CAMINO, Biaquino da

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 17 (1974)

di Josef Riedmann

CAMINO, Biaquino da. - Secondo di questo nome, figlio di Guecellone (III) di Gabriele (II), nacque intorno al 1220, da antica e nobile famiglia di feudatari del Patriarca di Aquileia.

Di origine longobarda, i Camino appartenevano verosimilmente allo stesso ceppo gentilizio dei conti di Collalto. Nel sec. XI ottenevano, con ogni probabilità dall'imperatore Corrado II, possedimenti nel territorio di Ceneda, ma solo a partire dal 1100 circa gli esponenti della famiglia - che per il momento si definiva, de Montanara - sono identificabili storicamente con maggior precisione. Dai vescovi di Ceneda e dalla Chiesa di Feltre-Belluno, come anche dal patriarcato di Aquileia, i Camino ottennero ricchi feudi, che vennero in seguito ampliati grazie ad una accorta politica matrimoniale. Particolarmente significativi erano i diritti di signoria che essi godevano nel Cadore, nel territorio di Treviso e di Oderzo, ed in quello di Serravalle (Ceneda), grazie ai quali potevano controllare l'importantissima arteria che dal Sud (Venezia) portava verso la Germania.

Il C. viene ricordato per la prima volta dalle fonti a noi note nel 1233, quando, in seguito all'assassinio di Marino Dandolo in cui era implicato come mandante Guecellone (V) da Camino, i possedimenti della sua famiglia venivano confiscati da Treviso. Il C. faceva parte allora, insierne con suo cugino Guecellone (V) e il fratello di questo Tolberto (II), di una lega cui avevano aderito anche Conegliano, Ceneda, il vescovo di Feltre e Belluno, il patriarca Bertoldo di Aquileia, e Vicenza. Egli sembra aver svolto un ruolo preminente soprattutto a Conegliano. Le sanguinose lotte tra questa lega da una parte ed i Trevigiani e i loro alleati dall'altra, ebbero solo una temporanea interruzione grazie agli sforzi di frate Giovanni da Vicenza. L'arbitrato del 28 ag. 1233 con cui a Paquara il predicatore cercò di porre termine alle lotte nella Marca fu particolarmente sfavorevole per i Caminesi; la pronta ed energica opposizione all'arbitrato portò al completo fallimento dell'azione di frate Giovanni.

Un miglioramento della situazione dei Camino si produsse, dopo parecchie difficoltà nel 1235, in seguito al passaggio di Treviso nel campo guelfa. Nelle ulteriori lotte tra i due partiti la famiglia sembra essersi temporancamente avvicinata all'imperatore. All'inizio del 1239 il C. soggiornò con Guecellone alla corte dell'imperatore Federico II a S. Giustina a Padova, dove si erano ritrovati anche Ezzelino ed Alberico da Romano. Questa alleanza non durò tuttavia a lungo. Quando, il 14 maggio di quello stesso anno, Alberico da Romano passò nel campo guelfo ed assoggettò Treviso, lo fece con l'attivo appoggio del C. e di Guecellone. In seguito, dopo che Guecellone accanto ad Alberico da Romano, nel nuovo centro antiezzeliniano ed antimperiale, ebbe rivestito per una prima volta la carica di podestà, anche il C. ricoprì quell'ufficio negli anni 1241-1243. Anche fuori di Treviso, il C. fu infaticabile al servizio dei guelfi, come in occasione dell'assedio di Ferrara dell'anno 1240. L'importante ed autorevole posizione che egli aveva raggiunto risulta anche dal fatto che a lui - così come a Guecellone e ad Alberico da Romano - furono indirizzati per due volte nel 1240 precisi inviti da parte di Gregorio IX affinché presenziasse al concilio previsto per il marzo del 1241. Un'altra lettera gli fu indirizzata nel 1243 da papa Innocenzo IV (Böhmer, n. 7402).

Dopo la morte di Guecellone (1242), quando il fratello di questo, Tolberto (II), quale unico membro maggiorenne del ramo dei Camino "di sotto", passava dalla parte di Ezzelino da Romano, il C. rimase un fervente difensore della tradizionale direttiva guelfa della sua casa. Insieme con Alberico da Romano comandò l'esercito dei Trevigiani vittorioso sui Padovani presso Rovigo (26 luglio 1243). Come capitano generale difese le città di Feltre e Belluno contro Ezzelino, finché nel 1248 Feltre e l'anno successivo anche Belluno dovettero arrendersi al signore di Romano. Anche uno dei figli del C., Tisone, che era stato eletto vescovo di Feltre e Belluno con dispensa papale nel 1247, non poté prendere possesso indisturbato della sua carica. In quello stesso anno il C. aveva preso parte, al fianco del legato apostolico Gregorio di Montelongo, alla difesa di Parma contro Federico II. La lega, che egli strinse nel 1749 ad Udine col patriarca Bertoldo di Aquileia, col marchese d'Este, col conte di San Bonifacio e con le città di Brescia, Mantova e Ferrara, non riuscì tuttavia ad impedire che Ezzelino da Romano sottraesse sempre più e quasi totalmente al C. le basi stesse della sua potenza. In seguito il C. compare più volte in documenti patriarcali: nel 1251 come testimone alla pace che il patriarca Bertoldo concluse con il conte Mainardo III di Gorizia; l'anno dopo, quando Gregorio di Montelongo, successore di Bertoldo, confermò questo accordo; ed ancora nel 1255, quando il conte di Gorizia giurò l'accordo concluso dal patriarca con Venezia. Fu forse grazie a questa sua dimestichezza con il patriarca che il C. fu da lui investito di diritti nel Cadore dietro pagamento di una somma di danaro.

Nella lotta contro Ezzelino ed Alberico da Romano il C. assunse anche in seguito una posizione di guida, prendendo parte, con sue truppe, alla difesa di Padova contro Ezzelino. Sembra che fosse anche responsabile della terribile sconfitta patita a Gambara dall'esercito del legato pontificio, l'arcivescovo Filippo di Ravenna, nell'agosto del 1258. Dopo il crollo della signoria dei da Romano (1259), riuscì al C. di riallacciare le alleanze tradizionali della sua famiglia, e di rientrare in possesso dei diritti della sua casata. Giunse ad un accomodamento anche con Guecellone (VI), il figlio di Tolberto (II) che si era sempre schierato dalla parte dei da Romano. I beni dei membri della famiglia morti senza eredi legittimi furono divisi sulla base d'un arbitrato di Tiso (VII) da Camposampiero. Il C. mantenne soprattutto diritti di signoria nel Cadore, che esercitava attraverso suoi rappresentanti. Inoltre dispose di beni e feudi nella contea di Ceneda.

L'influenza dei Caminesi nel governo della città di Treviso divenne sempre più evidente nel decennio 1260-70. Essi appoggiarono, nelle lotte intestine tra le diverse fazioni nobiliari, il partito guelfa. Questo appoggio costituì una valida base di partenza per la rapida ascesa e la posizione di predominio raggiunta a Treviso dal figlio del C., Gherardo. Il C. morì nel luglio del 1274.

Il C. aveva sposato, ignoriamo quando, India di Camposampiero, e, dopo la morte di questa, unn nobildonna da identificarsi forse con Beatrice dei Guidotti. Dai due matrimoni aveva avuto numerosi figli: oltre a Tisone, vescovo di Feltre e Belluno nel 1247 e a Gherardo, Sovrana, sposa ad Ugone di Taufers e poi badessa di S. Giustina di Serravalle; Saray, che sposò Gabriele di Guido di Negro; Engelinda, sposa a Tiso (VIII) da Camposampiero. A questi sono da aggiungersi forse altre due figlie, Aica ed Agnese, e due figli naturali, Serravalle, nato nel 1262, e Bernardino, che fu chierico.

Fonti e Bibl.: J. F. Böhmer, Regesta Imperii, V, Innsbruck 1901, nn. 7402, 13285a, 13407, 13626a, 13669a, 13870; H. Wiesflecker, Die Regesten der Grafen von Görz und Tirol, Pfalzgrafen in Kärnten, I, Innsbruck 1949, nn. 558, 568, 623, 716, 746; G. B. Picotti, I Caminesi e la loro signoria in Treviso dal 1283al 1312, Livorno 1905, pp. 47 ss. (con ulteriori indicazioni bibliografiche); G. Biscaro, I falsi documenti del vescovo di Ceneda Francesco Ramponi, in Bull. dell'Ist. stor. ital. … e archivio muratoriano, XLIII (1925), pp. 93-178 (particolarmente 126 ss.); G. da Camino, I da Camino della Marca Trevigiana, Torino s.d. (ma 1958), pp. 12 s.; G. Richebuono, Ampezzo di Cadore dal 1156 al 1335, Belluno 1962, pp. 36 ss.

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