratna, massima onorificenza civile.