BRANCALEONI, Brancaleone

BRANCALEONI, Brancaleone

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 13 (1971)
di Gino Franceschini

BRANCALEONI, Brancaleone (Branca, Branchino). - Figlio di Monaldo nacque intorno al 1295 e fu fratello di Antonio abate di S. Cristoforo e di Francesco vescovo di Camerino. Conosciuto più comunemente nei documenti col nome di Branca o Branchino, il B. è certamente la personalità di maggior rilievo della casata metaurense. Succeduto al padre intorno al 1320, si rese benemerito della Curia avignonese militando fra il secondo e il terzo decennio del sec. XIV contro Federico da Montefeltro, conte di Urbino e duca di Spoleto: meritò infatti gli elogi di Giovanni XXII, che con breve del 22 nov. 1321 si rivolgeva a lui "sicut benedictionis filius", incitandolo a proseguire strenuamente nella lotta e assicurandolo della benevolenza pontificia verso la sua famiglia (Arch. Vat., Reg., III, t. III, f. 102v., n. 410), benevolenza di cui il B. ebbe un particolar segno nel 1328, quando suo fratello Francesco fu elevato alla sede vescovile di Camerino.

Quale alleato di Firenze e di Perugia prese parte alla lega guelfa promossa contro i Tarlati da Pietramala, che avevano dato vita tra Tevere e Arno a una signoria incardinata su Arezzo e Città di Castello. L'improvvisa morte dei due capi ghibellini toscani, del vescovo di Arezzo Guido Tarlati prima (21 ott. 1327) e di Castruccio degli Antelminelli signore di Lucca e di Pisa di lì a poco (3 sett. 1328), consentì a Firenze di rivolgere tutte le forze contro i Tarlati, che il 7 maggio 1336 dovettero scendere a patti. In virtù di questa capitolazione il B. occupò con le armi Mercatello, che però non molto dopo, su invito di Benedetto XII e per la mediazione di Perugia, restituì alla Chiesa. Capitano di guerra di Siena nel 1339, fu confermato nell'ufficio sino all'ottobre del 1340 e si ricordarono a lungo come assai sagge le misure da lui prese per alleviare la carestia che affliggeva la città.

Sebbene in un'inchiesta tenuta a Camerino il 1º giugno 1341 ad opera del legato Giovanni di Amelio, un giurisperito chiamato a testimoniare affermasse che in Castel Durante e in Sant'Angelo in Vado signoreggiava, "tiramnice et sine titulo" Branchino di Monaldo Brancaleoni, si deve supporre che in difetto di una regolare concessione del vicariato, egli governasse quelle terre col tacito consenso dei legati apostolici. Nonostante qualche momentaneo screzio con la Curia avignonese è certo ch'egli aveva la "custodia castrorum" e che da lui dipendevano i capitani e le milizie poste a custodia dei castelli situati nella Val Metauro. Da una serie di atti compiuti fra il 15 e il 22 dicembre 1347 sappiamo che, oltre Castel Durante e Sant'angelo in Vado, ubbidivano al B. anche Torre Abbazia, Sassocorvaro, Lunano. Sorbetolo, Monte d'Elci, il Peglio e Castel della Pieve, castelli e terre situati nelle valli del Metauro e del Foglia. Tutti questi luoghi "supposita et respondentia ad magnificum virum Branchinum quondam Munaldi de Brancaleonibus", per resistere alle molestie dei ghibellini marchigiani sostenuti dai Visconti di Milano, deliberarono di porsi sotto la protezione di Perugia, ed il 28 dello stesso mese ne firmarono i capitoli.Durante la guerra tra l'arcivescovo Giovanni Visconti e Firenze, il B. si schierò con la Repubblica e il 14 marzo 1350 gli ufficiali della guerra deliberarono di mandargli a mezzo di Giovanni Lippi 514 fiorini "aciò che il soldo di uno mese si dea per voi a quelli cento balestrieri che venire debbono ai nostri servigi"; e con una serie di atti fra il marzo e il luglio di quell'anno, gli stessi ufficiali condussero altri conestabili e balestrieri e fanti metaurensi, e provvidero al pagamento del loro soldo (Arch. di Stato di Firenze, Otto di Balia, R. 6, c. 40v, 53r, 66r, 98v). Per un articolo della pace di Sarzana tra il Visconti da un lato e Firenze e Perugia dall'altro (marzo 1353), nella quale il B. era compreso quale aderente e raccomandato di Perugia, dovette restituire a Neri della Faggiola Castel della Pieve in Val Metauro, e il 17 giugno 1354 in Sant'Angelo in Vado, dopo una mediazione compiuta da Città di Castello, si pacificava con lui.

Ma la venuta in Italia del nuovo legato, Egidio Albornoz, rialzò le sorti delle piccole signorie di tradizione guelfa, e il B. fu eletto arbitro tra Città di Castello, gli Ubaldini e i marchesi del Monte Santa Maria per la esecuzione delle clausole della pace: l'8, dic. 1354 nella cattedrale della città altotiberina emanava il suo lodo (Città di Castello, Arch. com., Annales, I, c. 126v), nel quale si potevano intravvedere già le posizioni di vantaggio che la presenza del legato e la sua crescente fortuna assicuravano alle piccole signorie sulle quali egli si appoggiava contro i più potenti. Fin dal 26 sett. 1353 infatti il legato s'era rivolto al B. invitandolo a mandargli cinquanta balestrieri per la guerra contro Giovanni di Vico, e richieste siffatte si rinnovarono per un decennio. Nel 1355 poi, per le benemerenze acquisite dai Brancaleoni, il legato concedeva a Niccolò Filippo, suo primogenito, il governo della provincia di Massa Trabaria, e rinnovava la concessione per un quadriennio. Dal novembre del 1358 fino al novembre del 1359 il B. stesso fu vicario di Orvieto per il legato Androin de la Roche; nel maggio del 1361 poi l'Albornoz gli concesse, contro compenso di 5.000 fiorini, l'investitura di Mercatello. In quest'occasione, il B. mandò il figlio naturale Antonio quale ostaggio a Firenze, per procacciarsi il denaro. Sui primi del 1362, desideroso di sopire discordie tra i suoi fedeli, il legato mandò Bonifacio, vescovo di Orvieto, al conte di Montefeltro e al B. "ad sedanda componendaque dissidia exorta inter eos".

Ma era inevitabile che l'azione politica del legato trovasse prima o poi nella solidarietà degli interessi e nei legami di parentela di questi vassalli della Chiesa un qualche intoppo, come avvenne infatti nel 1363 quando l'Albornoz rivolse le armi contro Francesco degli Ordelaffi e la città di Forlì. In quell'occasione l'antica fedeltà dei Brancaleoni vacillò. Il 5 aprile il legato aveva invitato il B. ad andare o mandare un suo figlio nell'esercito contro Forlì con cento balestrieri e il 16 aprile si rivolgeva ai consoli di Castel Durante, perché mandassero soldati per tre mesi: ma né l'una richiesta né l'altra ebbero esito alcuno. Il 22 aprile il legato rimproverava aspramente i Brancaleoni e il Comune di Castel Durante, e richiedeva l'invio di truppe, minacciando gravi sanzioni. La situazione dei Brancaleoni si fece ancora più difficile quando essi conclusero la pace con i Montefeltro. Già due anni prima, nel 1361, il B. si era fatto garante verso la città di Siena dell'osservanza dei patti stipulati da parte del conte Niccolò da Montefeltro, comandante della compagnia degli Italici o compagnia del Cappelletto. I sempre più stretti vincoli d'amicizia con gli antichi nemici non mancavano di suscitare le diffidenze del legato. La minaccia poi portata alle terre della Chiesa dalle soldatesche di Ambrogio Visconti, bastardo di Barnabò, che aveva trovato nelle terre dei Brancaleoni agevole ricetto, indusse il legato, sui primi del 1366, a richiedere la consegna di alcuni castelli, che assicuravano le comunicazioni tra la valle del Metauro e l'alta valle del Tevere. A placare le diffidenze del legato, il B. si recò con uno dei suoi figli ad Ancona, presso l'Albornoz, che tuttavia li trattenne come ostaggi. A questa notizia il figlio maggiore del B., Niccolò Filippo, alzò il vessillo della rivolta, tirandosi addosso le armi pontificie. Il 6 ott. 1366, secondo l'affermazione di un cronista tifernate, l'Albornoz pose l'assedio a Castel Durante e a Sant'Angelo in Vado, portando con sé il B. che tuttavia per testimonianza dello stesso successore dell'Albornoz, cardinale Anglico Grimoard, non sarebbe stato d'accordo con il figlio ribelle. Ma non riuscì a riconquistare la libertà: dopo l'occupazione di Castel Durante da parte dei pontifici e il confino, imposto ai figli Niccolò Filippo e Gentile, rimase con il figlio Pier Francesco quale ostaggio presso il nuovo legato a Bologna ed il 23 nov. 1370 figura come teste presente alla pace tra Perugia e la Chiesa. Nelle istruzioni al suo successore, la cosiddetta Descriptio Romandiolae, il cardinale Grimoard giustificò questo provvedimento con il pericolo che la presenza del B. nelle sue terre, dove egli godeva della massima autorità, avrebbe potuto costituire per la Chiesa. Acconsentendo ad una richiesta del B., Gregorio XI, il 1º maggio 1375, ordinò al cardinale Pietro d'Estaing, succeduto al Grimoard, di permettergli di risiedere a Rimini per il beneficio del clima, mantenendogli la consueta provvisione.

Sul finire del 1375, in occasione della generale rivolta delle terre della Chiesa, il B. ritornò a Castel Durante con il consenso del cardinal legato Guglielmo di Noellet, il quale in tanta distretta non vide migliore espediente per poter contenere la travolgente fortuna di Antonio da Montefeltro e dei ghibellini marchigiani, sostenuti dalla lega fra Firenze e Bernabò Visconti. Rapidamente il B. riguadagnò le antiche benemerenze presso la Curia, schierandosi in difesa della parte ecclesiastica, tanto che sin dal 29 luglio 1376 è qualificato come rettore pontificio della Massa Trabaria. Il 26 novembre di quello stesso anno egli e il figlio Niccolò Filippo si trovavano presso il legato Roberto da Ginevra a Bologna quali consiglieri militari, e da Bologna mandavano a Siena notizie sulle temute orde dei Bretoni. Il conflitto con la lega capitanata da Firenze che sui monti della Massa Trabaria aveva validi alleati nei Montefeltro e in Città di Castello, si protrasse per tre anni ed ebbe per i Brancaleoni momenti drammatici. Ma nel 1378 si giunse alla pace e per la mediazione di Galeotto Malatesta i Brancaleoni ebbero l'agognato compenso di Mercatello. Liberato dalle ostilità di Città di Castello, il B. poté mandare cinquecento fanti delle sue terre in aiuto del signore di Rimini per l'acquisto di Cesena.

Sappiamo che il 2 maggio 1379, giorno in cui d'accordo con il signore di Rimini sollecitava i priori di Perugia perché si adoperassero a comporre le inimicizie tra Città di Castello e alcuni ribelli, era ancora vivo; ma il 25 luglio di quello stesso anno, in un atto rogato in Castel Durante e conservatoci da una pergamena della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, è già indicato come defunto. Lasciava tre figli, Niccolò Filippo, Pier Francesco e Gentile, e alcune figlie, oltre un figlio naturale, Antonio.

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