BRIGANTAGGIO

BRIGANTAGGIO

Enciclopedia Italiana (1930)
di M. A. L., R. Ci.

BRIGANTAGGIO. - È un fenomeno, caratteristico di tutti i paesi in determinate fasi di sviluppo sociale e politico, per il quale bande di malfattori riunite e disciplinate sotto l'autorità di un capo, attentano a mano armata alle persone e alla proprietà.

Nel mondo antico. - Il fenomeno del brigantaggio assunse vera e propria gravità solamente nella storia del mondo romano, e non solamente sotto l'Impero, ma anche sotto la Repubblica. Già nel 185 a. C. il pretore Postumio organizzò grandi spedizioni di polizia per la repressione del brigantaggio in Italia, e lo colpì nel suo covo, nella regione di Taranto; all'epoca di Cesare il pericolo era nuovamente gravissimo e si sa da Appiano di un accurato lavoro di polizia fatto per tutto un anno da Sabino. Le bande che infestavano Italia e Sardegna furono una delle preoccupazioni dell'età augustea. Augusto organizzò all'uopo una spedizione per colpirli anche in Asia Minore, in Spagna, e se ne servì come pretesto per l'istituzione di posti militari armati in Italia; ma la sua opera fu così poco fruttuosa che la Sardegna, ai tempi di Tiberio, era in tali condizioni da obbligare l'imperatore a deportarvi una colonia di 4000 liberti ebrei allo scopo preciso di combattere i briganti e cacciarli dall'isola. Lo stesso sviluppo delle guerre civili degli ultimi tempi della Repubblica aveva introdotto nelle popolazioni grandi quantità di persone prive di posizione sociale, rotte alla violenza per il mestiere della guerra lungamente praticato, e abituate al saccheggio e alle ruberie. La crisi economica che aveva, si può dire, devastata l'economia italica, aveva create anche grandi masse di disoccupati, come del resto avveniva, sempre in seguito alle guerre di conquista, anche in molte provincie. Dati questi precedenti, ben si comprendono le difficili condizioni in cui si trovò l'Impero nascente; e, benché non si fosse risparmiata dai migliori degli imperatori nessuna cura per riordinare le condizioni di sicurezza e di viabilità dell'Impero, l'Italia, le sue isole, l'Asia Minore, l'Egitto e l'Africa furono sempre in lotta contro i briganti. Nel Basso Impero la piaga s'accrebbe e sovente gli stessi funzionarî partecipavano a imprese o erano complici di bande brigantesche.

La giurisprudenza classica che accostava i latrones (briganti) ai praedones (pirati), riconosceva naturalmente molte categorie di crimini nel brigantaggio, a seconda se si esercitava con bande o no e se portava o no ad aggressioni a mano armata. Man mano che, verso la decadenza della Repubblica, il male si aggravava, la legislazione in proposito si faceva più precisa. Silla comprendeva anche i latrones nei rigori della legge de sicariis (furti faciendi causa cum telo ambulant), e le pene che li colpivano erano, in generale, le stesse che colpivano quelli che si macchiavano di omicidio comune, ma i più importanti e noti briganti venivano puniti anche più severamente, cioè crocifiggendoli o gettandoli alle bestie feroci nei circhi, affinché il loro supplizio servisse d'esempio. I questori e i triumviri capitales erano i magistrati competenti per queste repressioni durante la Repubblica; sotto l'Impero il praefectus urbis o il praefectus vigilum; sovente si creavano anche poteri speciali.

Bibl.: Humbert e Lécrivain, in Daremberg e Saglio, Diction. des antiquités grec. et rom., s. v. Latrocinium; Hirschfeld, in Sitzungsberichte d. Berl. Akad., 1891, p. 859 segg.; id., Kleine Schriften, p. 576 segg.; Pfaff, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., XII, p. 978.

Medioevo ed età moderna. - Il fenomeno del brigantaggio dipende da cause varie, sociali e politiche; quando e dove, ad esempio, l'autorità statale è debole e manca un'organizzazione militare regolare, le milizie mercenarie facilmente si mutano in bande brigantesche. Così in Italia al tempo del mercenarismo, nei secoli XIV e XV; in Francia, alla fine della guerra dei Cento anni, e fin sotto le monarchie assolute, p. es. negli eserciti di Luigi XIV. Vi sono poi epoche di dissolvimento di una determinata classe, durante le quali è facile che in essa si verifichino manifestazioni di brigantaggio. La Germania del sec. XV e dei primordî del XVI è il paese tipico di questa forma: piccoli o grandi feudatarî, ma specialmente cavalieri, si fanno svaligiatori di monasteri e di cittadini e intervengono nelle faccende politiche, mescolando il carattere di capo partito con quello di capo brigante. Così è il famoso Franz von Sickingen, terrore delle città a lui vicine e poi glorificato da Ulrich von Hutten come spada di Lutero. Anziché dalle classi feudali, il brigantaggio può trarre alimento dai bassi strati della popolazione. E allora, specialmente nei secoli XVI-XVIII, ecco gruppi di contadini che, oppressi dal fisco, angariati dai padroni, abbandonano il loro villaggio, si buttano alla macchia, depredano quanto possono depredare, forti delle non celate simpatie delle classi umili. Come preludio o strascico di rivolgimenti politici e sociali, il brigantaggio gettava un'ombra sulla vita di molti popoli, per altro verso civili, ancora nel secolo scorso: in Spagna, in Grecia, e, più o meno, in tutti gli Stati balcanici, in Corsica, in Persia, nell'Asia Minore, nella California e nel Middle West nordamericano. E non vi è ancora scomparso del tutto; onde il sorgere di tribunali popolari per la difesa della proprietà (Vigilance-Committees negli Stati Uniti d'America).

Particolare rilievo per il suo carattere politico e sociale e per le sue ripercussioni nella storia del Regno d'Italia nel periodo della sua formazione è il brigantaggio del Mezzogiorno, negli anni immediatamente seguenti al 1860. Già nel 1799, il brigantaggio nel Mezzogiorno era stato tutt'altro che un episodio di mera criminalità, assurgendo invece ad alto valore politico. Era organizzato infatti secondo le finalità della reazione antifrancese, e fu di questa reazione espressione tipica. Gerardo Curcio detto Sciarpa, Mammone, fra Diavolo, Pane di grano, Proscio, Panzanera, Soria ed altri capibanda provocarono o accrebbero l'anarchia e tennero in continuo scacco il governo francese. Orde di briganti furono inquadrate dai partigiani della caduta dinastia borbonica al seguito del card. Ruffo, del quale facilitarono o prepararono la marcia trionfale dal fondo delle Calabrie a Napoli. Cessata la guerra guerreggiata, ristabilitisi novellamente i Francesi dal 1806 al 1815, i briganti non tardarono a smascherare il vero essere loro: soldati disertori, fuggitivi di galera, grassatori di pubbliche strade e ladri volgari; e con rapine, vendette, violenze, non mancarono di tenere in profonda perturbazione gli animi delle popolazioni. I governi inglese e borbonico alimentavano i fuochi. Famosa l'orda del brigante Taccone, che, riunite altre minori bande bivaccanti per la Basilicata, espugnò, dopo regolare assedio, il fortilizio di un grosso signore di Abriola, e che assalì la stessa Potenza, ch'egli avrebbe finito col conquistare, se dai paesi vicini non fossero giunti aiuti. Famose le gesta di rapine e di sangue di fra Diavolo, operante nella provincia di Caserta; di Attollino, soprannominato Bailardo o "faccia tagliata" di Antonelli Bizzarro Parafante, Abatemarco, Francatrippa, Scarola, che tennero accesa la fiamma della ribellione e della reazione in tutto il Regno, al tempo dei due Napoleonidi. Più tardi, dopo la Restaurazione, i Borboni, che avevano soffiato ad avvivare il brigantaggio, dovettero lavorare non poco per ridurre a freno quelle bande. La più cruenta repressione operata dai Borboni, è quella di Tallarico, di Annicchiarico e dei fratelli Vardarelli, che nel 1817 catturarono il duchino di Casamassina e l'aiutante di campo del generale Roth, comandante le milizie regie lanciate contro di loro.

Ma più grave doveva essere l'esplosione brigantesca del 1860-65. Cacciato dal trono delle Due Sicilie, Francesco II pensò ai modi di poter subito far ritorno nel regno. E come al sorgere del secolo XIX, Ferdinando IV di Borbone, profugo e sconfitto, aveva incitato e sobillato le turbe plebee contro i novatori giacobini, così, nel 1860, Francesco II, giovandosi di aiuti e complicità varie, italiane ed europee, rinnova lo stesso tentativo, tendendo la rete di una vasta e ben organizzata congiura che in breve avvolge quasi tutto il Mezzogiorno. Secondo le carte sequestrate all'avventuriero inglese James Bishop, la forza reazionaria di tutto il Napoletano facente capo al presidente e direttore supremo del Comitato centrale di Napoli, il barone Achille Cosenza, era, nell'aprile 1862, di 80.702 uomini, dei quali 16.353 armati: non compresi gli uomini di 22 paesi del Beneventano e di alcuni paesi limitrofi a Napoli, e i gregarî di quattro forti bande di briganti. I primi nuclei di quelle segrete formazioni militari furono costituiti dalle bande brigantesche che, al cadere del 1860, bivaccavano per gli Abruzzi, per Terra di Lavoro, per le Puglie, per la Basilicata; cui si aggiunsero renitenti di leva, disertori, truppe dell'ex-esercito borbonico, evasi dalle carceri e, infine, tutti coloro che, con cieca larghezza, erano stati graziati nei primi giorni del moto insurrezionale del '60.

Questi elementi giunsero in paese quando la rivoluzione liberale aveva spostato il centro di gravitazione degl'interessi, del credito e delle fortune di ceti e di famiglie, molti aveva cacciato di ufficio, molti più minacciava di cacciare, tra essi preti e frati.

Gli esclusi fremevano (designavano nel loro cuore i capi del movimento liberale di cui si ripromettevano, alla prima occasione, di fare giustizia sommaria ed esemplare), anelavano alla riscossa. Intanto, le più strane dicerie di prossima restaurazione si diffondevano; fole e sobillazioni, diffuse in numerosi proclami, correvano sulle bocche del popolo, facilmente credulo. Non pochi, infatti, ritenevano che quel profondo mutamento di leggi, di uomini, d'istituti, di ordinamenti, portato dalla rivoluzione del '60 non potesse durare a lungo. I mutamenti e i rimutamenti dal 1799 in poi, le cacciate e i ritorni dei Borboni, le insurrezioni fortunate, consolidate dall'assenso regio ma poi represse nel sangue, le costituzioni date e poi ritirate, le tempeste che avevano scosso il corpo sociale e politico delle Due Sicilie, da cui però i Borboni erano usciti vittoriosi, davano la sicurezza e la speranza che anche questa volta si sarebbe tornati, prima o poi, al vecchio ordine di cose. Era negli animi della stragrande maggioranza la speranza o il timore che ancora una volta, come al chiudersi delle guerre napoleoniche, come nel '21, come nel '48-'49, l'Austria, varcato il Po, avrebbe detta l'ultima parola sui fatti d'Italia. Davano esca alla reazione la novità e la gravezza dei carichi tributarî. Il duro fiscalismo riusciva tanto più intollerabile, in quanto il nuovo regime amministrativo riversava dal Piemonte sul resto d'Italia anche una notevole quota dei debiti degli antichi stati Sardi in un momento in cui l'economia meridionale, già di scarsa capacità, entrava in una crisi acuta, per la profonda e concitata evoluzione che la società attraversava e per la vittoriosa concorrenza delle più progredite industrie settentrionali. Per effetto del nuovo regime doganale era aumentato il prezzo del pane, era cresciuto quello del sale; il popolo lamentava di essere "trattato peggio dei cani". Un ignoto poeta della Calabria, interprete in questo del sentimento comune, attribuiva tutti questi mali all'unità d'Italia, alla "colpa" d'essere stati "liberati". Su questo scontento di plebi e di piccoli borghesi, sul rancore di funzionarî licenziati, sulle defraudate ambizioni e sulle ribalderie incredibili di bassi politicanti, soffiava la propaganda che veniva da Roma e dai comitati borbonici. Questi elargivano somme di denaro, insinuavano che i "proletarî atti a marciare" avrebbero ricevuto 5 0 6 carlini al giorno e, dopo la restaurazione borbonica, una pensione annua di 200 ducati; che ai capi del movimento sarebbero toccati, come per l'addietro, elevati gradi militari e dignità cavalleresche; che il re Francesco avrebbe ripartite fra il popolo le terre demaniali usurpate dall'avidità dei "galantuomini". Era, questa, una vecchia questione, nel Mezzogiorno: specialmente grave dagli inizî del sec. XIX, da quando cioè le terre demaniali erano diventate per buona parte proprietà privata. Aspirazione viva di contadini, di artigiani, di piccola borghesia, di nullatenenti era di rivendicare e quotizzare queste terre. E spesso vi avevano fatto invasioni e violenze. Così, nella restaurazione borbonica del 1815 e nella rivoluzione del 1821. Così, nel '48, mentre le classi medie festeggiavano la costituzione, le masse agricole sorde alla causa della libertà, s'erano agitate per la spartizione delle terre. Così, nell'agosto 1860, mentre la visione delle camicie rosse e l'ideale della nazione italiana infiammava gli animi dei liberali, la folla a Matera aveva tumultuato per la divisione delle terre, incendiato l'archivio comunale dov'erano conservati i titoli di possesso, fatto uccisioni e incendî nel nome di Francesco II; di là il fuoco delle sedizioni s'era diffuso in numerose località della Basilicata e delle Puglie. Il contadiname, nella sua follia anarchica, aveva messo in un sol fascio impiegati, "galantuomi" e liberali, e minacciato in blocco contro tutti lo sterminio generale. E quando lo stato era intervenuto per ristabilire l'ordine in città, la resistenza era continuata nelle campagne, e contadini, pastori, braccianti, affamati di terra, avevano affiancato i briganti e con questi avevano preso vendetta dei "galantuomini" e delle loro proprietà. Toccavano, dunque, una corda ben sensibile i capeggiatori del movimento borbonico, quando promettevano ai contadini la quotizzazione delle terre demaniali!

Il nuovo stato unitario italiano si trovò impreparato a fronteggiare le torme brigantesche, i contadini rivoltosi, i borbonici, che presentavano contro di esso un fronte unico. Le forze militari erano accampate sul Po, a fronteggiare le minacce austriache. Il potere politico, debole ancora, tanto poté governare quanto lo permise il beneplacito o la tolleranza dei poteri municipali ai quali, per giunta, furono affidati anche i poteri di polizia: ciò che diede o accrebbe armi e facilità di prepotere alle partigiane fazioni municipali. Di qui l'incendio della reazione e del brigantaggio. La scintilla si accese in Basilicata, che aveva più compatti e più numerosi i suoi nuclei di malandrini. Passati in quel di Potenza e di Melfi, essi, al principio del 1861, erano già provvisti di cavalli e facevano segreti arruolamenti. Facile fu ad essi far sollevare il 7 aprile '61 la plebe di Lagopesole, d'intesa, pare, con gente sbarcata nella Valle di Policastro sul Tirreno, nella selva di Policoro sull'Ionio, e con comprovinciali di altri paesi che avrebbero dovuto operare un'insurrezione generale. A quel moto risposero una diecina di paesi di tutta la Basilicata, sollevantisi per questioni demaniali o per restaurare il tramontato regime borbonico. Diffusa la promessa di facili ricchezze, allettati anche dalla facilità con cui s'era compiuta l'insurrezione lucana, cui molti di essi avevano partecipato armati, da Lagopesole, dai vicini casali di Avigliano, dove vengono ricevuti con le bianche bandiere borboniche, attraverso i boschi, vanno a Ripacandida, a Ginestra, a Venosa, a Lavello, dove, ben accolti per segrete intelligenze con la plebe tumultuante, o vittoriosi della resistenza dei "galantuomini" o dell'assoldata milizia civica, restaurano il caduto regime borbonico, aprono le carceri, distruggono gli archivî, "mortali nemici nostri", come confessa con candore Crocco, uno dei loro capi, rubano ed ammazzano, incendiano le case di non pochi benestanti in fama di liberali. Così a Melfi - alle cui porte erano usciti ad incontrare "il liberatore" due carrozze piene di guardie d'onore, di preti ornati di medaglie borboniche, recanti bandiere bianche e frange d'argento e galloni d'oro che le signore avevano ricamato la notte precedente - furono accolti con feste e luminarie, tra frenetiche acclamazioni anche di notabili del posto, che li credettero soldati del regime borbonico. E il "generale" Crocco osò pubblicamente ringraziare la Vergine, su un inginocchiatoio preparato nella pubblica via. Così a Rapolla, così a Barile. Le milizie urbane, composte di plebe disinteressata alla lotta o, se mai, simpatizzante coi briganti, o formate di civici e di benestanti, irresoluti e disorientati, non potettero fronteggiare quel moto; e solo in una breve fazione tra Rionero e Basile si scontrarono coi briganti e li costrinsero a ripiegare nell'Avellinese. Appena il 15 aprile, otto giorni dopo l'inizio della reazione, dopo molte richieste giunsero a Potenza 250 soldati, ed altrettanti da Eboli per la via Valva furono avviati nel Melfese, mentre i briganti si ritiravano nelle loro sedi di Lagopesole.

A questo moto della Basilicata risposero immediatamente le bande brigantesche bivaccanti nelle Calabrie, nella Campania, negli Abruzzi, in Puglia. In quest'ultima regione, a mezzo luglio '61, infuriava la reazione, capitanata da numerose bande di saccomanni: fra le quali si distinse per ardimento quella d'un sergente del disciolto esercito borbonico, Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, diretta contro i "galantuomini" e la guardia civica che era composta di professionisti, di proprietarî terrieri, di capi d'arte. All'originario nucleo di malandrini e di grassatori si aggiunsero, dopo il primo giugno del 1861, i renitenti della prima leva ordinata dal governo di Torino nell'Italia Meridionale (per la sola Basilicata oltre 2000, su circa 2700 soggetti alla leva!): fomento per qualche tempo e riserva di briganti, se non tutti ancora briganti in attività di servizio. Ebbero tutti un capo militare nel catalano Don José Borjes, ufficiale dell'esercito spagnolo proclamatosi generale, che, reduce dai sanguinosi moti carlisti in Spagna, s'era messo a servizio del comitato borbonico di Marsiglia, ed era sbarcato da Malta a Brancaleone di Calabria, il 13 settembre 1861, a capo di una trentina di ufficiali e di soldati spagnoli, sicuri di trovare l'unanime consenso della popolazione e di compiere un moto politico. Di bosco in bosco, respingendo o sfuggendo le milizie cittadine, toccano l'11 ottobre i confini della Basilicata, s'uniscono alla torma di un antico masnadiero tre volte fuggito alle galere, il Sarravalle, ed al francese Langlois. E con loro, assaltano e derubano una quindicina di paesi del Lagonegrese, del Potentino e del Salernitano. Poi si riducono a Lagopesole; e di lì, poco dopo, a Monticchio, sede della banda del Crocco. Qui, il 28 novembre '61, avviene un colpo di scena: Crocco ed i suoi disarmano i soldati spagnoli, prendono loro i fucili rigati e a percussione, e dichiarano di voler fare da sé. Pochi giorni dopo, il Borjes, mentre, traversato il Reame, si apprestava a passare il Lonfine dello Stato pontificio con un gruppo di pochi fidi, finiva moschettato dai bersaglieri italiani a Tagliacozzo. Fuori di Basilicata, le bianche bandiere erano sventolate da altri condottieri borbonici, reazionarî politici e briganti nel medesimo tempo, tra i quali degno di ricordo è l'ex-sergente Romano, che con la sua banda giura di "far rispettare i stendardi del nostro re Francesco II da tutti i comuni subordinati dal partito liberale".

Con la morte del Borjes, col disanimarsi dei comitati borbonici, anche perché l'Austria non poté o non volle prendere a cuore la causa dei Borboni, si può dire finisca il brigantaggio politico e s'inizî o prevalga quello più aspro, di carattere esclusivamente sociale, di violenze e di ruberie. Se fra i tanti che scorrazzavano armati nel regno di Napoli intorno al'60, relativamente pochi erano i briganti che avessero fatto quel mestiere prima della reazione, in seguito essi furono numerosissimi. Materia c'era perché il brigantaggio rinfoltisse le sue schiere. Odî, rancori, cupidigie covavano dappertutto in Basilicata, in Puglia, in Calabria, fra contadini e pastori e plebe urbana, contro notabili e borghesi; e spesso esplodevano all'avvicinarsi delle bande brigantesche i cui capi a tutti promettevano mari e monti e, specialmente, il saccheggio. Ciò che spiega come i pochi avventurieri, sia pure spalleggiati da disertori dell'esercito borbonico, potessero produrre quel terribile sconvolgimento che in soli tre anni, dalla fine del'60 in poi, gettò alla campagna migliaia e migliaia di briganti, creò diecine e diecine di bande brigantesche, dal Molise, dal Beneventano, dalla Campania fino alla Penisola Salentina e all'estrema Italia: bande agguerrite e formidabili, che infestavano il paese, bloccavano le vie, impaurivano e ricattavano i possidenti, impedivano il traffico, rendevano impossibile, nonché la vita nelle campagne, persino la dimora strettamente necessaria per la coltura della terra. Le più famose e le più audaci erano quelle di Basilicata e delle provincie vicine: quella, ad esempio, di Crocco che aveva a suo fido il ferocissimo e codardo Giovanni Nicola Summa (detto Ninco Nanco).

Le truppe, insufficienti al bisogno, ignare dei luoghi e del dialetto, ingannate dai manutengoli di dentro e colte in tranelli dai briganti nella campagna, nonostante il loro sacrificio ed il loro indiscusso valore, non riuscirono ad impedire che la piaga divenisse sempre più generale nel Mezzogiorno. D'altra parte, la nuova Italia non intese la gravità e la complessità di quel fenomeno politico e sociale. Quando, nel Parlamento, qualche voce di meridionale si levava per implorare rimedî, c'era nel resto dei presenti la preoccupazione di stendere un velo su quelle miserie domestiche. La realtà finì con l'imporsi, dopo che molte generose vite di soldati erano state spente. Una commissione parlamentare d'inchiesta, di cui fecero parte Bixio, Saffi, Sirtori, Massari, Castagnola, ritenne che non fossero sufficienti le leggi ordinarie, e propose una legge eccezionale che fu presto votata. Questa, dovuta all'on. Pica, istituì consigli e tribunali di guerra, che usassero la maggiore speditezza nell'inquisizione e nell'esecuzione; istituì squadriglie di cavalleria borghese; demandò all'arbitrio di giunte provinciali di pubblica sicurezza di deferire alla giurisdizione militare o d'inviare a domicilio coatto vagabondi e favoreggiatori; emanò provvedimenti d'indole sociale, morale ed economica; dispose perché fossero sorvegliate le autorità municipali, uomini troppe volte senza fede politica; ordinò la chiusura di masserie ch'erano ricetto di briganti; restrinse al puro necessario le provviste alimentari delle campagne e vigilò il traffico di contadini e di braccianti dal paese alla campagna; dispose infine che fossero concentrate poderose forze di ogni arma. Queste, secondo calcoli autorevoli del colonnello Cesari, tra il finire del'62 e l'inizio del'63, ascesero per tutto l'antico reame a circa 120.000 uomini, cioè a quasi la metà dell'intera forza armata italiana. Vi fu impiegata in due riprese e con buon successo, anche la legione ungherese, già garibaldini. Legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommarî, la quale, se ebbe qualche lato buono (es. la costruzione di strade, la discussione sul Tavoliere delle Puglie e la sottoscrizione nazionale per le vittime del brigantaggio), fu purtroppo anche strumento di dispotismo arbitrario e furibondo, arma delle fazioni municipali e famigliari. Furono infatti condannati proprietarî innocenti; in odio politico ad alcuni, vennero fabbricati falsi documenti a loro carico e tirati fuori centinaia di falsi testimonî. Nella sola Basilicata, la più infetta per vero di lue brigantesca, furono incarcerate per complicità o sospetto o aderenze ai briganti ben 2400 persone, condannate al confino forzoso ben 525, tra cui 140 donne.

Ma se non per la sostanza e per l'applicazione della legge Pica, certo per gli espedienti e i mezzi che lo stato autorizzò e mise in opera, il brigantaggio venne debellato. La vittoria tuttavia si delineò sicura, solo quando si creò nell'opinione pubblica la convinzione che lo stato voleva energicamente curare la piaga del brigantaggio, punendo senza pietà i colpevoli e premiando chi fornisse indizî o operasse con frutto. Conseguenza di questo nuovo concetto fu l'impiego di larga forza militare, a piedi e a cavallo, che occupasse i paesi, stabilisse dei cordoni per chiudere sbocchi e vie di passaggio tra un luogo e l'altro, esercitasse una pronta, intensa, instancabile persecuzione contro i briganti, fino a costringerli ad aperto conflitto e batterli. Gran parte del merito di questa nuova tattica toccò al generale Pallavicino, che nel Beneventano, nelle Murge di Minervino, nel Melfese decimò e stremò il brigantaggio. Accentrando nelle sue mani tutti i comandi fino allora frazionati, riducendo alla sua dipendenza tutte le autorità politiche delle regioni, stimolando con l'esempio i suoi subordinati, vestendo manipoli di soldati a mo' di briganti, guadagnandosi a sua guida intelligente ed astuta un Caruso di Atella, vecchio masnadiero della banda Crocco, il generale si diede ad un inseguimento instancabile e tenace dei briganti, anche durante l'inverno, rendendo loro difficili i rifornimenti, impedendone i collegamenti, avviluppandoli, battendoli, decimandoli. Dopo molti mesi di quest'azione energica il brigantaggio fu sgominato. Quando, nell'agosto 1864, Crocco, dopo un conciliabolo con i suoi nel bosco di Sassano, in cui fu discusso se costituirsi volontariamente o rifugiarsi in terra straniera, passò, sano e sconosciuto, i confini dello Stato pontificio, delle vecchie terribili bande rimanevano pochi e sparsi frammenti erratici, spauriti e senza capi. Nel'65, il brigantaggio traeva gli ultimi aneliti e se per qualche anno vi furono ancora alcuni casi isolati di delinquenza brigantesca, a reprimerli bastarono i mezzi ordinarî di polizia.

Il racconto delle gesta brigantesche, ingrandite dalla fantasia popolare, fu evocato a volte con simpatia; e nella leggenda, nella letteratura e nella storia, il brigante fu rappresentato non solo come violento, ma anche come vindice delle ingiustizie fatte al popolo. Ma ciò era esaltazione di folle impressionabili, era rappresentazione letteraria di chi non visse i foschi giorni dal'61 al'64, quando in quasi tutta l'Italia Meridionale imperversavano la reazione ed il terrore. Tutto il Mezzogiorno diede in verità un sospiro di sollievo, quando vennero stabiliti e fermamente mantenuti l'ordine pubblico e il rispetto della legge. Perché il brigantaggio non riprendesse un'altra volta vigore, si vide chiara la necessità di risanare l'ambiente, eliminando le cause donde esso aveva preso vita ed alimento. Questa fu l'opera salutare di tutto il cinquantennio, a datare dalla formazione dello stato unitario. E del brigantaggio, già frutto di malgoverno, non si ebbe più traccia nel Mezzogiorno d'Italia, pur rimanendo a lungo vivi e doloranti taluni dei vecchi problemi sociali ed economici della regione, che solo oggi si avviano a soluzione.

Bibl.: È vastissima. Per un primo orientamento, cfr. G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini, Bari 1910, pp. 20-21. Per le cause, gli sviluppi e gli aspetti del brigantaggio, soprattutto nei secoli XVIII e XIX, S. De Pilato, in Rivista d'Italia, dicembre 1912. Un'ampia bibl., con indicazione delle fonti archivistiche, in A. Lucarelli, Il sergente Romano, Bari 1926, e La Puglia nel sec. XIX, Bari 1927; C. Cesari, Il brigantaggio e l'opera dell'esercito italiano, 1860-70, Roma 1920; A. Vigevano, La legione ungherese in Italia (1859-67), Roma 1924. Cfr. anche l'Autobiografia del Crocco, a cura del cap. Massa, Melfi 1903. Molti documenti sono nell'archivio del senatore Giustino Fortunato, a Napoli.

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